Bruxelles – Dalla seconda metà di gennaio, complice il passaggio del ciclone Harry, centinaia di persone migranti sono disperse nel Mar Mediterraneo. Secondo le informazioni del Centro per il coordinamento del soccorso marittimo di Roma, datate 24 gennaio, erano almeno 380. Ma il 2 febbraio, l’ONG Mediterranea ha denunciato, citando le stime diffuse da Refugees in Libya, almeno 1.000 dispersi mentre “i governi di Italia e Malta tacciono e non muovono un dito”. A Bruxelles, è la delegazione del Partito Democratico al Parlamento europeo a chiedere di rompere “il silenzio intollerabile” delle istituzioni UE.
Nessuno dei leader dell’Unione europea, né il commissario UE per gli Affari interni e la Migrazione, né l’Agenzia UE della guardia di frontiera e costiera (Frontex), ha commentato quella che potrebbe essere una delle più gravi tragedie lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Ieri, un portavoce della Commissione europea ha affermato che “ogni vita persa in mare è una tragedia causata dai trafficanti“. Bruxelles alza le mani e respinge ogni responsabilità. Le priorità ormai sono altre, sono i rimpatri e l’esternalizzazione delle procedure d’asilo. Le operazioni di ricerca e soccorso – o meglio – di pattugliamento per fermare le imbarcazioni, delegate alle autorità tunisine, libiche e dei Paesi di partenza.
Ma sono proprio le testimonianze raccolte da Refugees in Tunisia, ramo tunisino dell’ONG presieduta da David Yambio, a fornire un quadro allarmante e a porre diversi interrogativi. Secondo quanto riportato dall’ONG, dal 15 gennaio in poi, “di fronte a una pressione crescente da parte dei militari tunisini con rastrellamenti e devastazioni negli accampamenti informali negli uliveti intorno a Sfax e un allentamento dei controlli sulle spiagge, diversi convogli sono partiti da diversi punti costieri“. Nonostante le condizione marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare.
In un comunicato, Mediterranea punta il dito contro il “comportamento del regime di Kaïs Saïed” e si chiede il perché del “lassismo delle autorità tunisine, molto efficienti invece nei mesi scorsi nel prevenire le partenze dalle coste di Sfax“. Nemmeno due settimane fa, il 22 gennaio, nel bel mezzo della tragedia di cui ancora non si conoscevano i contorni, l’UE ha consegnato alla Guardia costiera tunisina nuove attrezzature per ricerca e soccorso in mare, raggiungendo un valore complessivo di 130 milioni di euro dall’inizio della collaborazione nel 2015.
In un’interrogazione parlamentare, i 20 eurodeputati dem – a cui si sono uniti 6 membri dai gruppi di Verdi e Sinistra – chiedono alla Commissione europea di “rompere l’inerzia e assumere iniziative immediate di fronte alla strage avvenuta nei giorni scorsi nel Mediterraneo”. Con una “presa di posizione pubblica su quanto accaduto”, ma anche “ottenendo dati affidabili dalle autorità dei Paesi coinvolti” e “rafforzando le operazioni di ricerca e soccorso ancora necessarie”.
Come sottolineato da Sandro Ruotolo, “non siamo davanti a un incidente, ma a un fallimento collettivo. L’Europa ha il dovere di intervenire, informare e salvare vite umane. Tacere e restare a guardare non è un’opzione”. Per la presidente di Mediterranea, Laura Marmorale, “il silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti: di chi ha perso la vita in mare non si deve parlare, soprattutto quando queste morti mostrano il fallimento delle politiche migratorie e della collaborazione con Libia e Tunisia, e mentre si stanno preparando nuovi brutali provvedimenti contro le persone migranti e la solidarietà”.













![La presidente della BCE, Christine Lagarde [Francoforte,16 marzo 2023. Foto: IPA agency]](https://www.eunews.it/wp-content/uploads/2026/02/IPA_Agency_IPA36844684-120x86.jpg)