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    Home » Opinioni » Bisogna stare dalla parte dell’Ucraina. Ambiguità e derive ideologiche del movimento pacifista

    Bisogna stare dalla parte dell’Ucraina. Ambiguità e derive ideologiche del movimento pacifista

    Non ci può mai essere equidistanza tra aggredito e aggressore: ma i pacifisti e chi li guida fanno fatica a capirlo

    Antonio Gozzi di Antonio Gozzi
    10 Marzo 2022
    in Opinioni
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    Come tutti gli uomini cresciuti nel business internazionale e abituati a confrontarsi continuamente con popoli e culture diverse e a cercare di comprenderli, conosco perfettamente il valore della pace.

    Anzi ho sostenuto più volte che la cultura mercantile è uno dei più grandi antidoti contro la guerra: quando gli uomini commerciano tra loro normalmente non si sparano.

    Detto ciò, devo confessare che i movimenti pacifisti non mi hanno mai convinto.

    Questa diffidenza risale agli anni ’80 del secolo scorso quando in tutt’Europa, ma in particolare in Italia e Germania, decine di migliaia di persone sfilarono sotto la bandiera della pace per protestare contro la decisione del governo Craxi, seguito dal governo socialdemocratico tedesco di Helmut Schmidt, di schierare nelle basi italiane e tedesche i missili Pershing e Cruise in risposta allo schieramento da parte dell’URSS (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) dei missili nucleari SS-20 puntati sulle capitali dell’Europa Occidentale.

    Si scoprì molti anni dopo che quelle manifestazioni, a cui avevano partecipato moltissime persone in buona fede, erano state finanziate e sostenute dai servizi segreti sovietici, in particolare il KGB.

    Così come molti anni dopo numerosi studiosi di politica internazionale riconobbero che la coraggiosa decisione di Craxi, seguita da quella del Cancelliere tedesco, era stata determinante per la caduta dell’impero comunista sovietico.

    Troppe volte in questi anni abbiamo assistito a un pacifismo a senso unico. Le folle fatte di giovani, donne, anziani, bambini di cui moltissimi, lo ripeto, in assoluta buona fede vengono spesso strumentalizzate da movimenti di sinistra estrema. Basta guardare la foto, pubblicata dal ‘Secolo XIX’, del corteo dell’ultima manifestazione a Genova, quella di sabato scorso. In testa, dietro allo striscione ‘Contro tutti i nazionalismi La nostra patria è il mondo intero’, solo bandiere rosse.

    Queste folle sono sempre pronte a sfilare contro l’imperialismo americano, contro Israele, e in generale contro le azioni dell’Occidente. Spariscono, proprio non si sono viste, in molti altri casi e frangenti: gli attentati del fondamentalismo islamico con migliaia di morti a New York, a Parigi, a Bruxelles e in tante altre città ; le guerre di Putin in Cecenia, in Georgia, nel Donbass e in Crimea, in Siria; la persecuzione dei curdi da parte dell’Isis, dei turchi e delle milizie scite filoiraniane; le sopraffazioni e le violenze perpetrate da dittatori e violenti di mezzo mondo specie se orientati a una vetero ideologia comunista.

    Anche questa volta, sulla tragica vicenda dell’Ucraina, le manifestazioni pacifiste si sono caratterizzate per la loro genericità e ambiguità.

    Mentre gli ucraini muoiono per difendere il loro paese dall’invasione di una gigantesca armata russa spedita da Putin ad aggredire una nazione, la sua libertà e il suo diritto alla autodeterminazione e per riportarla sotto il dominio russo, un’armata che si sta macchiando di crimini contro la popolazione civile inerme, i pacifisti sfilano, oltre che con le bandiere della pace, con cartelloni contro Putin, contro la Nato, e anche contro il segretario del Partito Democratico, Enrico Letta reo di aver appoggiato la decisione del Governo di inviare aiuti anche militari al popolo ucraino che lotta per la sua libertà.

