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Solidarietà obbligatoria, ma non i ricollocamenti: il (quasi) nuovo patto per l'immigrazione della Commissione UE

Solidarietà obbligatoria, ma non i ricollocamenti: il (quasi) nuovo patto per l'immigrazione della Commissione UE

Partenariati rafforzati con i Paesi terzi per favorire i rimpatri, screening obbligatori e decisioni più rapide alle frontiere. Von der Leyen: "Un nuovo inizio per l'Unione europea"

Bruxelles – Nessun nuovo meccanismo obbligatorio di ricollocamento dei migranti. La solidarietà da parte degli Stati europei dovrà essere vincolante ma i Paesi membri potranno scegliere le modalità con cui attuarla: se aiutare lo Stato di primo ingresso accogliendo una quota di richiedenti asilo, oppure facendosi carico dei migranti da rimpatriare o ancora contribuire con un sostegno materiale (economico-logistico) ai Paesi cosiddetti di primo ingresso per i ricollocamento. Queste, nella sostanza, le caratteriste del nuovo pacchetto su migrazioni e asilo proposto oggi, 23 settembre, dalla Commissione a guida von der Leyen, nel quale tanto resta nelle mani degli Stati membri e della loro buona volontà.

L’esecutivo fa marcia indietro sull’annuncio di voler abbandonare in toto il regolamento di Dublino, che regola la politica migratoria europea dal 1997 (fu adottato nel 1990), con qualche modifica fatta nel 2003 e poi nel 2013. Di fatto, per anni ha fatto ricadere la pressione migratoria sui Paesi di frontiera, Italia e Grecia in primis, che più hanno risentito dell’aumento dei flussi del 2015-2016. Nel nuovo Patto europeo per la migrazione e l’asilo adottato oggi, tanto annunciato e tanto rimandato nei mesi scorsi, si conserva in parte il ‘principio del Paese di primo ingresso’ – il nucleo duro di Dublino, e anche il punto più critico, che vincola i rifugiati a identificarsi e rimanere nel primo paese dell’Unione europea in cui hanno messo piede – anche se sono state estese le opzioni con cui gli Stati membri possono contribuire a un meccanismo più solidale e più rapido di trasferimento dei migranti in arrivo in Europa o di rimpatrio nei Paesi di origine.

Secondo la Commissione europea “nessuno Stato membro dovrebbe assumersi una responsabilità sproporzionata e tutti gli Stati membri devono contribuire costantemente alla solidarietà di base”, si legge nella comunicazione. La responsabilità e la solidarietà devono essere condivise. “Non è in questione il fatto che tutti gli Stati membri debbano dimostrare solidarietà sul fenomeno migratorio, ma come devono contribuire alla nuova solidarietà”, sostiene in conferenza stampa Ursula von der Leyen. Il sistema di Dublino non funzionava più, spiegano dalla Commissione. Il vecchio regolamento, nonostante i vari aggiustamenti nel tempo, “era stato pensato per un flusso migratorio molto ridotto”, ha spiegato il vicepresidente Margaritis Schinas. Oggi il fenomeno è sistematico e continuerà ad esserlo, dunque deve essere approcciato come tale.

Ursula von der Leyen

Il nuovo Patto, che in gran parte rinverdisce proposte già avanzate, e molte cadute, negli anni scorsi, si delinea attraverso tre linee programmatiche: rafforzare la cooperazione con i Paesi terzi per velocizzare i rimpatri sicuri; una gestione rafforzata e integrata alle frontiere esterne, con screening obbligatorio (entro 5 giorni) e controlli di sicurezza e sanitari all’ingresso e la decisione sul Paese responsabile per la domanda; nuove regole interne per una solidarietà “effettiva e costante” da parte di tutti e Ventisette gli Stati membri. Su quest’ultimo punto si alimenteranno le maggiori divisioni tra gli Stati membri quando la proposta della Commissione finirà sul tavolo dei negoziati del Consiglio.

