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Si riaccendono le tensioni nel nord del Kosovo. Escalation tra barricate, retorica incendiaria e attacco alla missione Ue

Si riaccendono le tensioni nel nord del Kosovo. Escalation tra barricate, retorica incendiaria e attacco alla missione Ue

Una granata stordente ha colpito una pattuglia di ricognizione della missione Eulex: "L'Ue non tollererà il ricorso ad atti violenti e criminali", avverte l'alto rappresentante Borrell. Posticipate le elezioni locali in quattro città per non aggravare la situazione. Ma non c'è rischio di conflitto

Bruxelles – Un fine settimana di ordinaria follia nel nord del Kosovo, dove da venerdì (9 dicembre) la tensione è tornata ancora a crescere in maniera preoccupante, anche complice la retorica incendiaria di Belgrado. Barricate ai passaggi di frontiera, arresti e granata stordente contro la missione Eulex dell’Unione Europea: l’escalation degli ultimi mesi nelle regioni settentrionali del Paese, dove si concentra la minoranza serba, ha raggiunto uno dei livelli di criticità più alti mai toccati. Anche se parlare di rischio di guerra tra Serbia e Kosovo è al momento del tutto azzardato.

Tutto è iniziato – di nuovo – nel pomeriggio di venerdì, dopo la decisione di Pristina di inviare alcune centinaia di forze di polizia per tenere sotto controllo la situazione a Kosovska Mitrovica e ai valichi di confine (dal momento in cui gli agenti serbo-kosovari dimessisi in massa a inizio novembre non sono ancora tornati in servizio). Nonostante le rassicurazioni del premier Albin Kurti del fatto che le operazioni non hanno alcun target etnico – ma sarebbero indirizzate a contrastare la criminalità che rischia di prendere il sopravvento nella regione senza un’adeguata presenza di forze dell’ordine – la reazione di Belgrado è stata violentissima. La premier serba, Ana Brnabić, è arrivata a minacciare la possibilità di inviare mille soldati da Belgrado sul territorio kosovaro (cosa non possibile senza il consenso della Nato, secondo quanto previsto dalla Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del 1999) per contrastare un “comportamento irresponsabile” da parte del governo di Pristina.

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Soldati della Kosovo Force (Kfor) della Nato a Zubin Potok, dove è stata eretta una barricata da manifestanti serbo-kosovara (credits: Armend Nimani /Afp)

La situazione tesa è andata esasperandosi proprio per la retorica nazionalista dei due governi. Da una parte la presidente kosovara, Vjosa Osmani, ha attaccato Belgrado, affermando che “il sogno egemonico della Serbia non si avvererà, non ci saranno mai poliziotti e militari serbi sul territorio del Kosovo”, mentre la premier serba Brnabić ha alzato l’asticella, avvertendo che il rapporto “è al limite di un nuovo conflitto”. Dichiarazioni che – come fanno notare diversi analisti – rispondo a logiche di rafforzamento politico a livello interno e hanno poca aderenza con la realtà: sul campo è presente la più grande missione militare della Nato, la Kosovo Force (Kfor), con i suoi 3.700 soldati, e un nuovo conflitto armato – dopo quello tra il 1998 e il 1999, conclusosi solo grazie all’intervento dell’Alleanza Atlantica – sarebbe un suicidio diplomatico per entrambi i Paesi.

Allo stesso tempo la situazione non deve essere sottostimata, dal momento in cui era da mesi che non si vedevano barricate ai valichi di frontiera, alzate dalle frange più estremiste e violente della minoranza serba-kosovara. Nella giornata di sabato le proteste si sono esacerbate con la notizia dell’arresto di un ex-agente della polizia kosovara, Dejan Pantić, accusato di “attacchi terroristici”. I blocchi stradali nel settore nord di Kosovska Mitrovica, Zvecan e Leposavic sono stati realizzati con mezzi pesanti – tra cui anche alcuni donati da Bruxelles attraverso i progetti finanziati dall’Ue – mentre sono aumentati gli atti di sabotaggio, che hanno coinvolto anche Eulex.

