Bruxelles – Dopo un anno abbondante di profonda instabilità, forse si intravede una flebile luce in fondo al tunnel per la Francia. Sébastien Lecornu, l’attuale primo ministro succeduto a se stesso a inizio settimana, potrebbe riuscire a sopravvivere alle Forche caudine dell’Assemblée nationale di Parigi, dove domani si voteranno due mozioni di sfiducia delle opposizioni. La chiave di volta sarà il sostegno dei socialisti, che hanno mostrato segnali di apertura ma vogliono ulteriori concessioni dall’inquilino di Palazzo Matignon.
Quella che grava sulle spalle del premier ministre – dimessosi dal primo mandato in tempi record lo scorso 6 ottobre per poi venire nuovamente incaricato dal capo dello Stato, Emmanuel Macron, di formare un esecutivo il successivo 13 ottobre – è una responsabilità non da poco: cercare di fermare l’avvitarsi della peggior crisi della Cinquième République e dare al Paese una legge di bilancio per il 2026, per scongiurare l’esercizio provvisorio e riacquisire la fiducia dei mercati finanziari e dell’Ue.

Un compito tutt’altro che invidiabile. Lecornu deve fare i conti, come i suoi predecessori Michel Barnier e François Bayrou (disarcionati rispettivamente a dicembre dell’anno scorso e a settembre di quest’anno proprio su due progetti di manovre finanziarie “lacrime e sangue”), con l’Assemblée più balcanizzata della storia moderna, dove l’ultradestra del Rassemblement national (Rn) e la sinistra radicale de La France insoumise (Lfi) sono sulle barricate sin dall’inaugurazione della 17esima legislatura, nel luglio 2024.
I leader di entrambi gli schieramenti, Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, chiedono da tempo la testa di Macron e stanno cercando di far saltare il banco per l’ennesima volta, dopo aver impallinato i precedenti premier. Ora hanno messo nel mirino anche Lecornu, contro il quale hanno depositato due mozioni di censura che saranno discusse dai deputati domani (16 ottobre). Per affossarlo, serviranno 289 voti sui 577 totali dell’emiciclo.
Tuttavia, a differenza di Barnier e Bayrou, Lecornu potrebbe disporre di un asso nella manica sufficiente a mantenerlo in sella, se saprà farne buon uso. Giusto ieri, il capo dell’esecutivo ha annunciato la sospensione della contestatissima riforma delle pensioni fino almeno al gennaio 2028, cioè dopo le prossime presidenziali in calendario per la primavera del 2027. Tale riforma, voluta fortemente dallo stesso Macron, mira a ristrutturare i conti pubblici di Parigi alzando l’età pensionabile da 62 a 64 anni. Il risultato? Un muro trasversale delle opposizioni e una mobilitazione popolare massiccia, che ha bloccato per mesi il Paese.

La mossa di Lecornu, che punta a disinnescare la censura del Parti socialiste (Ps), ha tutta l’aria di essere una conseguenza diretta delle fortissime pressioni esercitate dall’aggravarsi della crisi politica sull’inquilino dell’Eliseo. Per mostrarsi in controllo della situazione, il presidente ha minacciato di sciogliere il Parlamento in caso di crollo del governo. Ma Macron sa benissimo che, se i francesi tornassero alle urne oggi, il “suo” centro liberale evaporerebbe come neve al sole e l’Aula finirebbe con ogni probabilità in mano ai lepenisti (i sondaggi accreditano al Rn un 33,6 per cento dei consensi).
Quella concessa da Lecornu era l’apertura indicata dai socialdemocratici come conditio sine qua non per sostenere un governo macronista. La formazione riformista guidata da Olivier Faure – che sopporta sempre meno le sparate incendiarie dell’alleato insoumis – ha fatto sapere che, in segno di responsabilità, non voterà contro il premier. Ma chiede un cambio di passo da parte di Palazzo Matignon, per riflettere finalmente quello che le urne hanno già decretato da tempo: che il macronismo è giunto al capolinea.
Ad esempio, i socialisti chiedono l’introduzione di una patrimoniale del 2 per cento sulle fortune superiori ai 100 milioni di euro (detenute dallo 0,01 per cento della popolazione), attualmente tassate in media allo 0,3 per cento. La cosiddetta “imposta Zucman” (dal nome dell’economista Gabriel Zucman che l’ha proposta) è diventata oggetto di un intenso dibattito pubblico negli ultimi mesi. La sostengono i partiti progressisti dell’Nfp, mentre il resto dell’emiciclo la vede come fumo negli occhi. Lecornu si è dichiarato disponibile a compromessi anche su questo versante, ma i negoziati parlamentari potrebbero comunque rivelarsi complessi.

Per quanto, sulla carta, non ci siano in Aula i numeri per disarcionarlo – sommando i voti di Rn ed alleati (139 seggi) a quelli dell’Nfp senza i socialisti (126 eletti) si arriva a quota 265, cioè 24 in meno della soglia critica – si registrano tuttavia diversi malpancismi nell’area che va dal Ps ai Républicains neogollisti, cioè quella cui Lecornu si appellerà per non andare sotto. Tra i socialdemocratici si annunciano almeno tre defezioni, mentre potrebbero emergere dei franchi tiratori anche tra i macronisti e i conservatori duri e puri, cioè tra chi considera intoccabile la réforme des retraites.
Ad ogni modo, se anche riuscisse ad evitare la censura, le grane per Lecornu non finiranno domani. Il suo “governo di scopo” dovrà dare alla Francia un bilancio per il prossimo anno e abbattere il deficit pubblico di Parigi, attualmente nei dintorni del 5,8 per cento del Pil, così da disinnescare la procedura d’infrazione avviata da Bruxelles per la violazione dei vincoli comunitari (che fissano il tetto del deficit a 3 punti di Pil). Una strada tutta in salita per il premier ministre dalla carriera (finora) più breve della Quinta Repubblica.
Questo articolo è stato modificato per correggere il valore del deficit pubblico francese.












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