Bruxelles – Pronti a contribuire per garantire la navigazione sicura nello Stretto di Hormuz, senza riferimenti specifici all’abbassamento delle tensioni o al cessate il fuoco come precondizione per l’impegno. Passa dalla dichiarazione ufficiale dei leader di Germania, Francia, Italia, Giappone, Paesi Bassi e Regno Unito, quella che appare come una prima apertura di questi sei Paesi alle richieste del presidente USA, Donald Trump, di partecipazione degli alleati nelle operazioni per la sicurezza dello Stretto.
Al loro arrivo al Consiglio europeo, questa mattina (19 marzo), i leader UE hanno ribadito una postura di ferma chiusura alle insistenze dell’inquilino della Casa Bianca, precisando che per un eventuale coinvolgimento europeo servono basi giuridiche chiare – avallate dalle Nazioni Unite – e, soprattutto, il silenzio delle armi. Eppure, dopo l’offensiva israeliana sul maxi giacimento di gas iraniano di South Pars, uno dei più grandi al mondo, e la conseguente risposta di Teheran contro siti petroliferi in Qatar – “collegati agli Stati Uniti”, come spiegato dalle Guardie Rivoluzionarie -, i cinque Stati europei e il Paese del Sol Levante hanno cambiato registro. Creando una potenziale crepa rispetto alle posizioni delle altre capitali dell’Unione Europea.
“Condanniamo con la massima fermezza i recenti attacchi dell’Iran contro navi mercantili disarmate nel Golfo, gli attacchi contro infrastrutture civili, tra cui impianti petroliferi e del gas, e la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz da parte delle forze iraniane”, iniziano i sei Paesi. “Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per l’escalation del conflitto. Chiediamo all’Iran di cessare immediatamente le sue minacce, le operazioni di minamento, gli attacchi con droni e missili e qualsiasi altro tentativo di bloccare lo Stretto alla navigazione commerciale, e di conformarsi alla Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”, precisano.
Roma, Berlino, Parigi, Londra, Aia e Tokyo, ricordano che “la libertà di navigazione è un principio fondamentale del diritto internazionale, in particolare ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare”; che “le conseguenze delle azioni dell’Iran si faranno sentire in tutto il mondo, soprattutto sui più vulnerabili” e sottolineano “che tali interferenze con la navigazione internazionale e l’interruzione delle catene di approvvigionamento energetico globali costituiscono una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali“. A questo proposito, “chiediamo una moratoria immediata e completa sugli attacchi contro le infrastrutture civili, compresi gli impianti petroliferi e del gas”.
È a questo punto che i sei Paesi si dicono “pronti a contribuire agli sforzi necessari per garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto“, ma senza fare riferimenti alle condizioni di cessate il fuoco o di abbassamento delle tensioni come ribadito dai colleghi UE. Inoltre, accolgono “con favore l’impegno dei Paesi che partecipano alla pianificazione preparatoria“. Sul piano strettamente energetico, inoltre, salutano con favore “la decisione dell’Agenzia Internazionale dell’Energia di autorizzare il rilascio coordinato delle riserve strategiche di petrolio” e spiegano che adotteranno “ulteriori misure per stabilizzare i mercati energetici, anche collaborando con alcuni Paesi produttori per aumentarne la produzione”. Proprio su questo livello, intanto, le conseguenze dell’escalation nel Golfo parlano anche attraverso i prezzi delle fonti energetiche: il prezzo del Brent, con consegna a maggio, è schizzato del 10 per cento a 118 dollari al barile per poi ripiegare a 114,5 dollari (+6,75 per cento); il suo equivalente statunitense Wti, con consegna ad aprile, ha invece mostrato maggiore cautela salendo dello 0,88 per cento a 97 dollari al barile, ma il contratto future olandese Ttf, considerato il benchmark europeo per il gas naturale, è salito del 21,18 per cento a 66,24 euro per megawattora, dopo aver toccato un massimo del 35 per cento.
E mentre i leader dei sei Paesi concludono la dichiarazione evidenziando di impegnarsi “a sostenere i Paesi più colpiti, anche attraverso le Nazioni Unite e le istituzioni finanziarie internazionali”, ribadiscono che “la sicurezza marittima e la libertà di navigazione sono un beneficio per tutti i Paesi” ed esortano “tutti gli Stati a rispettare il diritto internazionale e a sostenere i principi fondamentali di prosperità e sicurezza internazionali”, da Washington Trump annuncia che non invierà truppe e che la guerra finirà presto. “Non invierò truppe da nessuna parte, e se lo facessi, non ve lo direi”, ha dichiarato alla Casa Bianca incontrando la premier giapponese Sanae Takaichi, uno del gruppo dei 6 Paesi della dichiarazione. Il tycoon ha aggiunto che “finirà molto presto”, perché “la loro marina non c’è più, la loro aviazione non c’è più, le loro difese antiaeree non ci sono più, noi voliamo dove vogliamo… la loro leadership non c’è più”. E ne approfitta per elogiare il Giappone a denigrare l’Alleanza Atlantica. Per Trump, Tokyo “si assumerà le proprie responsabilità” e “si sta impegnando” nella guerra “a differenza della Nato”. E ha incalzato: “Stiamo difendendo lo Stretto di Hormuz per il bene del mondo. La Nato non vuole aiutarci ma sono loro ad averne bisogno”. Per poi riconoscere che gli alleati “stanno diventando molto più gentili, più disponibili, ma per quanto mi riguarda è troppo tardi. Sapete, il Regno Unito vuole inviare delle portaerei adesso. E io ho detto che volevo le portaerei prima della guerra, non le voglio dopo che la guerra sarà stata vinta”.
L’Italia
Da Roma, intanto, fonti della Difesa chiariscono che l’eventuale partecipazione dell’Italia a una missione con altri Paesi per garantire la navigazione commerciale dello Stretto di Hormuz potrebbe avvenire solo sotto l’egida dell’ONU. E questa mattina il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha chiarito che “l’Europa viene percepita come alleata degli Stati Uniti, perché così è nella Nato” e “una flotta europea sarebbe percepita come una flotta Nato, quindi come una flotta che entra in guerra a fianco degli Stati Uniti e di Israele”. Per il ministro, “la bandiera ONU, a maggior ragione, anche se è stata ammainata negli ultimi anni, è una flotta che mette insieme Europa, Cina, Asia, India e tutti i Paesi del mondo, quelli più interessati da Hormuz e l’Asia”. Così il vice premier e ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani, ha sottolineato alla trasmissione Tv ‘Tagadà’: “Qualora ci dovesse essere una missione Onu, noi siamo pronti a fare la nostra parte. Partecipare a una guerra assolutamente no”. Lo stesso segretario generale Antonio Guterres, oggi al Consiglio europeo, ha ricordato che “il Consiglio di Sicurezza ha ordinato la riapertura dello Stretto di Hormuz” e che “la prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz causa immense sofferenze a moltissime popolazioni in tutto il mondo che non hanno nulla a che fare con questo conflitto”. E dato che “è tempo di finire questa guerra che rischia di andare totalmente fuori controllo, con una propagazione sull’economia mondiale”, la bussola degli europei pare poter puntare verso un mandato ONU che permetta l’impegno a fianco dell’alleato a stelle e strisce e israeliano. Mentre il regime di Teheran ha avvertito che “se l’attacco alle infrastrutture iraniane si ripeterà, i prossimi attacchi alle vostre infrastrutture energetiche e a quelle dei vostri alleati non si fermeranno finché non saranno completamente distrutte, e la risposta sarà ancora più dura di quella di ieri sera”.

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