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    Home » Politica » Venti Paesi Ue mettono all’angolo l’Ungheria per la stretta anti-Lgbtq+: “Giù le mani dal Pride”

    Venti Paesi Ue mettono all’angolo l’Ungheria per la stretta anti-Lgbtq+: “Giù le mani dal Pride”

    Continua ad allargarsi il fronte anti-Orbán in Ue. Una ventina di Stati membri ha chiesto alla Commissione un’azione forte e immediata contro l’autoritario leader magiaro, che sta limitando le libertà civili e le garanzie democratiche

    Francesco Bortoletto</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/bortoletto_f" target="_blank">bortoletto_f</a> di Francesco Bortoletto bortoletto_f
    27 Maggio 2025
    in Politica, Diritti
    ungheria pride lgbtq

    Un corteo pro-Lgbtq+ a Budapest (foto: Attila Kisbenedek/Afp)

    Bruxelles – L’Ungheria di Viktor Orbán è sempre più all’angolo in Europa. A certificarlo, stavolta, è il fronte di una ventina di Stati membri saldatosi oggi al Consiglio per condannare la crociata del premier contro la comunità Lgbtq+, denunciando in particolare la stretta annunciata sul Budapest Pride. Ma non sono ancora all’orizzonte sanzioni concrete per il governo magiaro, almeno per il momento.

    Contro il divieto del Pride

    Sembrano ormai finiti i giorni in cui le malefatte dell’Ungheria passavano sotto silenzio a Bruxelles. In occasione del Consiglio Affari generali svoltosi oggi (27 maggio), 20 Paesi Ue hanno sottoscritto una dichiarazione proposta dai Paesi Bassi in cui si condanna aspramente la regressione democratica del governo di Budapest, ormai da 15 anni occupato da Viktor Orbán. A non aver apposto la propria firma sono stati Bulgaria, Croazia, Italia, Romania e Slovacchia, oltre alla Polonia (che ha preferito mantenere un profilo neutrale, detenendo la presidenza di turno dell’Unione) e, naturalmente, l’Ungheria.

    Nello specifico, le cancellerie accusano l’esecutivo magiaro di conculcare le libertà civili alla comunità Lgbtq+ e puntano il dito contro la decisione di bandire il Budapest Pride, originariamente in programma per il prossimo 28 giugno. “Siamo profondamente preoccupati per i recenti emendamenti legislativi e costituzionali che violano i diritti fondamentali delle persone Lgbtiq+, adottati dal Parlamento ungherese il 18 marzo e il 14 aprile 2025 a seguito di altre normative anti-Lgbtiq+ già introdotte negli anni precedenti”, si legge nel documento.

    Pride Belgrado Serbia LGBTQ+
    Foto d’archivio (via iStock)

    Il riferimento è alla più recente manomissione della Costituzione ungherese da parte di Fidesz, il partito del premier, che va ad aggiungersi ad una lunga lista di interventi legislativi tesi a contrastare quella che il governo bolla come “propaganda gay”. Proprio ieri, la polizia di Budapest ha fatto ricorso per la prima volta alle norme anti-Pride per vietare un’altra manifestazione pro-Lgbtq+ prevista per domenica (primo giugno).

    “Con il pretesto della protezione dei minori”, procede la missiva, “questi emendamenti legislativi consentono di imporre multe ai partecipanti e agli organizzatori di eventi come le celebrazioni annuali del Pride“. I firmatari si dichiarano “preoccupati per le implicazioni di queste misure sulla libertà di espressione, sul diritto di riunione pacifica e sul diritto alla privacy“, considerato che alle forze dell’ordine verrebbe permesso di ricorrere a tecnologie di riconoscimento facciale per individuare, schedare e multare i partecipanti a tali raduni diventati d’un tratto illegali.

    Cambio di passo al Consiglio?

    “I valori che rendono l’Europa un posto fantastico non sono un menu à la carte, dal quale si può scegliere quali sostenere e quali no”, ha ricordato la ministra belga della Giustizia Annelies Verlinden ai margini dei lavori del Consiglio. Dove proprio sul rispetto dei valori e dei princìpi comunitari si è svolta oggi l’ottava audizione dell’Ungheria nel contesto della procedura ex articolo 7 del Trattato, iniziata dall’Eurocamera nel lontano 2018 e da tempo incagliatasi al tavolo dei governi nazionali.

