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Il Parlamento porta il Recovery al traguardo. Draghi:

Il Parlamento porta il Recovery al traguardo. Draghi: "Non possiamo perdere questa sfida"

Larga maggioranza per la risoluzione che sostiene il programma del governo. Astenuto il partito di Fratelli d'Italia che protesta per aver avuto il piano troppo a ridosso del voto. Entro venerdì l'invio a Bruxelles

Roma – Parlamento coinvolto e “non finisce qui” assicura il presidente del Consiglio Mario Draghi nella seconda giornata di dibattito che ha licenziato il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il premier si era appuntato le note critiche durante la discussione in aula e oggi ha replicato praticamente a tutte le osservazioni. Rassicurazioni che hanno raccolto l’assenso dei partiti di maggioranza, non altrettanto dell’opposizione di Fratelli d’Italia che con Giorgia Meloni ha protestato duramente per i tempi ridotti dell’esame del Recovery italiano. Al termine, il voto della destra sarà di astensione (51) mentre quello degli ex Cinque stelle contrario. La risoluzione votata dalla maggioranza, (442 favorevoli) dà un giudizio positivo ma impegna il governo ad “assicurare il pieno coinvolgimento del Parlamento, delle Regioni e degli Enti locali nelle fasi di attuazione”.    Speculare il voto del Senato che ha licenziato il PNRR a fine giornata con 224 favorevoli, i 21 astenuti di FdI e 16 contrari.

Draghi non solo s’impegna, annunciando che “il contributo del Parlamento non finisce qui”, ma chiede “lo sforzo corale” di tutti da cui dipende la riuscita del piano di ripresa. Sui tempi stretti ammette che la presentazione entro il 30 aprile non è perentoria ma prima si spedisce a Bruxelles e prima sarà esaminato. Lo sguardo è all’anticipo del 13 per cento delle risorse, ovvero 24 dei 191,5 miliardi di euro previsti dal PNRR che dovrebbero arrivare a luglio.

Il premier ha ribadito anche nella replica che le riforme che accompagneranno il Recovery italiano saranno determinanti proprio per l’attuazione e a queste è assegnata proprio l’attività legislativa delle Camere. L’esempio citato è sulla transizione energetica: “senza le riforme per attuare questi progetti ci vorranno 40 anni”.  Fin dai prossimi mesi sono attese le leggi delega e i decreti in materia di semplificazioni, di concorrenza, anticorruzione oltre che i processi più impegnativi della giustizia penale, civile e tributaria che hanno come traguardo la fine del 2022.

Dunque, dalla conferma dell’imponente sforzo per il Mezzogiorno, per la banda larga ovunque entro il 2026, i 500 milioni per Roma caput mundi, al miliardo di euro destinato allo sport, Draghi risponde ai punti critici sollevati dal dibattito. Entra nel dettaglio delle cifre e degli investimenti in programma ricordando che “le risorse sono sempre poche se non vengono utilizzate”, puntura di spillo rivolta al quelle aree del sud con una bassa capacità di spesa.

Discute le note critiche il premier ma non recede però dall’obiettivo finale, rinnovando l’appello a guardare all’impianto complessivo e alla sfida che nei prossimi anni potrà trasformare il Paese. Ed è sulla riuscita e sulla credibilità che l’Italia si gioca molto in questo piano e soprattutto sulle riforme richieste con grande determinazione dall’UE. “Una sfida che non possiamo perdere, perché non ci saranno più risorse in comune se non saremo in grado di spendere bene”.

Al Senato, il dibattito è entrato con più determinazione più nel merito, favorito dai tempi più ampi rispetto a Montecitorio, e che ha toccato altri punti critici come le risorse destinate alla ricerca. Si tratta di fondi che non compensano i tagli dell’ultimo ventennio come ha notato la senatrice a vita e scienziata Elena Cattaneo che però riconosce siano una base importante, chiedendo che soprattutto la ricerca di base sia finanziata da strumenti ordinari e strutturali.

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