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Von der Leyen propone più fondi comuni per l'indipendenza energetica dell'Ue
Ursula von der Leyen

Von der Leyen propone più fondi comuni per l'indipendenza energetica dell'Ue

"Senza una soluzione europea comune, rischiamo la frammentazione", ha avvertito la presidente della Commissione Ue da Strasburgo dopo il varo da parte della Germania di un pacchetto di aiuti da 200 miliardi di euro. A due giorni dal Vertice informale di Praga propone di potenziare il piano REPowerEU con finanziamenti comuni agiuntivi

Bruxelles – Fondi comuni aggiuntivi per finanziare l’indipendenza energetica dalla Russia e la transizione verde. E’ da Strasburgo, dove è in corso la plenaria dell’Europarlamento, che la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, lancia l’idea di potenziare finanziariamente il piano REPowerEu presentato a maggio per affrancare l’Unione dall’energia russa.

“Con REPowerEU abbiamo sviluppato uno strumento fondamentale per accelerare la transizione verso l’indipendenza energetica e permetterà di investire in infrastrutture, come gasdotti, interconnettori o energie rinnovabili”, ma anche “di sostenere imprese e famiglie a investire nell’efficienza energetica, come isolare le case o installare le pompe di calore o nuove tecnologie”, ha ricordato la leader dell’Esecutivo comunitario di fronte agli eurodeputati. Proprio per le potenzialità che REPowerEu potrebbe avere per sostenere anche famiglie e imprese, la presidente ha aggiunto “penso che dovremmo rafforzare ulteriormente il piano con finanziamenti aggiuntivi, finanziamenti comuni europei”, in modo che tutti “gli Stati europei possano accelerare gli investimenti necessari, modernizzare le infrastrutture energetiche”. E, in questo modo, anche preservare il principio di parità di condizioni.

Pochi dettagli da parte della presidente, ma senza dubbio una chiara risposta ai timori (interni alla stessa Commissione a guida von der Leyen) di una frammentazione della risposta Ue alla crisi energetica che sono stati sollevati a più riprese nei giorni scorsi dopo il varo da parte della Germania di un pacchetto di aiuti a famiglie e imprese tedesche da 200 miliardi di euro. Un pacchetto di ingenti risorse finanziarie che non tutti i Paesi Ue hanno la capacità di bilancio per finanziare come il governo di Berlino. “Senza una soluzione europea comune, rischiamo la frammentazione”, ha avvertito senza indulgenza la presidente tedesca. “Quindi è fondamentale preservare condizioni di parità per tutti nell’Unione europea. E garantiamo la nostra competitività europea sui mercati globali. E dobbiamo farlo come europei, insieme e con una soluzione comune”.

A maggio scorso, la Commissione europea ha varato il piano ‘REPowerEu’ per l’indipendenza energetica dalla Russia, basato essenzialmente su tre pilastri: diversificare i fornitori di gas, abbattere i consumi energetici nelle case e nelle industrie ad alta intensità (le energivore) attraverso l’efficienza e aumentare la capacità di energia rinnovabile nel mix dell’Unione. Di certo non è lo strumento più utile per abbassare i costi delle bollette nell’immediato, ma nel lungo periodo dovrebbe portare a ridurre la dipendenza dai combustili fossili come il gas (che oggi sono più costosi delle rinnovabili) e migliorare l’efficienza di case e industrie (portando quindi un vantaggio economico anche per le bollette).

Al momento del varo, Bruxelles ha stimato risorse necessarie per 300 miliardi di euro fino al 2027 per attuarlo. Bruxelles ha proposto di mettere a disposizione circa 225 miliardi di euro di prestiti ancora non utilizzati dallo strumento di ripresa e resilienza (Recovery and resilience facility, RRf) varato durante la pandemia COVID-19, raccogliendo altri 20 miliardi di euro di sovvenzioni dalla vendita all’asta di quote di carbonio del sistema di scambio di emissioni dell’Ue, il sistema Ets, che oggi sono ferme nella riserva di Stabilità del Mercato. Attraverso l’attuale quadro finanziario (2021-2027), inoltre, la Commissione vuole permettere ai governi che decideranno di farlo di dirottare parte dei fondi della politica di coesione e della politica agricola comune (la PAC) per investire in energie rinnovabili, idrogeno e infrastrutture. Le parole di von der Leyen sull’aumento dei finanziamenti, se pure ancora molto vaghe, lasciano intendere che la parte dei finanziamenti comuni da “potenziare” sarebbe quella dei 225 miliardi di euro di prestiti non utilizzati dagli Stati membri (secondo le stime) che potrebbero essere usate per centrare gli obiettivi di REPower. Durante il briefing con la stampa, il portavoce dell’Esecutivo Ue, Eric Mamer, ha chiarito solo che von der Leyen in plenaria ha sottolineato l’urgenza di un’azione comune per affrontare la crisi energetica, ma il tipo di finanziamento con cui farlo deve ancora essere definito.

Le parole di von der Leyen arrivano, non casualmente, dopo che ieri i ministri delle finanze dell’Ue hanno trovato un accordo a Lussemburgo su come finanziare il piano, in particolare su come raccogliere e come distribuire i 20 miliardi di euro (le uniche risorse fresche in senso proprio) dal mercato europeo del carbonio, il sistema Ets, ovvero la parte su cui gli Stati membri e anche l’Europarlamento non si trovano d’accordo con la Commissione. Nell’approccio generale adottato a Lussemburgo, il Consiglio ha modificato sia dove andare a prelevare questi 20 miliardi sia la chiave di redistribuzione tra gli Stati membri: rispetto alla proposta della Commissione, le risorse andrebbero prelevate per il 75 per cento dal Fondo per l’innovazione e per il 25 per cento dalla vendita anticipata delle quote di emissione di carbonio, invece che dalla vendita all’asta di quelle che oggi si trovano nella riserva di stabilità del mercato dell’Ets. Su come redistribuire questi 20 miliardi, invece, l’accordo raggiunto tra i ministri prevede che siano allocati tenendo conto dei criteri della politica di coesione, della dipendenza degli Stati membri dai combustibili fossili e dall’aumento dei prezzi di investimento. La proposta di Bruxelles prevedeva invece di usare lo stesso meccanismo di redistribuzione usato nel fondo di ripresa (Recovery fund), ovvero popolazione, il prodotto interno lordo pro capite e la disoccupazione, che ha portato l’Italia a essere percepiti tra i Paesi più colpiti dalla pandemia (dunque anche tra i principali beneficiari del fondo). L’accordo tra i governi spiana la strada all’avvio dei negoziati con l’Europarlamento (che dovrebbe adottare la posizione a fine ottobre o a novembre).

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