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    Home » Non categorizzato » Se gli unici partiti che fanno sul serio sono quelli radicali

    Se gli unici partiti che fanno sul serio sono quelli radicali

    [di Lorenzo Marsili] Di fronte alla gravità della crisi, la timidezza delle proposte di riforma avanzate dai leader europei appare più sconsiderata della scommessa dei partiti radicali.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    5 Giugno 2015
    in Non categorizzato

    di Lorenzo Marsili (@l_marsili), fondatore e direttore di European Alternatives, organizzazione transnazionale che promuove la democrazia in Europa 

    A volte la Banca centrale europea ha il coraggio di sbattere la verità in faccia al potere. L’incontro annuale della BCE tenutosi a Sintra, in Portogallo, è stata una di queste rare occasioni. In una presentazione molto compunta, gli economisti della banca hanno spiegato che il tasso di disoccupazione nell’eurozona è destinato a rimanere a due cifre anche quando la ripresa avrà compiuto il suo ciclo e la domanda sarà tornata a livelli normali. Come se non bastasse, il tasso di crescita previsto per l’eurozona da qui al 2019 è un misero 1,6%. E questo in base allo scenario più ottimistico, escludendo dunque eventuali turbolenze finanziarie causate dalla crisi in Ucraina, dall’ISIS o da possibili Grexit o Brexit.

    Queste fosche previsioni fanno il paio con le teorie sulla stagnazione secolare, ossia l’idea che il futuro sarà caratterizzato da tassi di crescita trascurabili che non saranno capaci di creare occupazione o sostenere la redistribuzione economica che è alla base dell’economia sociale di mercato. E questo per quanto riguarda il futuro. Il presente, d’altro canto, lo conosciamo fin troppo bene. Varie regioni d’Europa si distinguono per gli alti tassi di disoccupazione (in particolare tra i giovani, a rischio di divenire una “generazione perduta”), il progressivo impoverimento della classe media, lo smantellamento dello stato sociale e l’avanzata delle forze xenofobe ed antieuropee, tra le quali oggi si possono annoverare il secondo partito della Francia e il nuovo presidente polacco.

    Quale dovrebbe essere la risposta di una leadership seria di fronte ad uno scenario di questo tipo? Ovviamente, dovrebbe essere quella di indicare una via d’uscita reale e di costruire le alleanze politiche necessarie per realizzarla. Ma i nostri leader sembrano avere di meglio da fare. Da un lato, non fanno che ripetere la favoletta della ripresa a venire, smascherata dalle loro stesse proiezioni come poco più di una lunga stagnazione. Dall’altro… arrancano, e cercano di arrangiarsi.

    I leader di Francia, Germania e Italia hanno recentemente avanzato delle proposte di riforma dell’eurozona che dovrebbero migliorarne il funzionamento. Indubbiamente, c’è molto lavoro da fare. La crescente divergenza tra paesi del centro e della periferia richiama con urgenza la necessità di politiche economiche e sociali radicalmente diverse. Il gap democratico dell’UE – che continua ad alimentare la diffidenza dei cittadini europei nei confronti delle istituzioni comunitarie – va colmato al più presto e invece continua ad allargarsi. Il processo decisionale è in molti casi bloccato: l’incapacità di offrire una risposta politica all’ecatombe nel Mediterraneo è solo l’ultimo esempio di un sistema in bancarotta non solo dal punto di vista morale ma anche istituzionale.

    Ma le proposte avanzate dai tre governi sono così timide e distaccate dalla realtà da risultare oltraggiose. Vi troviamo avanzi dell’unione bancaria dell’anno scorso, suggerimenti alla Commissione europea affinché si concentri su un ventaglio di priorità più limitato e mozioni di semplificazione del Semestre europeo, tramite il quale la Commissione si esprime in merito ai bilanci degli Stati membri. L’unica proposta ragionevole – che verrà probabilmente cassata – viene dall’Italia: l’introduzione graduale di un sussidio di disoccupazione europeo.

    Questa è la grande visione proposta dai leader dell’eurozona, questo il loro piano per emergere dalla più grande sfida collettiva che l’Europa si trova a fronteggiare dai tempi della seconda guerra mondiale. Se la situazione non fosse già tragica, avrebbe il sapore di una farsa.

    Ed è per questo che oggi i partiti “insubordinati” del continente appaiono più ragionevoli dei grandi partiti “moderati”. Syriza avrà anche poca esperienza, i nuovi sindaci di Barcellona e di Madrid avranno anche un passato da attivisti radicali, le teorie economiche dei movimenti sociali avranno pure qualche lacuna. Ma almeno sono in grado di mobilitare i cittadini e di coinvolgerli in un processo di cambiamento, di ravvivare la loro fiducia nel potere trasformativo della politica e di offrire un’alternativa al vicolo cieco della xenofobia. È questa la buona politica.

    Ma ancora più importante è il fatto che essi sembrano essere gli unici ad essere consapevoli della serietà della situazione in cui versa l’Europa, ad ammetterlo pubblicamente e a proporre delle alternative. Leadership vuol dire anche questo. Si può essere più o meno d’accordo con le singole proposte avanzate dai vari partiti. Ma una cosa è certa: essi introducono un cambiamento generazionale e chiedono all’Europa di guardare in faccia alla realtà. L’Europa – e i suoi leader attempati – farebbero bene ad ascoltare e trarne le conseguenze.

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