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    Home » Politica » Sanzioni più severe all’Iran e un’indagine internazionale: l’Ue risponde a Teheran sulla pena di morte ai manifestanti

    Sanzioni più severe all’Iran e un’indagine internazionale: l’Ue risponde a Teheran sulla pena di morte ai manifestanti

    Dal Parlamento europeo Roberta Metsola chiede fermezza nei confronti del regime iraniano, che nel frattempo ha chiesto la pena capitale per chi partecipa alle proteste che infuriano nel Paese dallo scorso 16 settembre

    Simone De La Feld</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@SimoneDeLaFeld1" target="_blank">@SimoneDeLaFeld1</a> di Simone De La Feld @SimoneDeLaFeld1
    9 Novembre 2022
    in Politica
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    Bruxelles – “È giunto il tempo di imporre sanzioni più severe contro il regime iraniano”. La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha voluto aprire la sessione plenaria dell’Eurocamera a Bruxelles con un messaggio forte e chiaro a Teheran: fermezza totale nei confronti del governo teocratico, responsabile di “una repressione spietata delle manifestazioni e di continue violazioni dei diritti umani”.

    Arriva puntuale il grido d’allarme di Metsola, pochi giorni dopo la notizia che l’assemblea consultiva islamica, il parlamento di Teheran, ha richiesto la pena di morte per i manifestanti arrestati durante le proteste che da due mesi infiammano il Paese, a seguito della morte della studentessa ventiduenne, Mahsa Amini, avvenuta lo scorso 16 settembre in un carcere della capitale.

    iran
    I deputati del Majles, l’assemblea consultiva islamica [ph: account twitter di Iran Human Rights]
    Secondo l’agenzia degli attivisti per i diritti umani iraniani (Hrana), sarebbero quasi 15 mila i cittadini messi in stato d’arresto dall’inizio delle proteste, che rischiano ora la pena capitale. L’ultimo bollettino della ONG Iran Human Rights (IHR), pubblicato il 5 novembre, racconta di almeno 304 vittime, tra cui 41 minori e 24 donne, uccise per mano della polizia del regime, che sta rispondendo ai movimenti di piazza con una durissima repressione.

    Le proteste, che da Teheran si sono rapidamente estese a tutti i centri urbani del Paese, trasformandosi in più ampie contestazioni contro il governo teocratico dell’ayatollah Khamenei, hanno ripreso vigore dopo la morte di un’altra giovane donna curda-iraniana, Nasrin Gadheri, picchiata ferocemente con manganellate alla testa dalle forze di sicurezza di Teheran, durante una manifestazione lo scorso venerdì. Le autorità governative hanno ancora una volta, come nel caso di Mahsa Amini, negato il coinvolgimento sostenendo che la vittima presentasse delle patologie pregresse, ma non sembrano più in grado di riportare l’ordine nel Paese, se non rendendosi protagonisti di un’escalation di violenza che assume dimensioni sempre più tragiche.

    “Gli iraniani continuano a scendere in piazza e sono più determinati che mai a portare cambiamenti fondamentali”, ha dichiarato di recente al The Guardian il direttore di IHR, Mahmood Amiry-Moghaddam. Perché se a innescare le proteste sono state soprattutto le donne iraniane, stremate dal rigido controllo del corpo femminile da parte della polizia morale governativa, le marce senza velo e i simbolici tagli di capelli hanno svelato un profondo malcontento generalizzato verso il regime degli ayatollah, che ha coinvolto rapidamente università, intellettuali e un’ampia fetta della società civile iraniana.

    Malcontento a cui la Repubblica Islamica ha deciso di rispondere con una strategia del terrore: da qui la decisione, presa da 227 deputati su 290 totali, di chiedere la pena capitale per i “nemici di Dio (moharebin)” che mettono a repentaglio la sicurezza del regime teocratico. “Come rappresentati di questa nazione chiediamo alle autorità e all’apparato giudiziario di affrontare questi nemici di Dio, che hanno attaccato vite umane e proprietà, e meritano una condanna e una vendetta divina”, ha dichiarato in aula il capo della magistratura Gholamhossein Mohseni-Ejei. In un appello alla comunità internazionale, IHR ha ricordato che “il popolo ha il diritto inalienabile di protestare” e che “uccidere o emettere condanne a morte contro i manifestanti è un crimine internazionale: i responsabili di queste azioni dovranno essere ritenuti colpevoli di tale crimine”.

    2. Iran Human Rights strongly condemns the statement by the 227 MPs who it emphasises, represent the oppressive Islamic Republic leaders and not the Iranian people. #NoDeathPenalty#IranRevolution #مهسا_امینی

    Read in full: https://t.co/PjliBtpr34 pic.twitter.com/I9VjBEy8d4

    — Iran Human Rights (IHR NGO) (@IHRights) November 8, 2022

    La comunità internazionale fino ad ora si era espressa timidamente sulle ripetute violazioni dei diritti in Iran: se il Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni unite si era limitato a condannare la repressione brutale in corso, Bruxelles ha imposto, nel mese di ottobre, sanzioni contro il regime di Teheran, aggiungendo all’elenco degli individui soggetti a misure restrittive alcune figure chiave della Polizia della Moralità e delle Forze dell’ordine governative.

    Dalle parole pronunciate oggi dalla presidente dell’eurocamera Roberta Metsola, prende corpo la possibilità “di aprire un’indagine internazionale indipendente, per chiedere che il governo iraniano renda conto delle violazioni dei diritti umani”. Ipotesi già paventata dall’esperto per i diritti umani in Iran, Javaid Rehamn, che aveva sollecitato le Nazioni Unite a istituire un meccanismo investigativo indipendente sui crimini avvenuti nel Paese dopo la morte di Mahsa Amini.

    Intanto, anche oggi (9 novembre) si sono svolte decine di manifestazioni in tutto l’Iran, in occasione della fine dei 40 giorni di lutto per la morte di un altro dei martiri divenuti simbolo delle proteste: Khodanour Lajai, ragazzo proveniente dal Belucistan, ucciso il 2 ottobre dalle guardie di sicurezza nel giorno del suo ventisettesimo compleanno.

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