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    Home » Economia » Dazi, Šefčovič a Washington per chiudere l’accordo. L’Ue punta ad una tariffa “piatta” del 10 per cento

    Dazi, Šefčovič a Washington per chiudere l’accordo. L’Ue punta ad una tariffa “piatta” del 10 per cento

    Il negoziatore capo dell’Ue a colloquio con le controparti statunitensi per strappare una soluzione accettabile per i Ventisette prima che scada la deadline del 9 luglio. Sulle due sponde dell’Atlantico trapela ottimismo, ma il passo falso è dietro l’angolo

    Francesco Bortoletto</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/bortoletto_f" target="_blank">bortoletto_f</a> di Francesco Bortoletto bortoletto_f
    3 Luglio 2025
    in Economia
    Maros Sefcovic

    Il commissario Ue al Commercio, Maroš Šefčovič (foto: Consiglio europeo)

    Bruxelles – Hoping for the best but expecting the worst, recitava una famosa canzone degli anni Ottanta. “Sperando per il meglio, ma aspettando il peggio”. Una frase che riassume bene l’approccio seguito dalla Commissione europea nei negoziati con gli Stati Uniti di Donald Trump sulla partita complicatissima dei dazi doganali.

    Mentre incombe la scadenza fatidica del 9 luglio, quando – a meno di un’intesa dell’ultimo minuto tra Washington e Bruxelles – la Casa Bianca potrebbe imporre sulle importazioni dall’Ue dazi generalizzati al 50 per cento, l’esecutivo a dodici stelle (cui i Ventisette hanno delegato la competenza esclusiva a trattare le questioni commerciali) lavora a pieno ritmo per strappare al mercuriale presidente statunitense un accordo che possa soddisfare tutti.

    La linea su cui si muove il commissario al Commercio Maroš Šefčovič, il negoziatore per l’Unione che è atterrato poche ore fa a Washington, è quella tracciata da Ursula von der Leyen la scorsa settimana, a sua volta basata sul ramoscello d’ulivo teso dallo stesso tycoon statunitense ai partner d’Oltreoceano.

    Ursula von der Leyen
    La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen (foto: Christophe Licoppe via Imagoeconomica)

    La proposta è quella di una tariffa “piatta” al 10 per cento su tutti i prodotti europei: un compromesso accettabile, si ragiona a Bruxelles, se compensato da esenzioni adeguate per determinati settori. Ad esempio farmaceutica, alcol, semiconduttori e aerei commerciali. E andrebbero abbassate fino al 10 per cento le quote maggiorate che gravano attualmente su acciaio e alluminio (50 per cento) e sulle auto e la relativa componentistica (25 per cento).

    Nella capitale Usa, Šefčovič sta incontrando l’omologo Howard Lutnick, il segretario al Tesoro Scott Bessent e il caponegoziatore Jamieson Greer. “Posso solo dirvi che vogliamo ottenere il massimo possibile, qualcosa che sia equo per entrambe le parti, e che possa aiutare le imprese di entrambi i Paesi ad avere maggiore prevedibilità e chiarezza su come pianificare le proprie operazioni”, ha riferito alla stampa il responsabile per il Commercio del Collegio.

    Da Aarhus, dove si trovava in visita per inaugurare la presidenza danese del Consiglio, von der Leyen ha confermato sempre oggi (3 luglio) che non è ancora detta l’ultima parola: Bruxelles è aperta al dialogo, pur tenendo la barra dritta. “Siamo pronti per un accordo, vogliamo una soluzione negoziata“, ha ribadito per l’ennesima volta come un disco rotto, “ma allo stesso tempo ci prepariamo alla possibilità che non si raggiunga nessuna intesa soddisfacente“.

    Donald Trump
    Il presidente statunitense Donald Trump (foto via Imagoeconomica)

    Per questo, appunto, la Commissione ha messo a punto la sua lista di compensazione. “Difenderemo gli interessi europei come necessario“, ripete von der Leyen. L’obiettivo rimane lo stesso: chiudere definitivamente il dossier entro mercoledì prossimo. “Un’impresa colossale perché abbiamo il più ampio volume di commercio al mondo“, ha sottolineato.

    Sul tavolo resta l’ipotesi di altre concessioni che Washington potrebbe richiedere a Bruxelles. Un approccio più morbido nei confronti delle Big tech a stelle e strisce, tanto per cominciare, sulle quali pendono diversi procedimenti ai sensi delle norme europee, in particolare quelle sui mercati digitali (Dma) e i servizi digitali (Dsa).

    Su questo potrebbe arrivare la sponda dell’esecutivo comunitario. Così come sull’acquisto di altri due prodotti statunitensi su cui Trump spinge da sempre: il gas naturale liquefatto (gnl), da cui l’Ue già acquista, e non poco, e, soprattutto, le armi.

    Friedrich Merz
    Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (foto: Ralf Hirschberger/Afp)

    Ad ogni modo, ragiona von der Leyen, non serve avere il quadro completo già pronto per la prossima settimana: “Puntiamo ad un accordo di principio“, spiega, perché ultimarlo “nei dettagli è impossibile in 90 giorni” (la finestra concessa da Trump lo scorso 9 aprile, quando ha sospeso i “dazi reciproci” comminati col Liberation Day di una settimana prima). Del resto, ricorda, “è quanto fatto anche dal Regno Unito“.

    Certo, un conto è negoziare bilateralmente da cancelleria a cancelleria, un altro è farlo avendo alle spalle 27 Stati membri con posizioni molto diverse. Le principali economie dell’Ue sono spaccate in due campi opposti. Da un lato, Germania e Italia spingono per un accordo rapido che metta al sicuro le loro esportazioni, anche a costo di maggiori aperture nei confronti della Casa Bianca. Dall’altro, Francia e Spagna vorrebbero resistere alle pressioni di Trump e definire un quadro più vantaggioso per gli europei.

    Per ora sembra prevalere la linea del cancelliere tedesco Friedrich Merz: piuttosto che correre il rischio di ripiombare nell’incertezza, meglio un accordo imperfetto ma concluso velocemente. Stando alle indiscrezioni circolate negli ultimi giorni, entrambe le parti avrebbero fretta di chiudere, e sarebbero dunque disposte a venirsi incontro. Ma con il miliardario repubblicano dall’altra parte del tavolo, non si può mai sapere come andrà a finire.

    Tags: dazi doganalidonald trumpguerra commercialeMaros Sefcovicursula von der leyen

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