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    Home » Economia » Dietro la crisi ex ILVA, acciaio UE strozzato dai dazi Usa e importazioni dall’Asia

    Dietro la crisi ex ILVA, acciaio UE strozzato dai dazi Usa e importazioni dall’Asia

    La crisi dell'acciaio UE dietro il dramma dell'ex ILVA. Un comparto in declino senza il sostegno di Bruxelles

    Nicola Corda</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@NicolaCorda" target="_blank">@NicolaCorda</a> di Nicola Corda @NicolaCorda
    8 Novembre 2019
    in Economia

    Roma – ArcelorMittal è uno dei colossi mondiali ma il mercato dell’acciaio “è uno dei più difficili”, dice l’europarlamentare Carlo Calenda che prima dell’approdo a Strasburgo ha avuto un ruolo decisivo nell’affidamento dell’Ex Ilva.

    La decisione di gettare la spugna da parte della proprietà si innesta dunque in un contesto più ampio, nel quale lo scudo penale indicato come il corno principale del problema, riveste invece un aspetto limitato. Ciò naturalmente non significa giustificare la decisione di un gigante come Mittal che ha evidentemente fatto degli errori di previsione a cominciare dal piano industriale elaborato dal suo management.

    L’acciaio europeo soffre parecchio da più di un anno, stretto tra i dazi Usa (peraltro non ancora scattati sulle auto) e l’invasione della produzione asiatica per nulla fermata dalle misure di salvaguardia adottate da Bruxelles. Tutti i produttori (compreso Mittal con i suoi stabilimenti in mezzo continente) negli ultimi mesi hanno registrato una riduzione dei volumi del 2,9 %, a fronte però di un aumento molto significativo delle importazioni in Europa del 12 %, non solo dalla Cina ma anche da Russia e Turchia.

    Il grido d’allarme alla Commissione, al Parlamento Europeo e a tutti gli Stati membri, è stato lanciato nel giugno scorso con una lettera aperta indirizzata a Bruxelles e firmata da 45 CEO delle maggiori imprese aderenti a Eurofer. Nella missiva si chiedeva di intervenire immediatamente, rafforzando le misure di salvaguardia dell’UE “per aiutare la nostra industria a correggere gli effetti distorti del mercato dell’acciaio deviato verso l’Europa a causa dell’imposizione di dazi doganali da parte degli Stati Uniti”.

    Nel 2019 i dazi si sono inseriti con prezzi in calo, aumento delle materie dei minerali ferrosi e del carbone creando la “tempesta perfetta”. Se non bastasse ciò, a fronte di una concorrenza aggressiva, le imprese europee devono operare nel rispetto di regole ambientali più rigorose e con costi energetici più alti che con la de-carbonizzazione annunciata diventeranno insostenibili.

    Sotto questa spinta di Eurofer, la Commissione all’inizio di ottobre ha concesso di ridurre dal 5 al 3% le importazioni libere da dazi, oltre mettere un limite del 30 % ai singoli Paesi che di fatto vale solo per i laminati che arrivano nel mercato unico dalla Turchia. Mosse forse tardive e insufficienti, che non serviranno a cambiare il segno negativo per il 2019 della produzione siderurgica europea.

    Un mercato difficile, condizionato come si vede dalla volatilità di alcuni fattori di costo come quello energetico e delle materie prime, nel quale i colossi mondiali extraeuropei finiscono per schiacciare gli stabilimenti del vecchio continente. Questi sono poco tutelati dalle istituzioni europee che la primavera scorsa hanno fermato anche la fusione fra TyssenKrupp e Tata Steel per le regole sulla concorrenza. Norme che applicate in un contesto come quello dell’acciaio, finiscono per danneggiare proprio i produttori comunitari.

    Così, pur superando i gravissimi problemi ambientali, trovare soluzioni per un nuovo corso per l’ex Ilva dopo l’uscita di ArcelorMittal, non è impresa facile. Forse impossibile, senza un qualche intervento di Bruxelles che dovrebbe avere a cuore l’acciaieria più grande d’Europa.

    Tags: ArcelorMittalDazi UsaEuroferimportazionimercato acciaiosalvataggio Ilva

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