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    Home » Net & Tech » Entrano in vigore le nuove regole Ue sulle pubblicità politiche online. Ed è già bufera

    Entrano in vigore le nuove regole Ue sulle pubblicità politiche online. Ed è già bufera

    Le norme sulla trasparenza contenute nel regolamento 2024/900 dovrebbero tutelare i processi democratici nell'Ue. Ma, per motivi diversi, tanto le aziende quanto gli stessi attori politici le vedono come fumo negli occhi

    Francesco Bortoletto</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/bortoletto_f" target="_blank">bortoletto_f</a> di Francesco Bortoletto bortoletto_f
    10 Ottobre 2025
    in Net & Tech
    TikTok

    Foto: Solen Feyissa via Wikimedia Commons

    Bruxelles – L’Ue punta ad una maggiore trasparenza sulle pubblicità politiche, nel tentativo di salvaguardare la qualità del dibattito pubblico e l’integrità dei processi elettorali. Ma la pezza potrebbe risultare peggiore del buco, almeno stando alle critiche mosse dai diretti interessati, cioè piattaforme online e attori politici. Secondo loro, in questo modo non si risolve il problema ma se ne crea un altro: l’inaridimento del dibattito pubblico stesso.

    Il regolamento 2024/900, adottato nel marzo dello scorso anno ed entrato in vigore oggi (10 ottobre), dovrebbe servire a rafforzare la fiducia dei cittadini nelle campagne elettorali, contribuendo a fornire un argine contro il dilagare della disinformazione. Soprattutto quella orchestrata da attori stranieri nell’ambito delle cosiddette operazioni Fimi (acronimo inglese che sta per “interferenze e manipolazioni dell’informazione dall’estero”), particolarmente insidiose nelle società post-industriali del Vecchio continente, specialmente in concomitanza con gli appuntamenti elettorali.

    Le nuove regole non disciplinano il contenuto delle pubblicità, né vietano gli annunci stessi. Piuttosto, mirano ad armonizzarne le modalità di divulgazione, imponendo ad esempio agli inserzionisti di indicare chiaramente chi paga per un determinato messaggio pubblicitario (e quanto), nonché se suddetto messaggio viene diffuso con tecniche di targeting specifiche ed è riferito ad un processo elettorale o legislativo in particolare.

    L’altroieri, l’esecutivo comunitario ha pubblicato delle linee guida per attori politici e fornitori di servizi di pubblicità politica, tese a facilitare l’attuazione del regolamento. Tali indicazioni saranno oggetto, il prossimo 16 ottobre, di una discussione in seno alla commissione Mercato interno (Imco) dell’Eurocamera.

    Il relatore capo dell’Aula, il liberale Sandro Gozi, descrive il regolamento come “la risposta europea allo scandalo Cambridge Analytica“, che nel 2018 aveva scoperchiato gravi violazioni della privacy da parte dell’azienda britannica di consulenza politica – la quale aveva svolto un ruolo chiave tanto nella campagna presidenziale di Donald Trump quanto in quella per la Brexit, entrambe nel 2016 – in cui era stata coinvolta anche Facebook, colpevole di aver venduto i dati sensibili di milioni di utenti senza il loro consenso. “Dopo la massiccia manipolazione che ha minato le nostre democrazie, l’Ue sta ora mettendo in atto un sistema solido per impedire che abusi simili si ripetano”, spiega l’eurodeputato di Renew.

    Sandro Gozi
    L’eurodeputato di Renew Europe Sandro Gozi (foto: Philippe Stirnweiss/Parlamento europeo)

    Tuttavia le nuove regole non piacciono a tutti. A partire dai giganti del digitale come Google, Meta e Microsoft che, piuttosto di conformarvisi, sono disposte ad abbandonare il business delle pubblicità politiche all’interno della giurisdizione a dodici stelle. La risposta di Gozi ai colossi del tech è netta: “In Europa, le regole democratiche non sono facoltative“, sostiene, e “suggerire che sia possibile aggirare la legge ed eludere le responsabilità che incombono su qualsiasi attore che opera nel nostro mercato è semplicemente inaccettabile“.

    Del resto, nemmeno gli attori politici condividono l’impianto normativo del regolamento 2024/900. Le critiche, trasversali rispetto agli schieramenti partitici, mettono nel mirino in particolare il rischio che si apra una voragine di contenuti e si svuoti il dibattito, danneggiando l’utenza con un possibile crollo verticale nella produzione di messaggi politici.

    Soprattutto per i soggetti politici più piccoli e più nuovi e per i candidati indipendenti, che rischierebbero di perdere canali accessibili per raggiungere un bacino di elettori molto ampio con la conseguente restrizione del pluralismo democratico. Ma anche, in prospettiva, per una pletora di enti, organizzazioni ed associazioni non prettamente politici ma impegnate comunque nel dibattito di temi pubblici di portata potenzialmente politica. Il Berlaymont ha fatto sapere di essere in costante contatto con le parti interessate (soprattutto le grandi aziende) e i governi dei Ventisette.

    Tags: digitaleinterferenze elettoralipiattaforme onlinepubblicità politicasandro gozi

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