Bruxelles – Nuovo vertice europeo, nuova lettera a tema migrazione firmata Ursula von der Leyen. Da tre anni a questa parte, la presidente della Commissione europea ha preso in mano questa patata politicamente incandescente, forte dell’asse conservatore saldato con le cancellerie dei Ventisette. L’ultima missiva, datata 21 ottobre, si colloca pienamente nel solco tracciato nel suo bis al Berlaymont. Approccio securitario, condito con deportazioni cui fornire una patina legalistica onde evitare clamorose condanne da parte di corti dei diritti umani e organizzazioni internazionali.
Nel rispetto di un’altra tradizione, relativamente recente ma ben consolidata, la numero uno dell’esecutivo comunitario parteciperà all’ormai canonica “colazione sulla migrazione” con alcuni dei leader – tra gli altri, con la premier italiana Giorgia Meloni, quella danese Mette Frederiksen e il connazionale Friedrich Merz – prima dell’avvio formale del summit, in calendario per dopodomani (23 ottobre) a Bruxelles.
Poco importa se sono diminuiti gli arrivi irregolari (del “23 per cento quest’anno, a seguito di un calo del 37 per cento l’anno scorso”, si legge nel documento inviato ai capi di Stato e di governo): il fatto, ragiona von der Leyen, è che “le pressioni accumulate nei confronti dell’Europa negli anni hanno messo sotto sforzo le risorse degli Stati membri” e dunque non è concesso abbassare la guardia.

L’obiettivo primario rimane quello di accelerare i preparativi per la piena implementazione del Patto sulla migrazione e l’asilo, che entrerà in vigore nel giugno 2026. A quel punto, dice il capo della Commissione, “avremo un sistema equo e in grado di proteggere dagli abusi, che ci consentirà di affrontare le sfide legate alla migrazione illegale”. Nell’annunciare l’imminente lancio del “primo ciclo annuale di gestione della migrazione” (con cui si certificherà quali Stati membri sono sotto maggiore pressione migratoria), ribadisce la necessità di “sforzi intensificati a livello politico e tecnico” per procedere a spron battuto sulla tabella di marcia.
Soprattutto, la lettera cita “la fornitura di un sostegno efficace agli Stati membri sotto pressione e l’attuazione del meccanismo di solidarietà devono andare di pari passo con misure relative alla responsabilità“: una “simmetria” giudicata fondamentale da von der Leyen. Non è un caso, tuttavia, che proprio su questo punto si continuino a registrare gli stessi vecchi attriti tra i governi nazionali, data la ritrosia di molti Paesi a superare pienamente il sistema di Dublino.
A Bruxelles, assicura von der Leyen, si lavora avendo come obiettivo “l’efficienza e la semplificazione delle procedure, compreso il riconoscimento a livello Ue delle decisioni di rimpatrio“. Servono “risultati tangibili”, e in fretta, incalza la presidente, per “garantire in modo più efficace il rimpatrio rapido, efficace e dignitoso delle persone che non hanno il diritto di soggiornare nell’Ue”. Sforzi che si uniscono a quelli relativi alla revisione del concetto di Paese terzo sicuro e dell’elenco dei Paesi di origine sicuri, che von der Leyen auspica possano “ridurre la pressione complessiva sui nostri sistemi di asilo”.
Parallelamente alla dimensione interna, poi, c’è quella esterna. La missiva elenca una lunga serie di partenariati con Paesi extra-Ue, tra i cui obiettivi c’è appunto quello della gestione dei flussi migratori. La più importante partnership multilaterale è quella che dovrebbe scaturire dal nuovo Patto per il Mediterraneo, stipulato con una decina di Stati affacciati sul bacino del Mare Nostrum e che dovrebbe entrare in vigore il mese prossimo. Altri forum di cooperazione multipli sono quelli coi partner dei Balcani occidentali, dell’Unione africana e della Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici (Celac).

Infine, von der Leyen elenca una sfilza di accordi bilaterali da approfondire e migliorare o da portare a compimento: dalla Mauritania alla Turchia, dal Senegal alla Giordania, dal Marocco alla Siria, dalla Tunisia all’Egitto e fino all’India. Passando per la Libia, cui Bruxelles continua a fornire assistenza e fondi nonostante le comprovate, gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dalla sedicente “guardia costiera” (inclusa l’aggressione ad una nave di soccorso umanitario dell’ong Sea Watch, episodio su cui il Berlaymont mantiene un silenzio imbarazzante). Anzi, i vertici comunitari hanno recentemente incontrato rappresentanti di entrambe le amministrazioni del Paese costiero, de facto uno Stato fallito, inclusa quella del generale Khalifa Haftar.
L’ultima aggiunta in ordine cronologico a questo elenco è rappresentata dall’Afghanistan dei talebani, col quale l’esecutivo a dodici stelle sta “lavorando per garantire il coordinamento a livello dell’Ue” al fine di spianare la strada alla deportazione dei rifugiati in fuga dal regime sanguinario tornato al potere dopo il ritiro occidentale del 2021. Diversi Stati membri sono già in fase avanzata dei negoziati bilaterali con Kabul, e proprio oggi l’Austria ha rispedito in patria un cittadino del Paese asiatico, seguendo l’esempio tedesco in piedi da oltre un anno.










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