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    Home » Economia » Auto, Paesi Ue spaventati e spaccati sui dazi alle e-car cinesi, ma danno l’ok alla Commissione ad andare avanti

    Auto, Paesi Ue spaventati e spaccati sui dazi alle e-car cinesi, ma danno l’ok alla Commissione ad andare avanti

    I Paesi dell'Ue non hanno raggiunto alcuna maggioranza qualificata per approvare o respingere la proposta di tariffe aggiuntive alle elettriche cinesi. Secondo le regole procedurali, in questo modo l'esecutivo Ue può portarle avanti. Il 30 ottobre la decisione finale. Nel frattempo, Bruxelles e Pechino negoziano per trovare una soluzione alternativa

    Giulia Torbidoni di Giulia Torbidoni
    4 Ottobre 2024
    in Economia

    Bruxelles – I dazi dell’Unione europea alle importazioni di auto elettriche cinesi non vengono né bocciati né approvati dai Ventisette Paesi membri e, dunque, possono andare avanti. Il succo sta nella procedura, che, sì, è forma, ma è anche sostanza. Nel voto che si è tenuto oggi (venerdì 4 ottobre 2024) nel Comitato di difesa commerciale, i Paesi dell’Unione si sono spezzati in tre gruppi – di cui il più nutrito è quello delle astensioni, 12, rispetto ai 10 favorevoli e ai 5 contrari – senza raggiungere alcuna maggioranza qualificata. In base alle regole, ora il dossier torna totalmente nelle mani dell’esecutivo europeo che ha già spiegato di vedere nel voto dei Paesi “il sostegno necessario per l’adozione delle tariffe”, ma in parallelo di continuare “a lavorare sodo” con Pechino “per esplorare una soluzione alternativa che dovrebbe essere pienamente compatibile con l’Organizzazione mondiale del commercio, adeguata per affrontare le sovvenzioni pregiudizievoli accertate dall’indagine della Commissione, monitorabile e applicabile”. Il tempo per trovarla, però, sta per scadere dato che “un regolamento di esecuzione della Commissione che includa le conclusioni definitive dell’indagine deve essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale entro il 30 ottobre 2024”.

    Gli scenari che avrebbero potuto verificarsi erano quattro, in base alle regole della comitologia (una serie di procedure, comprese le riunioni dei comitati rappresentativi, con cui i Paesi dell’Ue possono esprimere la loro opinione sugli atti di esecuzione adottati dalla Commissione, ndr). Il primo: la maggioranza qualificata di Stati membri (pari al 55 per cento dei Paesi, dunque 15 su 27, rappresentanti il 65 per cento della popolazione europea) a favore del regolamento proposto dalla Commissione. Il secondo, la maggioranza qualificata contro: il testo sarebbe stato respinto e la Commissione avrebbe potuto o presentare entro due mesi una nuova proposta di regolamento o ripresentare lo stesso testo, entro un mese, al comitato d’appello dove, però, solo una maggioranza qualificata avrebbe potuto bocciarlo, mentre in tutti gli altri casi la Commissione avrebbe potuto procedere con l’adozione. Il terzo scenario è quello che si è verificato: non si è registrata nessuna maggioranza qualificata, né a favore né contro, e la Commissione ora può andare avanti e mettere in atto il regolamento. Il quarto e ultimo scenario si sarebbe verificato se si fosse avuta una maggioranza semplice, di 14 Stati membri, contro la proposta: in questo caso la Commissione sarebbe stata obbligata ad andare in comitato d’appello, entro 30 giorni, dove, per respingerlo, sarebbe stata necessaria una maggioranza qualificata altrimenti la Commissione avrebbe comunque potuto procedere.

    Dunque, sebbene tutte le conclusioni avrebbero reso più complessa la bocciatura rispetto all’adozione, di fatto oggi si è concretizzata quella che meno compromette i Paesi membri, anche se li mostra spaccati e forse impauriti davanti a Pechino, e ributta la palla nel campo della Commissione. Un atteggiamento, in apparenza pilatesco, che mostra l’incertezza degli Stati Ue rispetto alle azioni da intraprendere davanti alla sfida cinese e la “loro preoccupazione per un possibile deterioramento del commercio e della cooperazione economica” con il Paese asiatico – come hanno evidenziato ad Eunews alcune fonti diplomatiche slovacche – “nel caso in cui l’Ue applichi tariffe sulle importazioni di veicoli elettrici dalla Cina, ma anche nel caso in cui la Cina adotti eventuali misure di ritorsione a questo proposito”.

