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La missione impossibile di Viktor Orbán: creare in Consiglio un blocco di contrari allo stop dei fondi Ue all'Ungheria

La missione impossibile di Viktor Orbán: creare in Consiglio un blocco di contrari allo stop dei fondi Ue all'Ungheria

La proposta della Commissione sul congelamento di 7,5 miliardi di euro per violazioni dello Stato di diritto dovrà essere adottata dai Ventisette a maggioranza qualificata. Il premier ungherese cercherà di riunire un fronte di Paesi che comprenda più del 35 per cento della popolazione Ue

Bruxelles – È partita la missione impossibile di Viktor Orbán, a cui credono in pochi e che quasi sicuramente costringerà alla fine il governo dell’Ungheria ad allinearsi alle richieste di Bruxelles sul rispetto dello Stato di diritto, per non perdere i 7,5 miliardi di euro dei fondi di coesione Ue che la Commissione ha proposto di congelare.

Per fermare il processo in Consiglio, il premier ungherese dovrà cercare di creare un blocco di Paesi contrari alle misure avanzate ieri (domenica 18 settembre) dal gabinetto von der Leyen in pochissime settimane: i Ventisette dovranno votare entro il prossimo mese, con una deroga di altri due in caso di “circostanze eccezionali”. Ma già ora il tentativo sembra disperato e potrebbe arenarsi in quasi tutte le capitali su cui Orbán sta puntando le proprie fiches, per i rischi di spaccatura nelle maggioranze di governo (esistenti o ancora da creare). Perché questa volta in Consiglio non si ragionerà all’unanimità, ma a maggioranza qualificata, come prevede il regolamento che vincola l’erogazione dei fondi comunitari provenienti dal quadro pluriennale a un Paese membro, quando le violazioni dello Stato di diritto hanno o rischiano di avere un impatto negativo sul bilancio europeo. Maggioranza qualificata in Consiglio significa il 55 per cento degli Stati membri (in pratica 15 su 27) e che rappresentino almeno il 65 per cento della popolazione totale dell’Unione.

Il primo ministro ungherese, Viktor Orban, con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen [foto: Ursula von der Leyen, account twitter]
Il primo ministro dell’Ungheria, Viktor Orbán, e la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen
Quello che dovrà cercare di assicurarsi il leader dell’Ungheria sarà il cosiddetto blocco di minoranza, vale a dire almeno quattro membri in Consiglio che rappresentino oltre il 35 per cento della popolazione totale Ue. Conti alla mano, l’unica speranza di Orbán passa dalle elezioni in Italia e da una vittoria della coalizione di destra: ma pensare che a Bruxelles tutto si deciderà solo attraverso un governo guidato da Giorgia Meloni sarebbe fin troppo allarmistico, nonché fuori dalla realtà. Perché l’Italia pesa, ma non così tanto, e soprattutto è necessario un vasto blocco di Stati membri per raggiungere quel 35,01 per cento necessario a fermare il meccanismo attivato dalla Commissione, di cui la maggior parte non è scontato si schiererà dalla parte di Orbán.

Tutti gli occhi sono puntati sull’Italia che uscirà dalle elezioni di domenica (25 settembre). Con 59,2 milioni di abitanti, il Paese rappresenta il 13,24 per cento della popolazione totale dell’Unione (447 milioni, secondo i dati Eurostat). Ammesso e non concesso che la coalizione di destra otterrà la maggioranza in Parlamento e riuscirà a formare da sola un governo, le possibilità che la leader di Fratelli d’Italia sostenga l’alleato ungherese in Europa sono frenate da diversi fattori. In primis le tempistiche della formazione dell’esecutivo, che anche nelle migliori ipotesi difficilmente nascerà prima del 18 ottobre (la data ultima per il voto in Consiglio, a meno di una deroga di due mesi): in questo caso sarebbe ancora il governo dimissionario guidato da Mario Draghi a presentarsi a Bruxelles per la votazione. E poi ci sono le recenti parole del leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi: “La nostra presenza nel governo è garanzia assoluta che il governo sarà liberale, cristiano e soprattutto europeista e atlantista, se i nostri alleati dovessero andare in direzioni diverse noi, non staremmo nel governo”. Tutto il contrario di uno stop alla proposta della Commissione ai fondi Ue per l’Ungheria.

Viktor Orban e Mateusz Morawiecki Polonia Ungheria
Il premier ungherese, Viktor Orban, e l’omologo polacco, Mateusz Morawiecki

Un alleato su cui Orbán dovrebbe invece contare senza molti dubbi è la Polonia di Mateusz Morawiecki, altro Paese nel mirino delle istituzioni comunitarie a proposito del rispetto dello Stato di diritto. Il governo di Varsavia può portare in Consiglio un tesoretto pari all’8,45 per cento (37,8 milioni di abitanti), il secondo più consistente alle spalle di quello italiano. Dopodiché è tutto un gioco sugli ‘scarti’, tra l’1 e il 4 per cento. Oltre alla stessa Ungheria – 2,17 (con 9,7 milioni di abitanti) – Orbán potrebbe riattivare i rapporti con altri Paesi membri Ue non proprio in completa sintonia con la Commissione sulle questioni relative allo Stato di diritto: la Bulgaria attraversata da una costante crisi di governo – 1,54 (6,9 milioni di abitanti) – e la Romania – 4,29 per cento (19,2 milioni). Quasi impossibile invece tenere insieme gli altri due Paesi che fanno parte del Gruppo di Visegrád, ovvero Slovacchia (5,5 milioni di abitanti, l’1,23 per cento della popolazione Ue) e Repubblica Ceca (10,5 milioni, il 2,34 per cento), ormai particolarmente critici nei confronti di Ungheria e Polonia proprio per le violazioni nel rispetto dello Stato di diritto e dei diritti umani a Budapest e Varsavia. Praga detiene attualmente la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue e una sponda a Orbán su questo tema metterebbe fine alla credibilità del premier, Petr Fiala, fino alla fine del semestre (31 dicembre). L’omologo slovacco, Eduard Heger, si è invece già esposto con chiarezza: “Il Paese sa molto bene che cosa significhi sottrarre fondi europei, stante l’esperienza di precedenti governi, e la Commissione sta agendo in linea con quanto gli Stati membri hanno convenuto in sede di approvazione del quadro finanziario pluriennale”.

Anche volendo concedere il beneficio del dubbio sul fatto che tutti questi Paesi possano essere in qualche modo convinti dall’Ungheria di Orbán in sede di voto in Consiglio, non raggiungerebbero comunque la soglia per formare un blocco di minoranza, fermandosi al 33,26 per cento della popolazione Ue. Per scavalcare il 35 per cento servirebbe almeno un altro Paese, che al momento si fatica a capire quale potrebbe essere, sia per orientamento politico sia per posizioni sulla tutela del budget comunitario. Ecco perché anche l’opzione Svezia (10,4 milioni di abitanti, il 2,3 per cento) – dove le elezioni sono state vinte dalla destra sarà difficilmente percorribile, considerata sia la tradizionale intransigenza del Paese scandinavo in materia di fondi Ue, sia il fatto che i Moderati di centro-destra non potranno permettersi posizioni troppo divisive a pochi mesi dall’inizio della presidenza di turno del Consiglio dell’Ue e nel pieno del processo di adesione alla Nato.

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