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Kosovo, la strada del dialogo con la Serbia passa dai vaccini COVID. Parola della neo-presidente Vjosa Osmani

Kosovo, la strada del dialogo con la Serbia passa dai vaccini COVID. Parola della neo-presidente Vjosa Osmani

Dopo l'elezione dello scorso 4 aprile, la nuova capa dello Stato ha fissato i paletti per la ripresa dei negoziati mediati dall'Unione Europea: "Sostegno alla campagna vaccinale e giustizia per gli scomparsi nel conflitto del 1998/1999". Sempre più tesi i rapporti con Belgrado

Bruxelles – Giovane, riformista e femminista. È questo il ritratto di Vjosa Osmani, la nuova presidente della Repubblica del Kosovo, eletta domenica scorsa (4 aprile) dopo cinque mesi di incarico ad interim. Ma se è promettente la strada verso lo Stato di diritto e la lotta alla corruzione, a Bruxelles prima di tutto interessa se e in quali modalità si potrà continuare il dialogo Serbia-Kosovo mediato dall’Unione Europea. E su questo la presidente Osmani ha le idee molto chiare: “Il dialogo prima di assicurarci i vaccini anti-COVID non è una priorità“.

Che la musica a Pristina sia cambiata negli ultimi due mesi lo aveva già fatto presagire l’elezione di Albin Kurti, leader della sinistra nazionalista Vetëvendosje (Autodeterminazione), come primo ministro del Paese (in carica dal 22 marzo). Il giorno dopo il trionfo alle elezioni di San Valentino, Kurti aveva annunciato che “il tema del dialogo con la Serbia è al sesto o settimo posto in agenda“. Polverone diplomatico a Belgrado e tirata di orecchie a Bruxelles: la relatrice per il Kosovo al Parlamento Europeo, Viola von Cramon-Taubadel, aveva avvertito la nuova maggioranza di “affrontare subito i problemi di approccio al dialogo”, dal momento in cui “la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi è condizione preliminare per l’adesione all’Unione“.

La presidente della Repubblica del Kosovo, Vjosa Osmani, con il commissario europeo per la Politica di vicinato e l’allargamento, Olivér Várhelyi (12 gennaio 2021)

È notizia di ieri che a condurre la ripresa del dialogo di alto vertice (fermo al 7 settembre dello scorso anno) da parte kosovara sarà proprio il premier Kurti, in coordinamento con la presidente Osmani, così come stabilito da un pronunciamento della Corte Costituzionale del 2019. In questo senso, le parole della neo-presidente assumono un valore ancora più forte: Pristina non si siederà a un tavolo comune con la controparte fino a quando non si concretizzerà un sostegno internazionale e regionale nella lotta al COVID-19.

Bisogna ricordare che il Kosovo ha ricevuto il 28 marzo il primo carico da 24 mila dosi di vaccino AstraZeneca all’interno del meccanismo COVAX (la struttura globale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per garantire un accesso equo e universale ai vaccini, finanziata anche dall’UE). Al conto del primo semestre ne mancano però ancora 76.800, secondo il documento di previsione della distribuzione provvisoriaLa Serbia invece si è distinta per un inizio di campagna di massa efficiente – grazie anche all’utilizzo dei vaccini Sputnik V e Sinopharm – ed è diventata uno dei migliori Paesi europei per dosi somministrate ogni cento abitanti (34,15, mentre la media UE è ferma al 15,5). Per questo motivo, Kurti e Osmani vorrebbero sedersi al tavolo di Bruxelles senza l’handicap di un sistema sanitario al collasso e cercando di limitare il deficit negoziale con Belgrado su questo frangente.

 

A rendere tutto più complicato, c’è un altro paletto fissato dalla neo-presidente kosovara per la ripresa del dialogo mediato dall’UE: la questione dei dispersi nel conflitto in Kosovo del 1998/1999. “È una ferita ancora aperta e fino a quando non verrà fatta giustizia sugli scomparsi, vittime dei serbi, è difficile pensare alla pace“. Parole che hanno incendiato l’opinione pubblica serba: “Per Pristina è un problema il fatto che noi insistiamo su una soluzione di compromesso. Loro non non hanno alcun interesse nel dialogo“, ha attaccato il presidente del Parlamento serbo, Ivica Dačić.

L’alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e il commissario europeo per la Politica di vicinato e l’allargamento, Olivér Várhelyi, si troveranno a dover affrontare una situazione sempre più tesa. Tutto il contrario di quanto promesso a novembre dello scorso anno dallo stesso Borrell. Le parti rimangono distanti, con Pristina che rivendica il riconoscimento reciproco (e di fatto l’indipendenza) e Belgrado che accusa il mancato rispetto dell’accordo del 2013, che prevede la creazione di una Comunità delle municipalità serbe in Kosovo. Il rischio è che la pandemia di COVID-19 e la corsa ai vaccini chiudano definitivamente la porta a uno sforzo diplomatico decennale. Con buona pace di riformismi e svolte nazionali.

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Nella regione il meccanismo COVAX è scattato da pochi giorni e ha fornito solo un sesto delle dosi per il primo semestre. Belgrado invece ha differenziato la strategia: ora è tra i migliori al mondo per somministrazioni e può permettersi di vaccinare anche gli abitanti dei Paesi limitrofi. Presto inizierà la produzione del siero russo in loco