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Nessun accordo nella "riunione d'emergenza" Serbia-Kosovo. Ma il successo Ue è stato riunire Vučić e Kurti a Bruxelles

Non è stato raggiunto alcun risultato concreto nel sesto incontro di alto livello tra il presidente serbo e il premier kosovaro. L'obiettivo dell'alto rappresentante Ue, Josep Borrell, era comunque una distensione dei rapporti dopo le tensioni di confine delle ultime settimane

Bruxelles – Il successo è stato far sedere allo stesso tavolo il presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, e il premier del Kosovo, Albin Kurti. Aspettarsi qualcosa di più era pura utopia. “Non è stato un vertice normale o regolare, è stato di gestione della crisi, con l’obiettivo di calmare la situazione sul campo”, ha confermato in conferenza stampa l’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell. Il sesto incontro di alto livello del dialogo Pristina-Belgrado mediato dall’Ue si è concentrato sulle tensioni crescenti delle ultime settimane nel nord del Kosovo, ma nessuno davvero si aspettava che si potesse raggiungere oggi (giovedì 18 agosto) un’intesa sulla questione, anche solo di massima: “Non c’è ancora un accordo, ma questa non è la fine della storia“, ha tranquillizzato Borrell, riportando la volontà dei due leader balcanici di “portare avanti le discussioni, perché c’è ancora tempo e l’Ue non molla“.

Nel “lungo giorno di incontri” bilaterali e trilaterali, il risultato da segnare per l’Ue è di essere riuscita a “continuare a far dialogare le parti, per creare un clima di stabilità e di sicurezza” nella regione: “I due leader hanno concordato continue discussioni su base regolare, per velocizzare il percorso su un’agenda concordata”, a partire dall’ultima questione che ha riacceso le tensioni, ovvero quella sulle targhe automobilistiche e i documenti d’identità ai valichi di frontiera. “Questa situazione è una conseguenza dell’assenza di un accordo generale, oggi accade qui, domani potrebbe succedere da un’altra parte”, ha sottolineato Borrell, che ha posto l’accento sulla necessitò di “focalizzarci sulla normalizzazione dei rapporti, da troppo tempo irrisolta”. Il momento storico è cruciale, “critico e di pericolo”, dal momento in cui “la guerra è tornata sul continente europeo e non possiamo più permetterci tensioni crescenti“. Se la comunità internazionale “non vuole vedere nuove crisi”, l’alto rappresentante Ue ha condannato con grande forza la “retorica incendiaria” – sulla falsariga delle dichiarazioni della vigilia dell’incontro – e ha ribadito che “i leader saranno ritenuti responsabili di un’eventuale escalation“.

Le tensioni tra Serbia e Kosovo

Il nuovo round di alto livello tra i leader di Serbia e Kosovo arriva dopo le tensioni di confine scoppiate a fine luglio sulla questione delle targhe automobilistiche e dei documenti d’identità al passaggio della frontiera. A seguito di quella che già l’anno scorso era stata definita la “battaglia delle targhe” (per l’imposizione da parte del governo di Pristina dell’applicazione di targhe di prova kosovare ai veicoli serbi in ingresso, misura identica a quella applicata da Belgrado), a Bruxelles era stato trovato un accordo per cercare – all’interno di un gruppo di lavoro congiunto – una soluzione definitiva al problema entro il 21 aprile 2022 (mentre temporaneamente sono stati coperti con degli adesivi i simboli nazionali sulle rispettive targhe). Dopo otto incontri in sei mesi tra gli esperti di Belgrado e Pristina, il compito di raggiungere l’intesa è passato ai capi-negoziatori delle due parti, ma da mesi la situazione è in stallo.

Il fronte è tornato a scaldarsi per la decisione del governo di Pristina di introdurre l’obbligo su tutto il territorio nazionale di utilizzare le targhe kosovare al posto di quelle serbe (molto diffuse tra la minoranza serba nel nord del Paese) a partire dal primo agosto. La misura ha scatenato le proteste di centinaia di cittadini di etnia serba, che hanno creato barricate ai valichi di confine di Jarinje e Bernjak. Dopo il crescere delle tensioni tra i manifestanti e la polizia – con alcuni spari da parte dei primi, che non hanno provocato nessun ferito – su consiglio di Bruxelles e di Washington il premier Kurti ha deciso di posticipare l’introduzione dell’obbligo di un mese, al primo di settembre.

