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È iniziato il processo alla leader dell'opposizione bielorussa Tsikhanouskaya. L'Ue:
(credits: Fabrice Coffrini / Afp)

È iniziato il processo alla leader dell'opposizione bielorussa Tsikhanouskaya. L'Ue: "Nient'altro che persecuzione politica"

La presidente legittima secondo Bruxelles affronta in contumacia le accuse del regime, dall'alto tradimento alla creazione di un'organizzazione estremista, e rischia fino a 15 anni di reclusione: "È la vendetta di Lukashenko contro tutti quelli che si ergono per la libertà"

Bruxelles – Nient’altro che persecuzione politica. È iniziato questa mattina (17 gennaio) nella capitale della Bielorussia il processo alla presidente ad interim riconosciuta dall’Ue e leader delle forze democratiche nel Paese, Sviatlana Tsikhanouskaya. In contumacia, perché la politica che si oppone da tre anni al regime di Alexander Lukashenko vive a Vilnius (Lituania) da quando è stata costretta a fuggire per non fare la fine degli oltre 1.400 oppositori in carcere per la partecipazione alle manifestazioni pacifiche e la richiesta di democrazia nel Paese.

Sviatlana Tsikhanouskaya Roberta Metsola
Da sinistra: la presidente ad interim riconosciuta dall’Ue e leader delle forze democratiche nel Paese, Sviatlana Tsikhanouskaya, e la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola (26 maggio 2022)

Questa non è altro che una persecuzione politica, prima hanno imprigionato il marito, ora orchestrano un processo a sfondo politico contro di lei”, è l’attacco della presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, a difesa delle leader dell’opposizione democratica: “Siamo al fianco di Tsikhanouskaya, con i giornalisti indipendenti e gli attivisti democratici che lottano per la libertà, con il coraggioso popolo della Bielorussia”. Il processo in contumacia vede la (non) presenza sul banco degli imputati della legittima presidente ad interim secondo l’Ue, con accuse di matrice politica – dall’alto tradimento alla creazione di un’organizzazione estremista – e il rischio di imputazione fino a 15 anni di reclusione.

“Non è un processo, ma la vendetta di Lukashenko contro di me e soprattutto contro tutti i bielorussi che si ergono per la libertà dal 2020”, ha risposto Tsikhanouskaya in un video pubblicato su Twitter, a margine del World Economic Forum di Davos a cui sta partecipando: “Il dittatore non capisce che il problema è lui stesso, che ha perso le elezioni e ora cede la sovranità della Bielorussia alla Russia e porta il nostro Paese verso la guerra“. Un riferimento esplicito al legame tra Mosca e Minsk nell’aggressione militare dell’Ucraina – già illustrato al Parlamento Ue lo scorso ottobre – che porterà presto a una nuova tornata di sanzioni Ue contro il regime di Lukashenko. Per quanto riguarda le repressioni interne in Bielorussia “il sistema giudiziario è stato trasformato in una macchina del terrore”, con processi in contumacia in cui “le difese non vengono nemmeno informate dei capi di accusa“, ha denunciato la leader delle forze democratiche.

I processi politici in Bielorussia

Proprio ieri (17 gennaio) sono state presentate nuove accuse penali contro il marito di Tsikhanouskaya, Siarhei Tsikhanouski, imprigionato il 29 maggio del 2020 con l’obiettivo di impedirgli di partecipare alle elezioni presidenziali e condannato a 18 anni di reclusione poco più di un anno fa. A inizio gennaio invece è iniziato il processo anche per Ales Bialiatski, fondatore dell’organizzazione per i diritti umani Viasna e vincitore del Premio Nobel per la Pace nel 2022, con l’accusa di contrabbando di denaro e di finanziamento delle proteste: rischia dai 7 ai 12 anni di carcere. Preoccupano anche le condizioni di salute di Maria Kolesnikova, una delle tre leader dell’opposizione nel 2020 che ha scontato il primo anno di carcere degli 11 a cui è stata condannata: a inizio dicembre è stata ricoverata in ospedale in gravi condizioni e da allora non sono più arrivate notizie.

Bielorussia Sviatlana Tsikhanouskaya
La presidente ad interim riconosciuta dall’Ue e leader delle forze democratiche nel Paese, Sviatlana Tsikhanouskaya, con la foto del marito Siarhei Tsikhanouski

Non c’è reato che Lukashenko non sarebbe disposto a commettere per rimanere al potere, perché tutto questo è un crimine”, ha attaccato la leader dell’opposizione in Bielorussia, rivendicando il prosieguo della lotta politica “fino a quando la vera giustizia non tornerà in Bielorussia e tutti i prigionieri politici non saranno liberati”. Ma intanto il Parlamento nazionale e l’autoproclamato presidente hanno dato il via libera agli emendamenti alla legislazione sulla cittadinanza del 2002, introducendo la possibilità di privarne della cittadinanza i bielorussi all’estero condannati per reati di “partecipazione a un’organizzazione estremista” o “grave danno agli interessi della Bielorussia”, anche in assenza dell’imputato a processo. È proprio quello che – con tutta probabilità – succederà a Tsikhanouskaya, in un processo già scritto e una legge che sembra scritta apposta per tentare di delegittimarla agli occhi dei bielorussi.

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