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La disputa sul nucleare e gas naturale in tassonomia approda al Parlamento europeo
L'Emiciclo di Strasburgo ospita la prima sessione plenaria della Conferenza sul futuro dell'Europa

La disputa sul nucleare e gas naturale in tassonomia approda al Parlamento europeo

Strasburgo al voto mercoledì su una risoluzione per dire 'no' all'inclusione di gas e nucleare nel sistema di classificazione degli investimenti sostenibili, come proposto dalla Commissione UE

Bruxelles – Un voto dall’esito incerto, una conta all’ultimo nome. Si apre oggi (4 luglio) a Strasburgo un’intensa sessione plenaria dell’Europarlamento, la prima sotto la presidenza ceca del Consiglio dell’UE e l’ultima prima della pausa estiva delle istituzioni europee. Una plenaria che, tra le altre cose, vedrà gli eurodeputati impegnati a votare su una risoluzione contro l’inserimento dell’energia nucleare e del gas naturale nella tassonomia, il sistema di classificazione delle attività economiche sostenibili dal punto di vista ambientale.

Nel quadro di questa lista ‘verde’ delle attività economiche, la Commissione europea ha proposto di inserire a certe condizioni e per un tempo limitato anche il gas naturale e l’energia nucleare, considerandole fonti necessarie alla transizione verso l’energia 100 per cento rinnovabile. In tal senso, ha presentato all’inizio dell’anno al Consiglio e al Parlamento il secondo atto delegato del regolamento sulla tassonomia, dando ai due co-legislatori quattro mesi di tempo (prorogabili a sei) per opporvisi. La proposta è stata accolta con freddezza da entrambe le parti, chi perché contrario all’inclusione del nucleare, chi al prolungamento del gas, chi a entrambi.

Tassonomia VerdeCritiche che si sono intensificate alla luce della guerra in Ucraina da parte della Russia, il principale fornitore di gas all’Europa e in parte anche dell’uranio arricchito usato per l’energia dell’atomo. I critici della tassonomia considerano l’atto delegato ormai superato dalle nuove necessità energetiche portate dalla guerra, in primis liberarsi della dipendenza del gas russo e ricorrere sempre meno al gas in generale. Di contro, c’è chi pensa tutto l’opposto. La necessità di affrancarsi dagli idrocarburi russi rende ancora più importanti nuovi progetti legati al gas (e al nucleare), per avere più energia elettrica che non arrivi da fonti russe.

Sembra una decisione molto tecnica, in realtà è una questione più che mai politica. Alla plenaria dell’Europarlamento servirà una maggioranza semplice di 353 voti per approvare il testo dell’obiezione sul gas e nucleare presentato a maggio da una coalizione molto trasversale di partiti, dal PPE alla Sinistra. L’esito sembra ancora molto incerto alla vigilia del voto, che si terrà mercoledì 6 luglio (preceduto da un dibattito con la Commissione il giorno prima). Il Partito popolare europeo (PPE) (che conta 177 seggi, è il gruppo che ne ha di più) ha una maggioranza a favore della proposta della Commissione europea ma è probabile che non darà indicazione di voto ai suoi parlamentari, una decisione in questo senso è attesa non prima di martedì sera.

A votare contro l’obiezione su gas e nucleare saranno anche i Conservatori e Riformisti di ECR (64 deputati) e i liberali di Renew Europe (101 deputati, molti dei quali evidentemente seguiranno la linea dettata dal presidente francese Emmanuel Macron pro-nucleare). I Socialdemocratici sosterranno invece l’obiezione, ma il voto sarà risicato secondo varie fonti. Con loro anche i Verdi e la Sinistra unitaria (ex GUE), con cui si arriverebbe a poco più di 250 voti contrari. Mancherebbero un centinaio di indecisi, almeno sulla carta. Questi gli orientamenti al voto già espressi dai gruppi politici, ma non è indicativo di come andrà il voto di mercoledì, soprattutto perché è probabile che molti parlamentari scelgano di votare sulla base delle indicazioni nazionali, più che di quelle del gruppo europeo di appartenenza. Se l’atto delegato verrà bocciato dall’Eurocamera, la Commissione europea sarà costretta a ritirarlo o a modificarlo.

In Consiglio dell’UE una maggioranza per affossare l’atto non si cerca neanche, perché servirebbe una maggioranza rafforzata (20 su 27 Stati) impossibile da raggiungere. Anche qui, nella sede in cui si riuniscono gli Stati membri, di fronte alla proposta della Commissione si è vista una vera e propria frattura, con Berlino – che ha deciso l’addio al nucleare dopo il disastro di Fukushima e ha appena chiuso tre dei sui impianti ancora attivi – che ha guidato una coalizione di Paesi (Austria, Danimarca, Lussemburgo e Portogallo) contrari all’introduzione del nucleare nella tassonomia, considerandola incompatibile con il principio ‘non causare danni significativi’ alla base del regolamento sulla tassonomia dell’UE. Il governo tedesco – espressione della coalizione tra Verdi, Liberali e Spd – dopo vari tentennamenti ha chiarito che si opporrà al testo. Parigi, come è noto, ha guidato una numerosa coalizione di oltre dieci Paesi (Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Polonia, Bulgaria, Croazia, Finlandia, Romania, Slovacchia, Paesi Bassi) che sposano la causa del nucleare. Sebbene ci siano fazioni ben schierate, nessuno dei due schieramenti è intenzionato (o ha i numeri) per dare battaglia contro la proposta della Commissione. Quindi, occhi puntati sull’Emiciclo di Strasburgo.

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