    Non è stata ancora raggiunta la massa critica sufficiente per procedere con l’attivazione del cosiddetto braccio preventivo della norma, che richiede il consenso di quattro quinti dei Paesi membri (22 su 27) per accertare “violazioni sistematiche e persistenti” dello Stato di diritto. Ma le cancellerie stanno perdendo la pazienza con Orbán e il suo ostruzionismo su diversi dossier cruciali, oltre allo smantellamento della democrazia, e lo hanno dimostrato con la presa di posizione odierna.

    Viktor Orbán
    Il primo ministro ungherese Viktor Orbán (foto: Consiglio europeo)

    Siamo tuttavia ben lontani dall’attivazione del braccio sanzionatorio (spesso chiamato “l’opzione nucleare”), tramite cui si possono sospendere i diritti di voto di uno Stato membro in seno al Consiglio: per quello, serve l’unanimità delle cancellerie meno quella sotto accusa. Nessuno a Bruxelles crede davvero che si potrà arrivare a tanto, per lo meno non nel futuro immediato, per quanto nella lettera odierna la Commissione sia stata invitata a “fare pieno uso degli strumenti dello Stato di diritto a sua disposizione”.

    Alla fine, le conclusioni del Consiglio sulla “resilienza democratica” sono state adottate da 25 delegazioni, con l’esclusione di Slovacchia e Ungheria. Nel testo si invita a “rafforzare lo Stato di diritto, i diritti fondamentali e il dialogo con la società civile” ma anche a contrastare minacce quali “la disinformazione, le interferenze esterne e la polarizzazione sociale”. Tra le priorità vengono annoverate inoltre la protezione delle elezioni dalle manipolazioni, la garanzia della trasparenza nei finanziamenti politici, il sostegno ai media indipendenti e il potenziamento dell’alfabetizzazione digitale.

    Tutti contro Orbán

    Anche il Consiglio pare dunque accodarsi ad Europarlamento e Commissione nel segnalare all’uomo forte di Budapest che la corda è tesa al massimo e rischia di spezzarsi. Una novità sul piano politico è rappresentata dal cambio di posizione della Germania, che Friedrich Merz ha schierato inequivocabilmente nel campo anti-Orbán dopo l’inerzia dei due cancellieri precedenti, Olaf Scholz e Angela Merkel.

    Gli eurodeputati di Strasburgo sono da sempre i critici più feroci dell’autoritario leader magiaro, e stanno tirando la giacca all’esecutivo comunitario affinché richieda misure legali provvisorie alla Corte di giustizia dell’Ue (che sta esaminando una legge ungherese del 2021 sulla “propaganda Lgbtq+”) in tutela del diritto di assemblea. Un gruppo trasversale di membri dell’Aula si è spinto a domandare l’immediato congelamento di tutti i fondi europei destinati a Budapest.

    Michael McGrath
    Il commissario alla Democrazia, la Giustizia, lo Stato di diritto e la Tutela dei consumatori, Michael McGrath (foto: Consiglio europeo)

    Attualmente, una cifra compresa tra i 18 e i 20 miliardi di euro in finanziamenti europei per il Paese mitteleuropeo sono bloccati sotto diverse linee di credito. Per ora, al Berlaymont, l’attenzione appare però incentrata sulla probabile adozione da parte del Parlamento magiaro di un contestatissimo disegno di legge sulla “trasparenza della vita pubblica“, che consentirebbe al governo di silenziare il dissenso, mascherandolo come interferenza straniera.

    Come confermato dal commissario alla Democrazia Michael McGrath, l’esecutivo Ue ha chiesto all’Ungheria di ritirare la norma, minacciando azioni legali se dovesse venire approvata in via definitiva. Bruxelles, ha ribadito, sta “monitorando la situazione molto da vicino” e al momento “non esclude nessuna linea di azione“. Quanto al Pride, ha sottolineato che il diritto all’assemblea pacifica “non è una minaccia ai bambini o a nessun altro, ed è un elemento fondamentale della nostra democrazia“.

    Tags: articolo 7Budapest Pridediritti lgbtq+michael mcgrathstato di dirittoungheriaviktor orban

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