Bruxelles – “Per giungere a un compresso accettabile, la proposta [di bilancio comune] della Commissione di quasi due trilioni di euro deve essere ridotta di diverse centinaia di miliardi di euro in modo equilibrato”. Firmato: Germania, Austria, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Svezia. Nel mezzo di un percorso negoziale per il prossimo budget settennale (MFF 2028-2034) i Paesi membri noti come ‘frugali’, quelli cioè poco inclini a spendere risorse pubbliche e, viceversa, più propensi all’austerità, producono una nota congiunta che di fatto smorza sul nascere ogni tipo di negoziato.
La natura della lettera è perentoria, manda un segnale chiaro al Parlamento europeo, che invece ha chiesto 200 miliardi in più a quanto suggerito dalla Commissione europea, va preventivamente contro ogni richiesta migliorativa o aggiuntiva degli altri Paesi membri e, soprattutto, è uno schiaffo al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e al suo tour delle capitali europee avviato da poco per discutere proprio di bilancio pluriennale. Il ‘pellegrinaggio’ di Costa attraverso le cancellerie europee è cominciato il 25 agosto, e da programma si chiuderà il 17 settembre. Due giorni appena e questo compito tanto doveroso quanto delicato viene minato dal fronte comune dei sei governi del nord che detta condizioni vanificando gli sforzi di Costa. A nome di chi parla, adesso, il presidente del Consiglio europeo? Con quale credibilità? Con quale mandato?
Le condizioni sembrano dettarle Germania, Austria, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Svezia. Il gruppo di Paesi non chiede solo categoricamente di ridurre il contributo degli Stati al mandato dell’UE, ma indicano anche come: “Tutte le voci di spesa dovrebbero contribuire a tali riduzioni” richieste. Non si salva niente. Ricerca, innovazione, aiuti umanitari, agricoltura e pure coesione: tutto vuol dire tutto.
“L’Unione europea deve fare scelte chiare e ridefinire le priorità all’interno del bilancio, proprio come facciamo a livello nazionale”, insistono i frugali, disposti a investire solo laddove strettamente necessario: “Il quadro finanziario pluriennale crescerà per affrontare le nostre priorità strategiche” rispetto a quanto fatto finora. Il fulcro del MFF 2028-2034 è rappresentato da “sicurezza e difesa, competitività, migrazione e sovranità”, sostengono i sei Paesi, secondo cui “approvando i tre programmi di spesa principali, il Consiglio ha gettato le basi per un’architettura adeguata alle sfide future”.
C’è poi un riferimento chiaro e inequivocabile agli eurobond. Viene lasciato alla fine, cosicché non vi sia il rischio di ‘perderlo’ in corso di lettura: “Un nuovo indebitamento comune non è la soluzione alle nostre sfide di bilancio e non rappresenta un’alternativa alle riforme strutturali“. Parole e toni perentori, che chiudono ad ogni trattativa e, ancora meno, a spazi di dialogo. Uno schiaffo a Spagna, Francia e Italia. A proposito di Italia: per il governo Meloni che andrà al voto nell’anno in cui il debito pubblico tricolore diventerà il primo di tutta l’UE, superiore anche a quello ellenico, si consuma una sconfitta politica che la vede messa alle strette dai partner europei, che pretendono risanamento delle finanze pubbliche e misure credibili.
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