Nel corso della notte tra sabato e domenica (10-11 dicembre) vicino a Rudare una granata stordente ha colpito una pattuglia di ricognizione della missione civile nell’ambito della politica di sicurezza e difesa comune dell’Unione, senza causare nessun ferito né danneggiamento di materiale. “Chiediamo ai responsabili di astenersi da ulteriori azioni di provocazione e sollecitiamo le istituzioni del Kosovo a portare i colpevoli davanti alla giustizia”, si legge in una dichiarazione della missione Eulex. “L’Ue non tollererà attacchi a Eulex o il ricorso ad atti violenti e criminali nel nord del Paese“, è l’attacco dell’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell: “I gruppi serbi del Kosovo devono rimuovere immediatamente le barricate” e “tutti gli attori devono evitare un’escalation”.

Il rinvio delle elezioni locali nel nord del Kosovo

A questo si aggiunge la situazione politica nel nord del Kosovo, che si intreccia strettamente con le dimissioni di massa di sindaci, consiglieri, parlamentari, giudici, procuratori, personale giudiziario e agenti di polizia dalle rispettive istituzioni nazionali del 5 novembre, in segno di protesta contro l’obbligo di sostituire le targhe serbe con quelle rilasciate dalle autorità di Pristina (in larga parte utilizzate dalla minoranza serba nel Kosovo settentrionale). Tra i dimissionari ci sono anche i sindaci di Kosovska Mitrovica, Zubin Potok, Zvecan e Leposavic e per questo motivo nelle quattro città si dovrà tornare alle urne, altro elemento di tensione con le frange più estremiste della minoranza serba in Kosovo. Le elezioni anticipate – in programma inizialmente per il 18 dicembre – sono state rinviate il prossimo 23 aprile dalle istituzioni di Pristina, per non rischiare di rendere la situazione fuori controllo. Ad annunciarlo è stata la stessa presidente Osmani, dopo consultazioni con diverse forze politiche.

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Manifestazioni di serbi del Kosovo nel nord del Paese (credits: Armend Nimani / AFP)

Nel quadro dell’escalation di tensione nel nord del Kosovo, la politica locale si interseca con quella internazionale. In vista di quelli che sono ormai considerati gli ultimi mesi decisivi per chiudere la questione del Kosovo, la proposta di mediazione franco-tedesca che dovrebbe portare a termine il dialogo tra Pristina e Belgrado insisterà sulla completa implementazione dell’Associazione delle municipalità serbe in Kosovo (comunità di municipalità a maggioranza serba a cui dovrebbe essere garantita una maggiore autonomia). Se il 2023 sarà davvero l’anno dell’accordo definitivo tra i due Paesi balcanici, chi vincerà le elezioni locali nelle quattro città sarà verosimilmente il rappresentante dei serbi del Kosovo all’interno della Associazione delle municipalità. E Belgrado ha tutto l’interesse che Lista Srpska – il partito più vicino al presidente serbo, Aleksandar Vučić – non perda la presa politica sul territorio.

Non è un caso se il leader serbo ha avuto recentemente uno scatto d’ira per la nomina di Nenad Rašić come ministro per le Comunità e il ritorno dei profughi all’interno del governo kosovaro. Rašić è il leader del Partito Democratico Progressista, formazione serba ostile a Belgrado e concorrente di Lista Srpska, il cui leader Goran Rakić si era dimesso dallo stesso ministero a inizio novembre. Vučić ha definito Rašić “la peggiore feccia serba” proprio perché la questione nel Kosovo settentrionale è strettamente legata alla politica interna serba: “Per anni ha creato una sovrapposizione tra partito e interesse nazionale”, ha spiegato in un’intervista a Eunews Giorgio Fruscione, politologo dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) ed esperto delle questioni balcaniche. Dentro e fuori i confini nazionali Vučić tenta di far apparire “tutti gli esponenti che non ricadono sotto il suo controllo non ‘abbastanza’ serbi”. La mossa di Kurti di posizionare un serbo del Kosovo non fedele a Belgrado “sembra uno scacco matto” e per Belgrado è cruciale che lo stesso scenario non si ripeta nelle quattro amministrazioni locali finora controllate nel nord del Paese.

