Bruxelles – L’inflazione si è collocata intorno all’obiettivo del 2 per cento, le aspettative di inflazione a più lungo termine risultano saldamente ancorate e l’economia ha evidenziato una buona capacità di tenuta negli ultimi trimestre. Tradotto: non ci sono motivi per aumentare i tassi di interesse, che il consiglio direttivo della Banca centrale europea decide di lasciare invariati. Tuttavia la guerra in Iran e nel Medio Oriente creano incertezze tutte nuove, difficili da quantificare, e un allentamento della politica monetaria non è possibile, non adesso. In prospettiva tutto dipenderà da come andrà il conflitto e da quali saranno le sue ripercussioni, che a Francoforte si calcolano già in un aumento generale dell’inflazione rispetto alle stime di dicembre.
I tecnici della BCE adesso stimano l’inflazione complessiva al 2,6 per cento nel 2026 (invece di 1,9 per cento), al 2,0 per cento nel 2027 (invece di 1,8 per cento) e al 2,1 per cento nel 2028 (anziché 2 per cento). Solo per l’anno in corso, dunque, guerra in Iran e sue ripercussioni costano oltre mezzo punto di inflazione in più “in ragione dell’incremento dei prezzi dell’energia causato dalla guerra in Medio Oriente”, sottolinea la presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, che anticipa: le decisioni vere sui tassi di interesse verranno prese da aprile in avanti.
“Le informazioni che il Consiglio direttivo acquisirà nel prossimo periodo consentiranno di valutare l’impatto del conflitto sulle prospettive di inflazione e sui rischi a esse associati”, e di conseguenza agire. Per ora il tasso di interesse sui depositi presso la banca centrale resta perciò al 2 per cento, il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali rimane al 2,15 per cento, e il tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale è confermato al 2,40 per cento. Dunque, la pausa iniziata a luglio continua, ma non è detto che potrà protrarsi oltre.

L’altolà ai governi sulle misure contro il caro-energia
Data la situazione, per Lagarde e la Banca centrale europea diventa evidente “l’urgente necessità di rafforzare l’economia dell’area euro, mantenendo al contempo finanze pubbliche solide”. Vuol dire spesa pubblica sotto controllo, e quindi “qualsiasi risposta fiscale allo shock dei prezzi dell’energia dovrebbe essere temporanea, mirata e calibrata“. Un’indicazione valida soprattutto per l’Italia, Paese con il secondo debito pubblico più alto, e dove il governo Meloni ha appena introdotto riduzione delle accise per calmierare i rincari dei carburanti.
Se proprio si deve spendere, la via maestra resta quella energie rinnovabili. “L‘attuale crisi energetica sottolinea l’imperativo di ridurre ulteriormente la dipendenza dai combustibili fossili“, sostiene Lagarde. In tal senso “il completamento dell’unione risparmi-investimenti è fondamentale per finanziare l’innovazione e sostenere le transizioni verde e digitale”. Un chiaro segnale di riforme chiare e precise, lasciate alla responsabilità degli Stati.
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