    Alla fine, a quanto si apprende, hanno votato a favore Italia, Francia, Polonia, Paesi Bassi, Irlanda, Bulgaria, Danimarca, Estonia, Lituania e Lettonia. Si sono astenuti Belgio, Repubblica Ceca, Finlandia, Grecia, Spagna, Croazia, Cipro, Lussemburgo, Austria, Portogallo, Romania e Svezia. Contro: Germania, Ungheria, Malta, Slovenia e Slovacchia. E se da un lato c’è Roma, che ha sempre espresso sostegno alle tariffe proposte dal Palazzo Berlaymont pur auspicando a una soluzione negoziata, dall’altro c’è Berlino, con il ministro alle Finanze, Christian Lindner, che a poche ore dalla riunione definiva “sbagliate” le tariffe sulle auto elettriche cinesi ed evidenziava che “solo i perdenti sperimentano le guerre commerciali” e, subito dopo, richiamava alla necessità “di una soluzione negoziata” perché la Commissione europea della tedesca Ursula von der Leyen “non dovrebbe scatenare una guerra commerciale nonostante il voto a favore di possibili tariffe punitive contro la Cina”.

    Una conclusione, questa, a cui sembra guardare la Commissione europea stessa che, attraverso il suo portavoce responsabile per Commercio e agricoltura, Olof Gill, ha spiegato di non aver “mai voluto imporre tariffe giusto per farlo, ma per rimuovere l’effetto dannoso delle sovvenzioni dannose che l’indagine ha identificato” e di essere “aperta a trovare una soluzione” portando avanti il negoziato “in buona fede e in modo costruttivo con le controparti cinesi”. Di dare priorità al dialogo parla anche la Camera di Commercio cinese presso l’Ue, che da un lato esprime “profonda delusione” per il voto e dall’altro “incoraggia vivamente l’Ue ad affrontare le misure definitive con cautela, ritardare l’attuazione di queste tariffe e dare priorità alla risoluzione delle controversie e delle tensioni commerciali attraverso consultazioni e dialogo“. Mentre l’Acea, associazione dei costruttori europei di automobili, “si aspetta che il regolamento che impone le misure anti-sussidi venga pubblicato entro la fine di ottobre” ma allo stesso tempo riconosce “gli sforzi paralleli in corso di Bruxelles e Pechino per negoziare una possibile alternativa ai dazi compensativi”. Secondo Acea, “il commercio libero ed equo è essenziale per garantire condizioni di parità a tutti i concorrenti, ma è solo un aspetto della competitività globale” e “affinché il settore automobilistico europeo sia competitivo nella corsa globale ai veicoli elettrici, è fondamentale una strategia industriale completa, come evidenziato nel rapporto Draghi”.

    Sul fronte politico, i Verdi, con il co-presidente Bas Eickhout, hanno sottolineato che “le tariffe non possono mai essere l’unica linea d’azione: la mancanza di una seria politica industriale ci ha portato qui e, a lungo termine, la nostra industria automobilistica potrà prosperare solo con la certezza delle politiche, una chiara tabella di marcia per la transizione e investimenti nella forza lavoro sociali e non come puro strumento di protezionismo. In definitiva, abbiamo bisogno di un’industria automobilistica europea competitiva che spinga l’innovazione e la tecnologia verde”. Il Partito popolare europeo, di cui fa parte von der Leyen, ha affermato di non sostenere le barriere commerciali, ma che “quando si tratta di veicoli elettrici, è stato raggiunto un punto in cui è necessario agire per ristabilire l’equilibrio con la Cina”. Per i Socialisti e democratici “la parola finale non è ancora stata pronunciata” e “c’è ancora tempo per trovare una soluzione comune” anche se “l’indagine approfondita e basata sui fatti condotta dalla Commissione europea ha dimostrato che in Cina non esiste una concorrenza leale nel settore dei veicoli elettrici” e quindi “spetta ora alla parte cinese avanzare proposte su come rimediare a questo squilibrio”. I dazi, “sono un’arma delicata da maneggiare. Sarebbe quindi bene che fossero provvisori, e che nel frattempo l’ecosistema dell’automotive europeo accelerasse in tutte le sue componenti per colmare il ritardo che oggi si registra”, afferma Giorgio Gori, europarlamentare del Pd e vicepresidente della Commissione Industria del Parlamento Europeo.

    Il 4 ottobre 2023, la Commissione europea ha aperto un’inchiesta antisovvenzioni sulle importazioni di veicoli elettrici a batteria dalla Cina perché riteneva che godessero di sussidi dal governo cinese, alterando il mercato e svantaggiando i produttori europei. I dazi aggiuntivi sono stati elaborati dall’Ue come modo per compensare gli effetti dannosi derivante dall’aiuto sleale di Pechino alle sue aziende. Le percentuali previste variano a seconda del marchio e del suo livello di collaborazione con l’indagine della Commissione: Tesla: 7,8 pct; BYD: 17 pct; Geely: 18,8 pct; SAIC: 35,3 pct. Il 20,7 pct ad altri produttori cinesi che hanno collaborato all’indagine e il 35,3 pct a quanti non l’hanno fatto. C’è meno di un mese di tempo per arrivare alla fine di questa storia. Se nulla interverrà in questo spazio, i dazi entreranno in vigore il 31 ottobre per una durata di almeno cinque anni, andando ad aggiungersi all’attuale aliquota del 10 pct. In ogni caso, di storia, ne inizierà un’altra.

    Tags: autocinadaziElettricheindaginemercatosussidiue

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