Gli sforzi diplomatici dell’Ue

Dopo settimane di tensione per la questione delle targhe e le nomine ministeriali in Kosovo – che ha spinto lo stesso presidente serbo Vučić a minacciare, e poi ritrattare, un boicottaggio del vertice Ue-Balcani Occidentali di Tirana – i Ventisette stanno spingendo perché i due Paesi balcanici raggiungano “progressi concreti verso un accordo globale giuridicamente vincolante” sulla normalizzazione delle loro relazioni, come messo in chiaro dalle conclusioni del summit in Albania. Bruxelles sta puntando tutte le sue carte su un aggiornamento della proposta franco-tedesca, che – come riportano fonti europee – dovrebbe consentire di raggiungere un’intesa “in meno di un anno”.

Ue Serbia Kosovo Vucic Kurti Borrell
L’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e il rappresentante speciale per il dialogo Belgrado-Pristina, Miroslav Lajčák, con il presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, e il premier del Kosovo, Albin Kurti (21 novembre 2022)

Solo tre settimane fa l’alto rappresentante Borrell era riuscito in extremis a far raggiungere un accordo di compromesso tra le due parti per porre termine alla grave crisi sulle targhe nel nord del Kosovo. La mediazione di Bruxelles con i capi-negoziatori, arrivata dopo un incontro fallimentare tra Vučić e Kurti, si è rivelata decisiva anche per l’avanzamento del dialogo per la normalizzazione delle relazioni tra Pristina e Belgrado: il testo del 23 novembre in cinque paragrafi si concentra “pienamente, e con urgenza, sulla proposta di normalizzazione” secondo quanto “presentato questo settembre dal facilitatore dell’Ue e sostenuto da Francia e Germania”. In questo modo la proposta di Parigi e Berlino è entrata ufficialmente nel cuore del dialogo mediato da Bruxelles, che nelle intenzioni dei maggiori attori diplomatici a livello europeo si dovrebbe chiudere entro la fine dell’anno prossimo.

Anche l’Italia sta cercando di ritagliarsi un ruolo decisivo per la distensione dei rapporti tra Serbia e Kosovo. A fine novembre la missione diplomatica a Belgrado e Pristina dei ministri degli Esteri, Antonio Tajani, e della Difesa, Guido Crosetto, aveva spinto “la ricerca e le soluzioni ai problemi” emersi con sempre più urgenza negli ultimi mesi. Nel corso del vertice di Tirana la stessa premier Giorgia Meloni si era intrattenuta in contatti bilaterali con i presidenti Vučić e Osmani per affrontare “una questione annosa per questa regione” e per “portare avanti il ruolo dell’Italia di amicizia e cooperazione” con i partner balcanici. A fronte della nuova ondata di escalation sul campo il ministro Tajani ha chiesto in particolare a Belgrado di allentare le tensioni e si è rivolto direttamente al presidente serbo in una telefonata, chiedendo “moderazione” per evitare un peggioramento della situazione: “La stabilità della regione è un obiettivo italiano ed europeo“, ha precisato il titolare della Farnesina.

Il tema è stato oggetto della riunione dei ministri degli Esteri dei Ventisette. Alla luce della situazione l’Alto rappresentante Borrell ha deciso di inviare in missione Tomáš Szunyog, il rappresentante speciale per il Kosovo, così da poter fornire un quadro più preciso della situazione in occasione del vertice dei capi di Stato e di governo. La missione è prevista per mercoledì, 14 dicembre, in tempo utile per poter informare i leader il giorno seguente.

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