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I sindacati del Parlamento europeo dicono
La sede del Parlamento europeo a Strasburgo [foto: European Parliament]

I sindacati del Parlamento europeo dicono "no" al COVID green pass

Contrari anche ai tamponi, "procedura medica invasiva per la quale è richiesto il consenso libero e informato. Lo squilibrio di potere intrinseco tra datore di lavoro e lavoratore renderebbe virtualmente impossibile tale libero consenso"

Bruxelles – I sindacati dei circa 8.000 dipendenti del Parlamento europeo hanno deciso di opporsi all’introduzione del COVID green pass obbligatorio per l’accesso agli edifici dell’Eurocamera.

In un’assemblea straordinaria, riunitasi ieri, i rappresentanti dei lavoratori hanno deciso di opporsi a quanto, secondo le previsioni, l’Ufficio di presidenza del Parlamento dovrebbe invece decidere domani.

“Ci auguriamo – affermano i sindacati in una comunicazione agli iscritti – che il voto del Comitato del personale venga tenuto in considerazione alla Camera della democrazia”.

I sindacalisti spiegano che “dopo una lunga e seria riflessione nel tentativo di trovare il giusto equilibrio tra bene comune e diritti individuali” si è deciso “di dire ‘NO’ (maiuscolo nel testo, ndr) all’introduzione del Certificato EU Digital COVID al Parlamento Europeo”.

Le ragioni sono le più diverse, da una prima, nella quale i sindacalisti si ergono a esegeti della legislazione belga cui si richiama l’Ufficio di presidenza del Parlamento per introdurre il pass (“nutriamo seri dubbi sull’esistenza di una base giuridica valida”) ad una seconda nella quale si sostituiscono alla Corte di Giustizia, affermando che “il progetto di decisione violerebbe la Carta dei diritti fondamentali, vale a dire l’articolo 3 sul diritto all’integrità della persona e l’articolo 7 sul diritto alla vita privata”.

C’è poi l’attacco ai tamponi, poiché “la misura proposta non è proporzionale in quanto sottopone molti colleghi a ripetute procedure mediche in un contesto in cui la campagna di vaccinazione del Parlamento si è rivelata molto efficace con un tasso di vaccinazione superiore all’85%”.

Si passa poi ad argomentazioni più propriamente sindacali, come quella secondo la quale “i test PCR con tampone nasale costituiscono una procedura medica invasiva per la quale è richiesto il consenso libero e informato. Lo squilibrio di potere intrinseco tra datore di lavoro e lavoratore renderebbe virtualmente impossibile tale libero consenso”.

Poi però i sindacalisti mettono il camice da medico e affermano: “Mettiamo in dubbio il valore aggiunto dell’introduzione del pass COVID in quanto tutte le altre misure sanitarie (distanziamento fisico, uso di mascherine chirurgiche e misurazione della temperatura agli ingressi) rimarranno in vigore”.

Infine si ritorna al confronto sindacale più puro, e i rappresentanti dei lavoratori concludono con un appello: “Riteniamo che qualsiasi misura che abbia un impatto sulla vita quotidiana del personale debba essere il risultato di un dialogo aperto e costruttivo con i rappresentanti del personale”.