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Al gas della Russia è complicato rinunciare ma possiamo prendere le contromisure

Al gas della Russia è complicato rinunciare ma possiamo prendere le contromisure

Diversificare i fornitori, aumentare la produzione nazionale e le capacità dei rigassificatori, sono le soluzioni da adottare nel breve periodo. Gli errori del passato e le rinnovabili dove burocrazia e Nimby ostacolano i progetti. Fermi nove parchi eolici su dieci

Roma – “Non possiamo essere così dipendenti dalle decisioni di un solo Paese, ne va anche della nostra libertà, non solo della nostra prosperità”. Il presidente del Consiglio Mario Draghi è stato chiaro nelle comunicazioni alle Camere sugli sviluppi del conflitto sul tema della sicurezza energetica nazionale. La riflessione del premier e del governo, ha riguardato le scelte poco lungimiranti del passato e la strategia per pianificare le alternative, non solo quelle di breve periodo o per l’emergenza.

La prima rassicurazione che arriva dalla politica e dagli operatori del settore è che non ci sono rischi immediati di sofferenza, seppure dovesse chiudersi il rubinetto dalla Russia che garantisce oltre 33 miliardi di metri cubi di gas, pari al 46 per cento delle nostre importazioni. Questo per la ragione più banale che sono in arrivo temperature più miti e, presumibilmente, un calo dei consumi, così che e le riserve sarebbero in grado di sostenere la domanda per alcuni mesi. Il rischio è che il ricorso agli stoccaggi (che come indicato anche da Bruxelles verranno comunque elevati) possa intaccare i risparmi che normalmente vengono accumulati nella buona stagione e dunque il problema potrebbe riproporsi per il prossimo inverno come lo stesso Draghi ha ammesso. Va considerato poi che l’Italia è uno dei paesi in Europa con le scorte strategiche (extra stoccaggi e da intaccare solo in ultimissima ipotesi) più elevate, che garantiscono un ulteriore margine di sicurezza.

In ogni caso, salvo un aggravamento ulteriore del conflitto e delle relazioni tra Mosca e l’Europa, è molto improbabile che le forniture attuali possano interrompersi perché la Russia non può permettersi di perdere un cliente importante che paga con valuta pregiata quale è l’Italia. L’esclusione di GazpromBank dalla lista delle misure finanziarie restrittive adottate dall’UE, è la conferma che per ora le forniture proseguiranno.

Si stanno comunque pianificando le alternative per coprire meglio la domanda di gas che nel 2021 ha raggiunto la cifra di 76 miliardi di metri cubi. Draghi nel prevedere la diversificazione dell’approvvigionamento ha indicato in prima battuta quella dei Paesi fornitori che potrebbero aumentare la dotazione attraverso i tre gasdotti principali che raggiungono l’Italia: Green Stream, Trans-Med e il Trans Adriatico TAP, da Algeria, Libia e Azerbaijan, attualmente non a pieno regime. Nella missione dei giorni scorsi in Algeria del ministro degli Affari esteri Luigi Di Maio ha iniziato la trattativa e analoga richiesta è stata avanzata agli Paesi dai quali importiamo il gas.

Una piccola quota arriverà poi dall’aumento della produzione nazionale che purtroppo dai 17 miliardi di metri cubi del 2000 è passata attualmente a 3,4 miliardi, pari ad appena il 5 per cento dei consumi. Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha annunciato che con le capacità attuali degli impianti si potrebbe aumentare fino a 5,6 miliardi di metri cubi. Qui, incrociamo il passo falso fatto nel recente passato, quel disinvestimento adottato per ragioni prevalentemente economiche in una fase in cui importarlo da fuori costava meno. Ora le condizioni sono decisamente diverse, con il prezzo d’acquisto che continua ad aumentare vertiginosamente ma i pozzi non possono essere riattivati da un giorno all’altro e senza investimenti importanti.

Capitolo a parte sono le importazioni di GNL, il gas liquefatto che alimenta i tre rigassificatori di La Spezia, l’Adriatic Lng di Porto Viro(RO) e l’impianto flottante al largo di Livorno. Le capacità non sono elevate ma se avessimo la dotazione della Spagna che ha sette rigassificatori non sarebbe necessario preoccuparsi. Tuttavia, grazie a queste alternative e diversificazione delle forniture. l’Italia sarebbe in grado di mettere insieme contributi certamente limitati, ma non per questo complessivamente trascurabili.

È vero che i costi di rigassificazione sono praticamente doppi del metano da gasdotto (in condizioni normali di mercato) ma diventano concorrenziali con contratti a lungo termine. In più occasioni su questo genere di impianti si è abbattuta la furia del ‘Nimby’, (non nel mio giardino). È accaduto in diverse realtà locali e ancora in questi giorni in Sardegna viene avversato il progetto che prevede di ospitare alcune navi metaniere trasformate in unità di rigassificazione (floating storage regasification unit), mentre rimane ancora al palo in Sicilia l’impianto di Porto Empedocle.

Il gas è stato incluso nella tassonomia europea, classificandolo come fonte non green ma utilizzabile nella fase della transizione energetica. In Italia il ministro Roberto Cingolani ha più volte ribadito che una forte accelerazione delle fonti rinnovabili, l’eolico e il fotovoltaico potrebbe sostenere (non sostituire, allo stato della rete di distribuzione) l’impiego delle fonti fossili. Anche in questo caso però gli ostacoli burocratici e l’opposizione di realtà locali ai progetti presentati al MITE e alle Regioni hanno fermato lo sviluppo delle rinnovabili. Da una delle ultime stime risultano ferme per ragioni varie, le domande del 90 per cento dei parchi eolici ‘on e off shore’ finora proposti, anche se dal ministero della Transizione ecologica assicurano che in questo primo semestre verranno semplificate e sbloccate molte autorizzazioni. Investimenti che sarebbero in buona parte compresi nel Piano nazionale di ripresa e resilienza ma soprattutto necessari per la produzione di idrogeno verde che rappresenta la nuova frontiera per la mobilità sostenibile.

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