Bruxelles – Lotta ai cambiamenti climatici, così non va. Dieci anni dopo gli accordi di Parigi sottoscritti a livello internazionale per cercare di limitare la crescita delle temperature globali, “le emissioni di gas serra sono ancora in aumento, seppur a un ritmo più lento rispetto ai decenni precedenti”. È quanto rilevano gli esperti della Banca centrale europea in uno speciale bollettino dedicato al tema. I 149 Paesi firmatari, inclusi quelli dell’Unione europea, stanno dunque perdendo la sfida climatica. Dati, prospettive e tendenze parlano chiaro: “Gli sforzi di mitigazione non sono sufficienti a mantenere l’obiettivo di 1,5°C entro i limiti prefissati“.
Gli esperti della BCE avvertono: l’assorbimento di carbonio da parte del suolo “si sta riducendo” e il budget di carbonio rimanente per contenere l’aumento di 1,5°C “è quasi esaurito”, il che implica “una crescente probabilità di superare i punti di svolta geofisici”. Questa situazione cambia praticamente il paradigma dell’agenda politica, sia essa a dodici stello o no: “Con l’avvicinarsi dei punti di svolta e l’aumentare dell’urgenza, la questione non è più se agire, ma come agire in modo deciso, adattivo e collettivo per far pendere la bilancia a favore di un futuro sostenibile”.
Il 2024 è stato l’anno più caldo di sempre. Superato il limite degli accordi di Parigi sul clima
Adottati il 12 dicembre 2015 ed entrati in vigore il 4 novembre 2016 gli accordi di Parigi si pongono come obiettivo generale quello di mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli pre-industriali e limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C rispetto agli stessi livelli pre-industriali”. A distanza di dieci anni, continua la relazione della BCE, “la crisi climatica sta accelerando“. Ipotizzando che non vi siano ulteriori rafforzamenti delle misure di mitigazione climatica nei prossimi anni, si prevede un riscaldamento globale di circa 3,2 °C entro la fine del secolo, con un margine di incertezza compreso tra circa 2,2 °C e 3,5 °C. Non solo: si prevede “un’intensificazione degli eventi meteorologici estremi, della perdita di biodiversità e del collasso degli ecosistemi, che si posizioneranno tra i primi tre rischi globali per il prossimo decennio”. All’orizzonte c’è dunque un peggioramento di crisi già note, tra cui l’ondata di rifugiati climatici.
Insomma, è tempo di agire e farlo sul serio, nel rispetto di impegni scritti e sbandierati. “A dieci anni dagli accordi di Parigi le emissioni globali di gas serra non hanno ancora iniziato un declino decisivo“, e sia livello di ambizione che livello di attuazione “rimangono considerevoli”, riconosce il documento della BCE. Attenzione, però: niente è ancora perduto. “Il quadro non è quello di un fallimento, bensì di progressi parziali”, e di capacità di risposta in rapida espansione che “possono ancora essere sfruttate su larga scala”. Nella pratica vuol dire “una gestione efficace del rischio climatico” basata su “due dimensioni temporali: il tempo di reazione e il tempo di intervento”. In tal senso la politica non dovrebbe procedere verso “un rifiuto degli strumenti esistenti”, vale a dire prezzi del carbonio, regolamentazione, investimenti pubblici, politiche di innovazione, trasparenza, finanziamenti per l’adattamento o coordinamento internazionale. Si tratta di operare “un cambiamento nella logica che li organizza“.
In estrema sintesi, dieci anni dopo gli accordi di Parigi bisogna smettere di pensare secondo le vecchie logiche per cui la politica per il clima tende alla riduzione marginale delle emissioni in presenza di rischi noti, da ottimizzare attraverso strumenti discreti e aggiustamenti graduali. Al contrario, rilevano i tecnici della BCE, “il nuovo paradigma parte da una profonda incertezza, dai rischi estremi, dai punti di svolta, dall’inerzia politica e geofisica e dalla possibilità di esiti catastrofici”. La nuova realtà richiede pertanto “un quadro sistemico, precauzionale, adattivo e compatibile con gli incentivi, in grado di ridurre le probabilità di danni climatici irreversibili, anche quando le probabilità sono poco note”.
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