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    Home » Green Economy » INTERVISTA/ Cingolani: “Sono contento di come stiamo gestendo la crisi del gas”

    INTERVISTA/ Cingolani: “Sono contento di come stiamo gestendo la crisi del gas”

    Intervista esclusiva rilasciata a GEA - Green Economy Agency dal ministro della Transizione Ecologica: "La nostra differenziazione sfrutta il fatto che l’Italia ha 5 gasdotti. Un conto è dipendere da un solo Paese, la Russia, un altro distribuire la pressione su 4 o 5"

    Vittorio Oreggia di Vittorio Oreggia
    5 Aprile 2022
    in Green Economy, Politica
    Roberto Cingolani (Ph Imagoeconomica)

    Roberto Cingolani (Ph Imagoeconomica)

    Torino – Non sono settimane facili per Roberto Cingolani, il ministro della Transizione Ecologica, costretto dal conflitto tra Russia e Ucraina a gestire situazioni inimmaginabili e di estrema delicatezza. “Se rifarei il ministro? E chi se lo immaginava un anno fa, quando mi ha chiamato il presidente Draghi, che sarebbe scoppiata una guerra? Ma quando uno dà la sua parola e presta questo servizio non si può tirare indietro perché è troppo difficile”, dice con un filo di voce nel corso dell’intervista concessa a GEA. Aggiungendo che “la vita non è giusta, ma la vita è quella e va affrontata. Bisogna andare avanti e tenere la barra dritta”. Anche perché la congiuntura geopolitica non consente alternative.

    DOMANDA. Ministro Cingolani, saremo banali ma cominciamo dal gas. Kadri Simson, commissaria europea per l’Energia, sostiene che nel futuro c’è ancora il gas. Gas che noi italiani stiamo cercando di acquistare da nuovi interlocutori per liberarci dal giogo russo. Così, però, invece che da Mosca dipenderemo da altri.

    RISPOSTA. “Noi intanto dobbiamo rimpiazzare al più presto 29 miliardi di metri cubi di gas che ci fornisce ogni anno la Russia, per questioni umanitarie e politiche. Adesso ci stiamo occupando di questo a tempo pieno, siamo molto avanti, c’è un percorso di differenziazione che procede speditamente. Anche perché stiamo accelerando le rinnovabili e possiamo mantenere la nostra road map -55%. Sono già contento di poter dire che con questa catastrofe bellica, a differenza di altri Paesi, non abbiamo alcun piano con sorgenti sporche, lo scenario peggiore è che rimaniamo sul track attuale”.

    D. Sì ma la dipendenza?

    R. “Sono vent’anni che questo paese dice no a tutto… Vent’anni fa producevamo tra i 15 e i 20 miliardi di metri cubi di gas nostro, da nostri giacimenti, Si è deciso di andare sostanzialmente a zero. Oggi ne produciamo tre. Questa cosa avrebbe avuto senso se avessimo ridotto di altrettanto la quota di consumo globale. Invece abbiamo ferito gravemente l’‘industria del nostro gas andando a comprare il gas fuori e facendo esattamente lo stesso danno ambientale. Allora: dopo 20 anni in cui nessuno ammette l’errore, adesso ci lamentiamo di dipendere dagli altri pagando Iva e trasporti, chiudendo le nostre aziende? In un mese questo problema non si risolve. La differenziazione che stiamo portando avanti sfrutta il fatto che l’Italia ha la fortuna di avere 5 gasdotti, siamo connessi a Sud a Nord e a Est, e questo ci consente anche di differenziare geograficamente. Poi avremo due rigassificatori nuovi, non permanenti. Già il fatto di poter distribuire la pressione su 4-5 Paesi, per quanto instabili, è diverso che aver un unico interlocutore, che è la Russia. Comunque la colpa è legata agli errori del passato, per non aver sfruttato le nostre risorse naturali ma anche per aver detto no a qualunque tipo di alternativa energetica. Speriamo che questa lezione ci serva per allargare il portafoglio energetico“.

    D. A proposito di fonti alternative. Lei ha accennato una volta al nucleare ed è scoppiato il finimondo…

    R. “Io ho detto quello che pensavo sul nucleare e l’Europa ha dimostrato che avevo ragione al di là delle ideologie. Molti Paesi hanno reagito a Chernobyl e Fukushima con una chiusura, noi avevamo già i referendum che stabilivano qualcosa e io non posso che rispettare la volontà popolare. In questo momento non mi imbarcherei nella costruzione di una centrale di seconda o terza generazione, quelle francesi per essere chiari. Credo che iniziare oggi con questa tecnologia significa che quando potrà essere utilizzabile sarà vecchia. Io penso sia giusto spingere sull’innovazione. La quarta generazione, che poi sono motori di rompighiaccio nucleari, sono progetti piccoli, modulari che si assemblano e possono anche essere messi sotto terra. Un energy mix ampio deve avere tutto”.

    D. In tutto questo, con il ritorno al carbone per colpa della guerra, la transizione ecologica rallenterà? Greta direbbe ‘blablabla…’.

    R. “Non ritengo che Greta sia un riferimento dal punto di vista delle competenze. Il ‘blablabla’ è una semplificazione di chi non ha mai fatto nulla e proclamarsi primi della classe è una semplificazione di chi è presuntuoso. Noi abbiamo gas e rinnovabili, paghiamo un energy mix stretto, un portafogli di energia non molto ampio, però il nostro phase out del carbone va avanti rapidamente. Direi anche che sulle rinnovabili ora c’è un’accelerazione impressionante. Non sono fautore di una nazione che va tutta a rinnovabili, tecnicamente in questo momento non è possibile per un problema di rete, di distribuzione regionale delle capacità di spostamento della rete e anche per un problema di accumuli. Quindi è troppo semplicistico dire installiamo in fretta grandissime quantità di rinnovabili perché tanto la rete non gestirebbe bene e gli accumuli sarebbero un problema”.

    D. L’idrogeno affascina ma costa

    R. “Costa quello verde, perché quanto più sei pulito tanto più costi. Ricordiamoci che l’idrogeno è un ottimo accumulatore”.

    D. Come si pone il il greenwashing? E’ diventata una necessità?

    R. “Greenwashing mi sembra un neologismo che serve in queste infinite battaglie da tastiera. Quando una azienda o uno Stato ha un piano di decarbonizzazione o di recupero acqua, queste sono azioni che hanno ‘kpi’ misurabili, per cui al netto delle chiacchiere se io riesco a ridurre in un processo la Co2 o lo spreco di acqua, queste sono cose che si misurano, non c’è greenwash che tiene. Che poi qualcuno in nome del green dica cosa gli pare, ci sta anche, ma non condannerei per il gusto di condannare”.

    D. Come vede l’Italia tra 8 anni, nel 2030?

    R. “Prima della guerra avevo un’idea, adesso vorrei capire come va a finire. Due mesi fa, sembra due ere fa, vedevo un’Italia che aveva 5 anni per mettersi in una traiettoria virtuosa a livello ambientale, tecnologico e sociale. Che poi avrebbe vissuto 25 anni sulle sue forze. Speriamo che questa guerra finisca perché la decarbonizzazione è andata in secondo piano e si devono recuperare gli interessi generali per i grandi temi”.

    Tags: gasRoberto Cingolanirussiaunione europea

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