Bruxelles – Sedici anni di governo consecutivi non si cancellano con un colpo di spugna. E a dimostrazione dello sforzo che sarà richiesto al nuovo primo ministro ungherese, Péter Magyar, per riportare il suo Paese sulla strada della democrazia e dello Stato di diritto dopo la fine dell’era di Viktor Orbán, è arrivata oggi (21 aprile) una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea (CGUE) in cui Budapest viene ritenuta responsabile della violazione di diverse norme del diritto UE. L’oggetto del verdetto è la cosiddetta ‘legge anti-LGBTQI+’ che il Governo Orbán approvò nel 2021 per limitare l’accesso dei minori a contenuti – specialmente audivisivi o pubblicitari – che presentano o promuovono l’omosessualità, la transizione di genere e la divergenza rispetto all’identità personale corrispondente al sesso della nascita.
Formalmente adottata per “introdurre misure più severe nei confronti dei delinquenti pedofili e proteggere i minori”, la legge era stata impugnata dalla Commissione europea nel 2023. Con il supporto del Parlamento europeo e di 15 Stati membri, Palazzo Berlaymont aveva presentato un ricorso di fronte alla Corte, contestando a Budapest “la violazione del diritto primario e del diritto derivato dell’UE relativo ai servizi nel mercato interno, di vari diritti garantiti dalla Carta dei diritti fondamenti dell’Unione Europea, dell’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea (TUE) e del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (RGPD)“.
Con la sentenza odierna, la Corte ha pienamente accolto il ricorso della Commissione, ritenendolo fondato in merito a tutte le violazioni contestate e ordinando a Budapest di abrogare il provvedimento.
Innanzitutto, la legge ungherese violerebbe la libertà di fornire e ricevere servizi, sancita sia dal diritto primario (i trattati istitutivi dell’Unione) che da tre diverse direttive UE: quella sul commercio elettronico del 2000, quella sui servizi del 2006 e la direttiva sui servizi di media audiovisivi del 2018. Pur riconoscendo la libertà degli Stati membri di avvalersi di un margine di discrezionalità nel definire quali contenuti possono nuocere allo sviluppo fisico, mentale o morale dei minori, la Corte ha stabilito che tale facoltà deve essere esercitata “nel rispetto della Carta e, in particolare, del divieto di discriminazione fondata sul sesso e sull’orientamento sessuale garantito dall’articolo 21“. Un principio violato dalla legge ungherese, il cui contenuto rivela “una preferenza per determinate identità e orientamenti sessuali a scapito di altri, che vengono di conseguenza stigmatizzati”.
Seguendo il ragionamento dei giudici di Lussemburgo, oltre all’articolo 21, Budapest ha violato anche altre disposizioni sancite dalla Carta dei diritti fondamentali UE. In particolare, il rispetto della vita privata e familiare (articolo 7), la libertà di espressione e informazione (articolo 11) e il rispetto della dignità umana (articolo 1). Responsabili di quest’ultima violazione – stando alla Corte – sono quegli aspetti della legge in questione che “trattano un gruppo di persone che è parte integrante di una società pluralista come una minaccia per la società, per il solo motivo della loro identità sessuale o del loro orientamento sessuale“. “Il carattere stigmatizzante e offensivo della legge”, prosegue la sentenza, “porta a stabilire, mantenere o rafforzare la loro ‘invisibilità’ sociale” e questo “lede la loro dignità”.
Il terzo livello di infrazione constatato dalla Corte è particolarmente significativo, poiché per la prima volta uno Stato membro viene ritenuto responsabile della violazione dell’articolo 2 del TUE, il quale sancisce i valori fondamentali su cui si fonda l’Unione. Secondo i giudici, con questa legge, l’Ungheria avrebbe fatto carta straccia di principi quali il rispetto della dignità umana e dell’uguaglianza e la tutela dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Poiché l’articolo 2 stabilisce che questi ed altri valori devono essere comuni a tutti gli Stati membri, la Corte ritiene che “l’Ungheria non può invocare la propria identità nazionale per giustificare l’adozione di una legge che viola i valori sopra menzionati“.
Infine, c’è un ulteriore pacchetto di norme comunitarie che il provvedimento orbaniano avrebbe disatteso, ovvero quelle sancite dal Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati, adottato dall’UE nel 2018. In questo caso, a finire nel mirino della Corte sono state le disposizione della legge finalizzate ad ampliare l’accesso al casellario giudiziale di coloro che hanno commesso reati contro la libertà sessuale o contro i costumi sessuali nei confronti dei minori. “La legislazione ungherese non definisce in modo sufficiente preciso nè le persone autorizzate all’accesso a queste informazioni, nè i presupposti per l’accesso necessari al fine di offrire garanzie adeguate per i diritti e le libertà delle persone dei cui dati si tratta”, è la spiegazione dei giudici di Lussemburgo.
Se la responsabilità di questa sentenza è tutta da imputare ad Orbán, adesso toccherà a Magyar porvi rimedio. In base alla procedura prevista nei casi di ricorsi per inadempimento, lo Stato interessato è chiamato a conformarsi alla sentenza della Corte “senza indugio” e, se questo non accade, la Commissione può presentare un ulteriore ricorso e chiedere l’imposizione di sanzioni pecuniarie.
Una prospettiva che Magyar – impegnato com’è ad assicurarsi un rapido scongelamneto dei fondi UE destinati all’Ungheria – sembra voler evitare a tutti i costi. “L’Ungheria vuole essere un Paese dove nessuno viene discriminato perchè ha un pensiero diverso o perchè ama qualcuno di diverso dalla maggioranza“, aveva dichiarato il primo ministro in pectore ancor prima di ricevere da Lussemburgo il verdetto odierno.
![Il primo ministro ungherese, Viktor Orban, in versione LGBTQI+ [©Nicolas Liponne/MAXPPP - IPA agency]](https://www.eunews.it/wp-content/uploads/2026/02/IPA_Agency_IPA59725095-750x375.jpg)








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![An Israeli soldier tries to prevent Palestinians from reaching their houses in Nur Shams refugee camp in the West Bank city of Tulkarm, Nov. 18, 2025. Palestinians took part in a demonstration demanding the right to return to their houses at the entrance of Nur Shams refugee camp, while Israeli soldiers assaulted the crowd and forced them to leave the area. [Photo by Nidal Eshtayeh/Xinhua/ABACAPRESS.COM, via IPA agency]](https://www.eunews.it/wp-content/uploads/2026/04/IPA_Agency_IPA68161671-120x86.jpg)