Bruxelles – La Commissione europea otterrà la fiducia, ma non è buona notizia per l’Ue. Il partito popolare (Ppe) riesce nell’impresa di indebolire Ursula von der Leyen anche quando la mozione di censura può produrre il paradosso politico di un suo rafforzamento, ma per la presidente dell’esecutivo comunitario e il suo collegio ora la via si fa più stretta e impervia. Come da proclami e anticipazioni l’Aula del Parlamento europeo promette di respingere la richiesta di sfiducia, ma dal dibattito che precede il voto atteso giovedì (10 luglio) esce un Ppe ridimensionato perché sotto attacco.
Socialisti (S&D), liberali (Re) e Verdi, con toni e modi diversi, fanno capire che il sostegno non sarà in bianco. Ci sarà qualcosa in cambio da offrire, e quel qualcosa richiesto è l’abbandono di ogni idea a lavorare con l’estrema destra. La capogruppo socialista, Iratxe Garcia Perez, lo sintetizza meglio degli altri, quando scandisce, rivolgendosi a Manfred Weber, che del Ppe è capogruppo in Parlamento e pure presidente di partito, che “questa mozione è la diretta conseguenza della sua fallimentare strategia“. Un riferimento ai tentativi di convergenza con i conservatori (Ecr), da cui è partita la mozione di censura. “Non siete voi che vi siete uniti alla destra per smantellare il Green Deal“? Una richiesta di chiarimenti che la capogruppo rivolge anche a von der Leyen: “Perchè avete ritirato la legge sui green claim il giorno dopo che l’hanno chiesto Ppe ed Ecr? Con chi intende governare?”
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Già, governare l’Europa. Il vero nodo è questo e lo sarà sempre di più. Perché nel giorno in cui l’Aula discute della fiducia a von der Leyen, quest’ultima viene messa in difficoltà dalla sua stessa famiglia politica. In Consiglio 18 Stati membri su 27 chiedono modifica del regolamento sulla deforestazione e rinvio dell’entrata in vigore. Una lettera firmata da nove Paesi con governo a guida Ppe (Austria, Bulgaria, Croazia, Finlandia, Lettonia, Lussemburgo, Polonia, Portogallo e Svezia) e due Paesi con governo a guida Ecr (Italia e Repubblica ceca) che mette la presidente della Commissione europea nell’angolo: o rispondere alle richieste del Consiglio – difficile, visti i numeri, 18 Stati membri su 27 – e inimicarsi socialisti e Verdi in Parlamento, oppure tenere il punto e vivere una fronda tutta interna al Ppe.
Non sarà un prosieguo agevole di legislatura. Von der Leyen potrà anche vedere crescere il consenso dell’Aula rispetto alla risicata investitura ottenuta dal collegio a inizio quinquennio, la più fragile di sempre, ma sarà sotto assedio degli alleati. I liberali incalzano: “Chi sono i vostri alleati in quest’Aula?”, domanda Valerie Hayer, capogruppo di Re, che punzecchia volutamente von der Leyen. Ricorda che data la situazione, contraddistinta dalle tensioni crescenti in Medio Oriente, i dazi di Trump e il conflitto russo-ucraino, “c’è più bisogno che mai” di Unione europea. ‘No’ alla mozione di censura, quindi, ma qualcosa dovrà cambiare e questo cambiamento dovranno imprimerlo i popolari.

Lo sa bene Nicola Procaccini, co-presidente dei conservatori. Per Fratelli d’Italia, di cui è espressione, questa iniziativa contro la Commissione e la sua presidente von der Leyen è una grana politica seria. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, si è spesa molto per instaurare un rapporto privilegiato con von der Leyen e ricalibrare le relazioni non solo tra Ue e Italia, ma pure tra forze politiche europee. “Sfortunatamente – riconosce Procaccini – questa mozione di censura farà la fortuna di socialisti e verdi“. Gli equilbri politici e le alleanze dovrebbero ridefinirsi, nel senso di una chiusura definitiva alla destra per Il Ppe. Sempre che i popolari vi riusciranno. E’ questa la grande incognita di una legislatura improvvisamente più incerta e di una von der Leyen che rischia di uscirne molto ridimensionata.
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