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L'assenza di politiche coerenti è tra le cause principali delle opposizioni ai vaccini in Italia
Una manifestazione per la libertà di scelta sui vaccini

L'assenza di politiche coerenti è tra le cause principali delle opposizioni ai vaccini in Italia

Lo rivela il rapporto sullo stato salutare dell'UE di Commissione, OECD e Osservatorio sulle Politiche Sanitarie. Lo scetticismo popolare e la disinformazione accomunano tutti i paesi membri, e rappresentano una "grave minaccia per la salute in tutta Europa". Nel Belpaese si vive a lungo, nonostante la bassa spesa pubblica in sanità

Bruxelles – Non tramonta l’allarme vaccini in Italia. Tra le cause principali delle resistenze ad assumere vaccini, sia tra gli over 65 che tra i genitori che preferiscono non immunizzare i proprio figli, e i movimenti No-Vax lungo lo Stivale, c’è una debole coerenza politica da parte dei governi che si sono succeduti negli ultimi quattro anni. L’Italia non è però sola, lo scetticismo popolare verso l’efficacia e l’utilità dei vaccini è una minaccia per la salute pubblica che si riversa in tutta Europa. E’ il principale allarme sanitario che emerge dall’ultimo rapporto annuale sullo stato di salute nell’UE, realizzato dalla Commissione europea assieme alla Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD) e l’Osservatorio Europeo sui Sistemi e le Politiche Sanitarie.

“A mio avviso questa massa di conoscenze solide e specifiche a livello di paese e dell’UE contribuisce sia alla politica nazionale che alla cooperazione a livello di Unione. Auspico che il mio successore porti avanti l’iniziativa e che un maggior numero di Stati membri dia seguito alle discussioni volontarie sui risultati emersi e condivida le migliori pratiche”, le parole del commissario europeo per la Salute e la Sicurezza alimentare Vytenis Andriukaitis, che, a due giorni dal termine del mandato, apre il dibattito sul rapporto sulle tendenze sanitarie dell’UE dell’ultimo anno.

Come si combatte dunque la “esitazione vaccinale”? Con una migliore alfabetizzazione sanitaria, contrastando la disinformazione e con l’attivo coinvolgimento degli operatori sanitari, ci suggerisce l’analisi “clinica” sull’Europa.

Una prevenzione che in Italia, in maniera analoga a numerosi paesi UE, non è sufficiente da diversi anni. l’analisi ricorda che i problemi iniziarono a sorgere nel 2016, quando il tasso di vaccinazioni infantili nel paese calò al di sotto del 95%, soglia minima secondo l’Organizzazione Mondiale sulla Sanità (WHO). Questo scompenso indusse il governo italiano ad adottare un piano nazionale che rendesse le vaccinazioni dei bambini un requisito necessario per la partecipazione scolastica; nonostante le buone intenzioni, il piano fu ostacolato dalla crescente disinformazione e una scarsa coerenza istituzionale. Il risultato? Svariate ondate di morbillo colpirono i più giovani, per lo più non vaccinati, tra il 2017 e il 2019, affossando l’Italia al quarto posto nella classifica dei paesi UE con il più alto numero di casi.

Un quadro lievemente più rassicurante per i più anziani; al di sopra della media UE (44%), ma ben distante dalla soglia richiesta dal WHO (75%), è il numero di over 65enni italiano che si è  vaccinato contro l’influenza nel 2017, precisamente il 52%.

D’altro canto il rapporto ci mostra anche un’Italia ben più “salutare” rispetto alla maggior parte degli altri paesi membri. L’aspettativa di vita, di 83,1 anni, è la seconda più alta in Europa, preceduta solo dalla Spagna (83,4 anni); tuttavia, spiega l’analisi, non bisogna tralasciare che le disuguaglianze economiche e sociali, nonostante incidano inferiormente sulla longevità delle persone rispetto a numerosi paesi europei, affliggano sostanzialmente anche la vita dei cittadini italiani. Per citare un esempio, sia le donne che gli uomini istruiti in Italia hanno un’aspettativa di vita maggiore rispetto agli individui con un’educazione inferiore, un gap che, rispettivamente, equivale a 4,5 e 3 anni di differenza; numeri che però rassicurano rispetto alla media complessiva europea, che si attesta a 7,6 anni di divario tra le donne più istruite e non, mentre equivale a poco più di 4 anni di differenza tra gli uomini.

L’altra nota negativa che va a nuocere il Belpaese riguarda le spese destinate al sistema sanitario italiano; l’8,8% del Prodotto Interno Lordo (PIL) è destinato alla sanità, una cifra che si pone al di sotto della media UE (9,8%).