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Mobilità elettrica, Corte dei Conti: UE lenta nella realizzazione delle infrastrutture di ricarica

Mobilità elettrica, Corte dei Conti: UE lenta nella realizzazione delle infrastrutture di ricarica

Ancora troppi ostacoli ai viaggi nell'Unione Europea con veicoli elettrici, mettono in guardia i revisori di Lussemburgo. "Manca una tabella di marcia strategica" per promuovere la presenza delle infrastrutture di ricarica sul territorio. Bruxelles lontana dall'obiettivo di un milione di colonnine elettriche entro il 2025

Bruxelles – Un milione di punti di ricarica per veicoli elettrici in Europa entro il 2025. Questo uno degli obiettivi delineati dal Green Deal per una mobilità elettrica più diffusa nell’UE  insieme a quello di ridurre entro il 2050 le proprie emissioni di gas a effetto serra generate dai trasporti del 90 per cento rispetto ai livelli del 1990. Bruxelles vuole immettere sul mercato sempre più veicoli elettrici per rendere la mobilità meno inquinante (i trasporti generano circa un quarto di tutte le emissioni di gas a effetto serra nell’UE, soprattutto quelli su strada), ma ancora non dispone di una tabella di marcia strategica generale per la mobilità elettrica né un quadro armonizzato per le infrastrutture di ricarica, le cosiddette colonnine, per spingere la domanda.

A queste conclusioni è giunto l’ultimo audit della Corte dei Conti UE sulle “Infrastrutture per la ricarica dei veicoli elettrici” nell’Unione Europea, pubblicato oggi (13 aprile). Il 2025 è dietro l’angolo, eppure rimangono diversi ostacoli ai viaggi nell’UE con veicoli elettrici: la diffusione dei punti di ricarica non è omogenea nel Continente, non c’è un requisito minimo chiaro per le infrastrutture di ricarica che consenta una diffusione uniforme negli Stati membri. Ma soprattutto la mobilità elettrica in UE è ancora lontana dall’obiettivo stabilito nel Green Deal di un milione di punti di ricarica entro il 2025, per arrivare a 3 milioni entro il 2030 come stabilito nell’ultima Strategia UE per la mobilità sostenibile. Promuovere una mobilità con meno impatto sul clima e a basse emissioni di carbonio significa anche favorire la diffusione di mezzi elettrici, ma è imprescindibile intensificare la presenza delle infrastrutture di ricarica sul territorio.

Punti di ricarica in UE e Regno Unito in confronto all’obiettivo del Green Deal (Foto: Audit Corte dei Conti UE)

L’ACEA (l’Associazione dei costruttori europei di automobili) ha stimato nel 2020 un boom di veicoli elettrici (veicoli elettrici a batteria o ibridi ricaricabili), che hanno rappresentato il 10,5 per cento delle nuove immatricolazioni lo scorso anno, nonostante il calo generale dovuto all’impatto del COVID-19. I produttori di autovetture prevedono che la produzione di veicoli elettrici in Europa aumenterà di sei volte tra il 2019 e il 2025, raggiungendo più di 4 milioni di autovetture e furgoni all’anno, ossia più di un quinto dei volumi di produzione di autovetture nell’UE. “Ma le reti di ricarica in Europa non si stanno sviluppando allo stesso ritmo”.

Secondo le stime fornite dai revisori di Lussemburgo, il numero di punti di ricarica accessibili al pubblico è aumentato tra 2014 e 2020 ma non abbastanza: passa da circa 34mila nel 2014 a 250mila a settembre 2020 (come da immagine sopra), ma si tratta di un numero significativamente inferiore ai 440mila punti di ricarica indicati da Bruxelles come obiettivo al 2020. Se la diffusione delle infrastrutture continuerà a seguire la tendenza del 2014-2020, secondo i revisori di Lussemburgo c’è “un rischio significativo di non raggiungere” l’obiettivo di 1 milione di punti di ricarica accessibili al pubblico entro il 2025.

Differenze sostanziali tra Stati UE

Numero di punti di ricarica accessibili al pubblico e numero di
punti di ricarica ogni 100 km2

Il rapporto mette in luce anche notevoli differenze tra Stati membri nella realizzazione di infrastrutture di ricarica. Alcuni Stati membri hanno oltrepassato i valori-obiettivo fissati, altri invece sono significativamente in ritardo. Il rapporto parla di una “frammentazione della mobilità elettrica nell’UE”, con notevoli differenze per quanto riguarda la densità delle infrastrutture di ricarica e i tassi di possesso di veicoli elettrici negli Stati membri. La maggiore diffusione si registra nei Paesi dell’Europa Occidentale, mentre quella più bassa nei paesi dell’Europa centrale ed orientale: Germania, Francia e Paesi Bassi rappresentano insieme la grande maggioranza (69 per cento) di tutti i punti di ricarica.

E secondo i revisori di Lussemburgo la diffusione non omogenea delle colonnine su territorio europeo “non facilita gli spostamenti con veicoli elettrici nell’UE”. “La mobilità elettrica necessita di un numero sufficiente di infrastrutture di ricarica. Ma affinché tali infrastrutture siano costruite, è necessario che ci siano maggiori certezze circa la diffusione dei veicoli elettrici”, ha dichiarato Ladislav Balko, il Membro della Corte responsabile della relazione. La Corte di Lussemburgo spiega così il dilemma che deve risolvere l’UE per la costruzione di un mercato più efficiente: da un lato, il numero di utenti che passerà ai veicoli elettrici sarà limitato fino a quando non sarà disponibile una infrastruttura di ricarica; dall’altro, però, gli investimenti in infrastrutture necessitano di maggiori certezze circa la diffusione dei veicoli elettrici. “Lo scorso anno, un’autovettura ogni dieci vendute nell’UE era ricaricabile elettricamente, ma le infrastrutture di ricarica non sono accessibili in modo uniforme nell’UE. La Corte ritiene che la Commissione dovrebbe fare di più per sostenere una copertura della rete in tutta l’UE e garantire che i fondi UE vadano là dove sono maggiormente necessari”, ha concluso Balko.

La Corte mette in evidenza che la Commissione nel fissare i suoi obiettivi non ha realizzato un’analisi preliminare completa del deficit infrastrutturale sul territorio per stabilire “quante stazioni di ricarica accessibili al pubblico fossero necessarie, dove avrebbero dovuto essere situate e quale potenza avrebbero dovuto erogare”. Inefficienza anche sul controllo dei finanziamenti forniti attraverso il meccanismo per collegare l’Europa (MCE) che “non sono sempre andati là dove erano maggiormente necessari e non erano stati stabiliti obiettivi coerenti né requisiti minimi in materia di infrastrutture a livello UE”, conclude la Corte UE.

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