Nonostante la situazione rimanga tesa a causa della costante retorica allarmistica e nazionalistica dei leader dei due Paesi, rimane altamente inverosimile lo scoppio di un nuovo conflitto nei Balcani Occidentali (dopo il decennio di guerre etniche negli anni Novanta, fino alla guerra in Kosovo nel 1998-1999), considerata la presenza del più grande contingente della Nato, la cui forza militare internazionale Kosovo Force (Kfor) dispiega circa 3.700 soldati. Già a fine luglio la Nato aveva avvertito di essere pronta a intervenire “se la stabilità viene compromessa” e lo stesso è stato ripetuto ieri (giovedì 17 agosto) dal segretario generale, Jens Stoltenberg, al termine degli incontri bilaterali con Kurti e Vučić: “Adotteremo ogni misura necessaria per preservare la sicurezza, tutti devono impegnarsi in modo costruttivo nel dialogo Belgrado-Pristina guidato dall’Ue”. Dichiarazioni che non possono essere decontestualizzate rispetto al mandato della Kfor, che è proprio quello di “contribuire al mantenimento di un ambiente sicuro e protetto in Kosovo” e alla “dissuasione di nuove ostilità”.

Il dialogo Pristina-Belgrado

L’inizio del dialogo Serbia-Kosovo facilitato dall’Ue risale all’8 marzo 2011, a tre anni dalla dichiarazione di indipendenza unilaterale di Pristina da Belgrado (17 febbraio 2008). Dopo due anni di incontri a livello tecnico su cooperazione nella regione balcanica, libertà di movimento tra i due Paesi e armonizzazione delle legislazioni nazionali, il dialogo di alto livello culminò nella firma dell’Accordo sui principi che disciplinano la normalizzazione delle relazioni (19 aprile 2013). La situazione da allora andò tuttavia deteriorandosi, dal momento in cui non erano stati affrontati due temi-chiave per mettere in pratica l’accordo: il riconoscimento del Kosovo sovrano da parte di Belgrado e la creazione della Comunità delle municipalità serbe nel Paese con il benestare di Pristina. Il dialogo si congelò nel novembre 2018, quando il governo kosovaro decise di introdurre dazi maggiorati del 100 per cento sulle merci provenienti da Serbia e Bosnia ed Erzegovina.

Allargamento UELo stallo durò fino al 12 luglio 2020, quando l’alto rappresentante Borrell riportò al tavolo dei negoziati (in videoconferenza) il presidente Vučic e l’allora primo ministro kosovaro, Avdullah Hoti, con una seconda riunione in presenza quattro giorni più tardi a Bruxelles e una terza il 7 settembre dello stesso anno. Il clima positivo per la stabilità della regione aveva spinto l’alto rappresentante Ue a promettere che l’accordo definitivo tra Belgrado e Pristina “è una questione di mesi, non di anni“. Ma tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021 una serie di eventi politici sconfessarono subito questa prospettiva, a partire dalle dimissioni dell’ex-presidente Hashim Thaçi per le accuse di crimini di guerra del Tribunale speciale dell’Aja, e poi a seguire il trionfo elettorale della sinistra nazionalista anti-serba guidata dall’attuale premier Kurti. Il quarto e il quinto vertice di alto livello si sono svolti a Bruxelles nell’estate dello scorso anno e hanno evidenziato la difficoltà nel superare la retorica nazionalistica di entrambi i leader, acuita dalla decisione del premier kosovaro di applicare il principio della reciprocità nei confronti di Belgrado: tutto ciò che viene messo in atto dalla Serbia provoca una reazione uguale e contraria a Pristina, come nel caso delle targhe e delle carte d’identità.

L’Ue rimane comunque l’attore imprescindibile per trovare un’intesa definitiva tra i due Paesi balcanici. Se non altro per il fatto che la normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo è la priorità e la condizione preliminare per l’adesione all’Unione di entrambi gli Stati. La Serbia ha ricevuto lo status di Paese candidato nel 2012 e due anni più tardi ha iniziato i negoziati di adesione: nell’ultimo anno ha fatto passi indietro, in particolare sull’allineamento alla politica estera dell’Unione, per il rapporto particolarmente stretto tra Mosca e Belgrado. Per quanto riguarda il Kosovo, nel 2016 ha solo firmato l’Accordo di stabilizzazione e associazione, mentre la richiesta di candidatura è ostacolata dal fatto che cinque Paesi membri Ue ancora non ne riconoscono l’indipendenza e la sovranità (Spagna, Grecia, Slovacchia, Cipro e Romania). Il Parlamento Europeo ha invitato più volte i cinque governi ad allinearsi agli altri 22 Stati membri, ma al momento senza risultati. A questo si somma il fallimento di non aver mantenuto la promessa sulla liberalizzazione dei visti: nonostante la Commissione abbia riconosciuto da tempo che Pristina ha soddisfatto tutte le richieste, anche al vertice Ue-Balcani Occidentali dello scorso giugno non è stato trovato un accordo tra i Paesi membri Ue per permettere ai cittadini kosovari di viaggiare liberamente sul suolo europeo.

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