    In quei cortei spesso non si fa distinzione tra gli aggrediti e gli  aggressori, non si avanza alcuna proposta politica, ci si nasconde dietro un generico invito a ‘Cessare la guerra, Europe for peace’ e non si ha il coraggio di dire se è giusto o no rispondere ai disperati appelli degli ucraini che chiedono aiuto per difendersi dall’aggressore; anzi si attacca la decisione del Governo italiano che, insieme a tutti gli altri governi europei, ha deciso di farlo.

    Ci sono in questa confusione i campioni delle scemenze e delle strumentalizzazioni.

    L’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris attacca Draghi perché a suo dire succube della Nato e degli Usa. “All’escalation di Putin non si risponde con un’altra, seppur diversa, escalation”. Bisognerebbe che l’ex sindaco ci dicesse cosa si deve fare per fermare Putin. L’ex deputato Oliviero Diliberto è stato intervistato dalla tv cinese per attaccare la Nato e parlare di “arroganza dell’Occidente”. Arroganza di fronte a un’aggressione a un paese libero da parte di un dittatore così spietato e così incline a nostalgie imperiali?

    Questa sinistra radicale ha una narrazione totalmente unilaterale e lontana dalla realtà: ogni guerra è colpa dell’imperialismo occidentale, degli altri imperialismi si tace; le colpe dell’Europa sono equiparate alla brutale invasione di Putin; e pazienza se l’Ucraina farà la fine dell’Ungheria del 1956 e della Cecoslovacchia del 1968.

    Che tristezza. Che ambiguità.

    Fino a quando in questo gioco ci sta la sinistra estrema è un conto, ma quando partecipano anche l’Anpi, la Cgil di Landini e la Uil allora il problema incomincia a essere serio.

    In particolare incomprensibile appare la posizione dell’Anpi: i partigiani italiani hanno combattuto armi alla mano per la liberazione dell’Italia. Se non lo avessero fatto, non saremmo qui a parlare di loro. E se americani e inglesi non avessero inviato armi alle brigate partigiane, come avrebbero fatto queste a combattere i nazisti e i fascisti?

    Purtroppo di vecchi partigiani non ce n’è quasi più. Avrebbero ricordato, come fa una delle ultime superstiti, Teresa Vergalli, che “le conquiste vanno sempre difese”. Si ha la sensazione che l’Anpi sia diventata un’organizzazione in mano alla sinistra radicale, con ciò stesso tradendo la sua natura e la sua storia. Basta leggere le dichiarazioni fatte sabato scorso da alcuni suoi sconosciuti rappresentanti per comprendere ciò.

    È facile cavarsela con un bel ‘no alla guerra’, aderire a qualunque genericità pacifista, patrocinare manifestazioni con tanti palloncini colorati e generiche esortazioni alla pace che lasciano il tempo che trovano.

    Più difficile misurarsi con il tragico dilemma di quando è lecito usare la forza.

    La domanda è: è lecito usare la forza quando a farlo è un governo eletto democraticamente, quando si combatte per la naturale volontà di difendere il proprio Paese e la vita dei suoi cittadini, quando si combatte per la libertà?

    Questa domanda esige una risposta e cercarla è certamente più difficile ma anche più coraggioso che partecipare a manifestazioni per la pace.

    In questo contesto segnaliamo il coraggio del leader di un’organizzazione sindacale come la Cisl, che ha preso una posizione contro la manifestazione di sabato scorso a Roma e contro le sue ambiguità. Luigi Sbarra, segretario generale della Cisl, lo ha fatto con parole semplici e chiare. “La testimonianza da sola non può bastare, tanto più se tale testimonianza rischia di essere inquinata da pregiudizi e derive ideologiche che sottintendono una sostanziale equidistanza tra le parti in guerra”.

    Non ci può mai essere equidistanza tra aggredito e aggressore: ma i pacifisti e chi li guida fanno fatica a capirlo.

    Leggi l’intervento su Piazza Levante.

    Tags: russiaukraine

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