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BCE, digitalizzazione chiave per lo sviluppo. Ma l'Italia è fanalino di coda in Europa

BCE, digitalizzazione chiave per lo sviluppo. Ma l'Italia è fanalino di coda in Europa

Secondo il report della BCE, le aziende che investono nelle tecnologie dell'informazione e della comunicazione sono più produttive. Il Covid-19 può velocizzare il processo di sviluppo dell'economia digitale UE

Bruxelles – La digitalizzazione è ormai ovunque: trasforma modelli di business, consumo e produzione, preferenze e prezzi, intere economie. La diffusione delle tecnologie che spingono verso un’economia digitale è un fattore-chiave per lo sviluppo competitivo di un’economia: lo mostrano chiaramente i dati del nuovo report della Banca Centrale Europea (BCE), dal titolo The digital economy and the euro area. Lo evidenziano soprattutto le differenze tra Paesi membri dell’UE, in una classifica che vede l’Italia occupare le ultime posizioni tra le economie più digitalizzate.

Produttività e occupazione

Il rapporto della BCE parte dalla considerazione che le economie europee hanno tardato a sviluppare e utilizzare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC). Questo a causa della natura stessa delle nuove tecnologie, che richiede manodopera qualificata, adattamento e ripensamento dei processi organizzativi per le imprese. Tuttavia, le aziende che investono nelle TIC si rivelano essere più produttive, con strutture organizzative più flessibili e decentralizzate. Confrontando aziende digitali e non-digitali, si notano differenze sostanziali nella distribuzione della produttività e nella persistenza della leadership. Dai dati a livello di impresa di Italia, Francia, Germania e Spagna, si rileva un incremento esponenziale nella produttività delle aziende digitali dopo una prima fase di assestamento.

Sul fronte dell’occupazione nell’economia digitale, Svezia ed Estonia sono al vertice della classifica con il 17 per cento e mostrano che i settori con una maggiore intensità digitale hanno contribuito alla crescita dell’occupazione durante il decennio 2006/2016. In Italia la quota dell’occupazione dipendente dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione è pari al 7 per cento (come in Grecia e Slovacchia), mentre la media UE si attesta all’11 per cento. I dati suggeriscono che le economie con un grado più elevato di digitalizzazione presentino allo stesso tempo tassi di disoccupazione più bassi. Ciò non vuol dire che la digitalizzazione non si traduca in spostamenti e interruzioni del lavoro – rileva il report – ma che comunque generi nuovi posti di lavoro e compiti.

La spaccatura europea

Nell’area euro l’economia digitale ha ancora ampi margini di sviluppo, considerato il fatto che le sue dimensioni sono pari a circa due terzi di quella degli Stati UnitiLa maggior parte dei Paesi UE presenta un valore aggiunto molto inferiore nei settori digitali (in percentuale sul PIL) rispetto agli USA, dove il solo settore dei servizi digitali contribuisce tanto quanto l’intera economia digitale dell’area dell’euro.

Va però rilevato il fatto che l’adozione del digitale è aumentata notevolmente negli ultimi cinque anni in tutta Europa. L’indice dell’economia e della società digitali (DESI) – che monitora le prestazioni degli Paesi UE in materia di connettività, competenze, servizi pubblici digitali e attività online – è passato da meno di 40 nel 2015 a oltre 60 nel 2020. Questo dato va però scorporato nelle sue componenti nazionali, dal momento in cui la media UE maschera una spaccatura tra Stati membri. Grecia, Bulgaria e Romania si attestano sotto il 40, mentre l’Italia è al quartultimo posto (con un indice DESI appena sopra al 40). Sul fronte opposto, Olanda, Danimarca, Svezia e Finlandia sono vicini o superiori al 70, con solo Estonia, Irlanda e Malta sopra al 60. La connettività, in particolare la banda larga, ha sì raggiunto livelli simili nella maggior parte dei Paesi UE, ma rimangono differenze sul piano del capitale umano e dell’integrazione delle tecnologie digitali nel settore pubblico e delle imprese. Si spiega così la spaccatura all’interno dell’UE nell’adozione delle nuove tecnologie, con impatti sulle singole economie.

L’impatto del Covid-19

Nell’ambito della digitalizzazione, la pandemia Covid-19 ha giocato un ruolo fondamentale come acceleratore del processo. Lo riporta anche la BCE, sottolineando l’aumento dell’adozione delle tecnologie digitali determinato dalle limitazioni alla mobilità fisica all’interno dell’UE e tra regioni. Questo aumento dell’adozione digitale ha influenzato il mercato dei servizi e dei beni digitali, in particolare l’utilizzo e l’abbonamento a servizi digitali disponibili su piattaforme online e la vendita al dettaglio attraverso l’e-commerce.

In questo contesto, le aziende hanno conosciuto un aumento dell’alfabetizzazione e delle competenze digitali, attraverso conferenze abilitate digitalmente e a una rinnovata supply chain. Secondo la BCE questo può essere un passo importante nella direzione di una più ampia economia digitale nella zona euro e nell’Unione Europea, soprattutto se questa tendenza si dimostrerà essere un cambiamento permanente: “Poiché la pandemia Covid-19 è ancora in corso, il suo impatto sull’economia digitale rimane incerto, soprattutto al di là del breve termine”, si legge nelle conclusione del report. “Il suo impatto sull’economia digitale dipende sia dall’offerta che dalla domanda digitale”.

Una risposta coerente rispetto all’offerta aumenterebbe la produttività, le TIC e il capitale umano, aumentando di conseguenza la capacità e il potenziale dell’economia digitale. Per questo motivo, sembra più probabile che l’area euro e le economie dell’UE abbiano maggiori possibilità di mettersi al passo con i loro pari nell’economia digitale globale (in particolare gli Stati Uniti) se si verificherà una forte risposta digitale dal lato dell’offerta.