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"L'export della moda italiana è quasi ai livelli pre-COVID, ma servono investimenti e aperture". Intervista a Carlo Capasa

Il presidente della Camera nazionale della moda italiana spiega le prospettive dell'export 2022, tra Brexit e crisi globali, e le proposte al governo: "Serve un sostegno alla digitalizzazione e alla sostenibilità del settore, ma anche riaprire al turismo straniero in sicurezza"

Bruxelles – Pandemia COVID-19, crisi energetica, crescita dei prezzi delle materie prime e cambiamenti di rapporti internazionali. L’export della moda italiana ha avuto e sta avendo molto filo da torcere negli ultimi due anni, ma il 2022 potrebbe essere il fiore all’occhiello di una ripresa che sta riportando il secondo comparto industriale nazionale per fatturato ai livelli pre-pandemia.

“Se si riuscirà a contenere l’ondata Omicron entro febbraio, alla fine di quest’anno riusciremo a recuperare tutte le perdite del 2020 e a riassestarci sui 70 miliardi di euro di export del 2019, senza perdere posti di lavoro”, è la previsione di Carlo Capasa, presidente della Camera nazionale della moda italiana (l’associazione che disciplina, coordina e promuove lo sviluppo di questo cruciale comparto industriale per il Paese), nel corso di una lunga intervista rilasciata a Eunews.

Presidente, cosa ci dicono i dati dell’export della moda italiana?

“Che le esportazioni verso i primi dieci Paesi UE ed extra-UE con cui commerciamo sono cresciute in doppia cifra nel 2021. Il terzo trimestre dello scorso anno si è stabilizzato circa sui livelli dello stesso periodo del 2019 e abbiamo recuperato circa 16 miliardi di euro di fatturato sui 24 persi nel 2020. Di questo passo, nel 2022 recupereremo i restanti otto miliardi, con una previsione di crescita dell’export rispetto all’ultimo anno pre-COVID”.

E due anni di pandemia cos’hanno lasciato in eredità?

“C’è una spinta sempre maggiore verso le aggregazioni in gruppi più grandi. In Italia, dove il 90 per cento delle 67 mila imprese impiega meno di 15 dipendenti, questo è un problema. Servono misure ad hoc a favore della crescita dei distretti industriali, anche attraverso sistemi operativi digitalizzati che migliorino l’efficienza delle singole aziende e permettano loro di fare investimenti altrimenti impensabili. Non solo l’e-commerce, ma anche l’industria 4.0, le collezioni virtuali, il modellismo 3D e il trasferimento di dati ai fornitori in tempo reale. È stato tutto parte di una proposta che abbiamo fatto nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza, per mantenere l’innovazione, l’unicità e la competitività di questo settore con un piano da 12 miliardi di euro in sei anni”.

Che accoglienza ha avuto la proposta?

“Direi abbastanza positiva. Dobbiamo difendere la posizione di primi produttori di alta gamma al mondo, puntando su investimenti seri. La Milano Fashion Week del settembre 2021, con i suoi 56 milioni di utenti collegati in diretta da remoto, ha dimostrato che la strada da seguire è l’implementazione degli strumenti digitali complessi. E poi servono investimenti sulla formazione nelle scuole professionali, per tramandare lavori tradizionali ai giovani, come chiede la proposta avanzata insieme alla Confindustria Moda, e agevolazioni per la riqualificazione e la crescita delle competenze dei lavoratori sul piano della digitalizzazione e della sostenibilità”.

Le sfide per il 2022 sono molte, a partire dalla crescita dei prezzi delle materie prime e le difficoltà di approvvigionamento.

“Un impatto lo avvertiremo sicuramente, sia per il problema strutturale del costo dell’energia che deve essere risolto il prima possibile, sia per quello temporaneo dell’inflazione. Siamo preoccupati, perché non si può scaricare tutto sul prezzo finale del prodotto. Per questo motivo bisogna ragionare in maniera diversa in termini di magazzino e sul piano della sostenibilità ambientale e sociale. Ormai l’onda del fast-fashion è in fase calante, proprio perché il concetto ‘usa e getta’ è contro la logica della preservazione e del riciclo. Quello che cerchiamo di fare, anche grazie alla digitalizzazione, è produrre più collezioni limitate: è un processo virtuoso che consente di ottimizzare la produzione e ridurre gli sprechi di magazzino, mantenendo un buon margine nelle politiche sul costo del prodotto finale”.

Ci sono preoccupazioni anche per le restrizioni legate alla variante Omicron? 

“Per l’export della moda italiana questo è un tema importante. Fra pochi settimane ci sarà la Milano Women’s Fashion Week e abbiamo molti richieste di partecipazione da compratori e giornalisti che vengono da Paesi come Russia, Giappone, Corea, dell’Est Europa e del Medio Oriente. Con il super green pass hanno grosse difficoltà a entrare in Italia e, in ogni caso, non potrebbero nemmeno accedere alle sfilate. Ecco perché venerdì scorso [28 gennaio, ndr] abbiamo presentato una proposta al governo Draghi per un ‘corridoio verde’ ben controllato: chi arriva su invito e d’accordo con il consolato, ma è vaccinato con un siero non riconosciuto dall’Unione Europea, dovrà presentare un tampone molecolare negativo all’arrivo, rifarlo dopo 72 ore e, se negativo, potrà muoversi liberamente per una settimana. Aspettiamo una risposta dal governo entro questa settimana: sarebbe un modo per far ripartire l’economia in maniera responsabile e sicura, anche con l’apporto del turismo da Paesi extra-UE”.

A proposito di Russia, che rischi corre l’export della moda italiana con le tensioni in Ucraina?

“I timori ci sono, perché ogni volta che si scatenano problemi geopolitici, si registra un impatto negativo anche sulla moda. Per l’export italiano la Russia rappresenta un mercato importante e nel 2021 ha registrato una crescita di circa il 20 per cento. Ci auguriamo che questa situazione si risolva il prima possibile, considerato il fatto che quando le relazioni internazionali non sono distese e le merci non circolano liberamente, l’Italia è uno dei primi Paesi colpiti dai problemi sugli scambi globali“.

Chiudiamo sulla questione del libero scambio. L’unico calo di fatturato nelle esportazioni del 2021 ha riguardato il Regno Unito post-Brexit. Perché?

“Prima di tutto per un cambiamento delle leggi nel Regno Unito, dove ora non è più possibile fare acquisti con un regime tax free per i turisti stranieri. Poi per maggiori difficoltà nei viaggi per shopping, che ha portato a un crollo della fascia di consumatori/turisti dal mondo arabo. E infine per questioni logistiche, legate alle importazioni di merci: alle dogane si sono creati grossi intasamenti e problemi di gestione delle giacenze molto complessi”.

Eppure alla Brexit saremmo dovuti essere tutti pronti da tempo.

“È vero, ma è stata evidente la mancanza di organizzazione sullo scambio delle merci. La regolamentazione è arrivata con la Brexit già in atto e la logistica è rimasta indietro rispetto a tutto il resto. Basti ricordare che a inizio 2021 le merci erano bloccate alla dogana e nessuno sapeva come sbloccarle, con i funzionari britannici che davano informazioni contrastanti. La situazione però non è ancora fluida e il numero di controlli effettuati su un ammontare di merci enorme ha messo dura prova strutture non preparate a questo improvviso cambiamento. Di certo c’è che il Regno Unito ha una capacità minore di assorbire la Brexit rispetto all’Unione Europea, il settore della moda italiana lo sta dimostrando”.

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