Un “forte meccanismo di solidarietà” interna

Si introduce un nuovo meccanismo di solidarietà che si concentrerà principalmente sul trasferimento di coloro che hanno diritto a rimanere in Europa o sulla “sponsorizzazione” dei rimpatri nei Paesi terzi d’origine verso chi invece non ne ha diritto. In ogni caso, tutti gli Stati membri devono dimostrare “solidarietà” verso i Paesi sotto pressione migratoria, ma sta a loro decidere come farlo. I rimpatri sponsorizzati sono la grande novità di questo Patto per l’immigrazione e l’asilo: gli Stati membri hanno la possibilità di rimpatriare entro 8 mesi “una quota di migranti dal Paese di primo ingresso”, ha spiegato Ylva Johansson illustrando il nuovo regolamento. Se entro gli 8 mesi non saranno effettuati tutti i rimpatri, lo Stato che ha sponsorizzato il processo sarà vincolato ad accogliere coloro che ancora rimangono da rimpatriare. In attesa delle procedure, i migranti da rimpatriare non vengono trasferiti nel Paese che se ne fa carico, ma restano dunque in quello di “primo ingresso”. 

Screening rafforzato alle frontiere

Maggiore efficienza e procedure più veloci. Il nuovo sistema prevede inoltre il tentativo di  delle procedure alle frontiere: gli Stati membri dovranno eseguire entro cinque giorni uno screening pre-ingresso obbligatorio dei migranti per tenere traccia di tutte le persone che arrivano in UE senza autorizzazione (con controlli sanitari e di sicurezza, rilevamento delle impronte digitali e registrazione nella Banca dati Eurodac). Dopo lo screening, si attua una prima selezione di chi può o non può rimanere in Unione europea: i richiedenti asilo provenienti da Paesi con un tasso di riconoscimento dell’asilo inferiore al 20 per cento, dunque con poche possibilità di vedersi accettata la domanda d’asilo, entrano nella procedura chiamata “di frontiera” e i Paesi di ingresso avranno tre mesi di tempo per prendere una decisione. Si cerca di velocizzare i tempi dando ai Paesi membri 12 settimane di tempo per prendere una decisione sull’eventuale rimpatrio o richiesta d’asilo. Tutte le procedure, si legge nella comunicazione, saranno migliorate e soggette a un monitoraggio più rigoroso e supporto operativo da parte delle agenzie dell’UE.

Favorire i rimpatri, partenariati rafforzati con i Paesi terzi “sicuri”

Consolidare la partnership con Paesi extra UE “aiuterà ad affrontare sfide condivise come il traffico di migranti”, e “a sviluppare vie legali” di ingresso in UE, favorendo anche l’attuazione dei rimpatri. Attualmente solo un terzo di chi non ha legalmente il diritto di trovarsi in territorio europeo, se ne va. Per essere credibili, le nuove norme dovranno assicurare un sistema comune europeo dei rimpatri in cui un ruolo importante avrà Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera. La strategia è quella di frenare gli arrivi irregolari in Europa, che nel 2019 erano “140 mila”, afferma la commissaria europea agli Affari Interni, Ylva Johansson. Le migrazioni servono all’Unione europea ma servono anche meno arrivi irregolari. La Commissione intende inoltre nominare un coordinatore per il rimpatrio, che fornirà il supporto tecnico per facilitare i processi di rimpatrio nei Paesi di provenienza.

Per Ursula von der Leyen si tratta di un nuovo inizio per la politica migratoria comune in Unione europea. Non è stato semplice giungere a una comunicazione, ci sono voluti mesi, due consultazioni complete nei Ventisette Stati membri per trovare un compromesso sui “tanti interessi in ballo da mettere in equilibrio”. Il compito della Commissione, aggiunge la presidente, è ora ricostruire la fiducia e la convinzione tra gli Stati membri che l’Unione europea possa gestire a livello comunitario il fenomeno migratorio, quello regolare ma anche quello irregolare. Nella comunicazione la Commissione sottolinea l’urgenza della riforma e auspica che “un accordo politico” con l’Europarlamento e il Consiglio “sui principi fondamentali dovrebbe essere raggiunto entro la fine del 2020″, in modo da adottare il nuovo regolamento entro giugno 2021.