Bruxelles – La vecchia politica del cordone sanitario per tenere l’estrema destra lontana dai centri di potere non è riuscita ad impedirne l’ascesa. Ed ora, la destra moderata strizza l’occhio ai partiti più radicali, con il risultato che questi fanno già parte dei governi di sette Stati membri dell’Ue. In un editoriale pubblicato su la Repubblica ed altri quotidiani europei, l’allarme di Rosa Balfour, direttrice di Carnegie Europe: la normalizzazione dell’estrema destra potrebbe avere “effetti nefasti sulle istituzioni a lungo termine”.
A pochi giorni dalle elezioni europee, il think tank sulla politica estera dell’Unione ha prodotto un report che mette a nudo i rischi dell’influenza della destra radicale sulle politiche di Bruxelles. Partendo dall’assunto che, dopo gli ultimi accordi di coalizione nei Paesi Bassi e in Croazia, sette Stati membri su 27 sono ora governati o sostenuti dalla destra radicale. Con Finlandia, Ungheria, Italia, Slovacchia e Svezia, rappresentano più di un quarto dei governi che si siedono al Consiglio dell’Ue. Ma “ora che alcuni politici sono aperti a nuove alleanze con l’estrema destra dello spettro politico”, la domanda che si pone Balfour è: “Qual è il prezzo della normalizzazione della destra radicale?”.
Emblematico il tentativo in atto da parte della presidente della Commissione europea uscente – e candidata al bis – Ursula von der Leyen, che sta cercando di dividere la destra radicale, “corteggiando alcuni protagonisti e isolandone altri”. Tracciare una linea netta tra i due gruppi politici di estrema destra al Parlamento europeo – Conservatori e Riformisti Europei (ECR) e Identità e Democrazia (ID) – “è fondamentale per garantire un programma coerente per la prossima Commissione”. Perché i due gruppi sono divisi su alcune delle priorità chiave dell’Ue.

Il sostegno all’Ucraina e le sanzioni contro la Russia, la necessità di un maggior contributo alla Nato e il cordone ombelicale con gli Stati Uniti, come mostra il report di Carnegie Europe. Balfour sottolinea che, al di là delle esigenze puramente numeriche di von der Leyen per conquistare un secondo mandato, il Partito popolare europeo “flirta da tempo con la destra radicale, abbracciando alcune questioni nel suo programma o giocando esplicitamente con la formazione di un’alleanza con alcuni dei suoi membri”. I punti di contatto tra i “valori familiari del centrodestra europeo e i valori ultraconservatori di quelli più a destra” esistono, come dimostra il fatto che il partito ungherese Fidesz, di Viktor Orban, è stato membro del Ppe fino a che non ha esplicitamente abbandonato i principi liberali democratici.
Ma la normalizzazione dei partiti di estrema destra in atto “ha un prezzo”, avverte Balfour. L’ha già avuto sulla politica migratoria dell’Ue: “Nel tentativo di respingere l’ascesa della destra radicale, l’Ue ha sostenuto gli accordi sull’immigrazione con la Turchia nel 2016 e, più recentemente, con Tunisia, Egitto e altri, nonostante le condizioni dei diritti umani in questi Paesi”. Con von der Leyen che ha sposato la linea di Meloni sulla dimensione esterna delle migrazioni come priorità assoluta. Eppure – rileva ancora la direttrice di Carnegie Europe – “gli accordi non hanno fatto nulla per impedire l’ascesa della destra più estrema”, ma “hanno aperto la strada a una politica migratoria più dura, eticamente discutibile, rafforzando i controlli alle frontiere, aumentando i rimpatri di migranti indesiderati e pagando Paesi terzi per impedire flussi migratori verso l’Europa, culminando nel Patto sulla Migrazione recentemente approvato”.
Il prossimo ambito politico in cui si affermerà questo modello sarà secondo Balfour la politica sul clima. Ma il rischio è di andare ancora più a fondo, perché “le politiche possono potenzialmente essere invertite, ma se le istituzioni e i processi democratici vengono manomessi, i costi della collaborazione con la destra radicale aumentano ulteriormente“. Lo smantellamento dello Stato di diritto in Ungheria è l’esempio lampante: probabilmente, suggerisce Balfour, proprio l’adesione di Orban al Ppe (dal quale è stato poi messo nelle condizioni di dover uscire) “è stato uno dei fattori che ha impedito una risposta tempestiva e vigorosa volta a prevenire l’arretramento democratico dell’Ungheria”.
Il rischio è oggi visibile anche in Italia: Il governo di Giorgia Meloni ha proposto modifiche costituzionali che rafforzerebbero i poteri esecutivi a scapito del Parlamento. Modifiche che “indebolirebbero anche il controllo del Presidente della Repubblica, che è il garante della Costituzione italiana”, e che “secondo gli esperti legali, potrebbero limitare la capacità dell’elettorato di censurare il potere del governo”. La conclusione del ragionamento di Balfour è preoccupante: “Bisogna chiedersi se le istituzioni dell’Ue saranno disposte a monitorare gli standard della democrazia europea se dipendono dal sostegno politico di una parte della destra radicale“. Insomma, “chiudere un occhio di fronte all’erosione degli standard democratici può comportare vantaggi a breve termine ma costi a lungo termine”.











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