Bruxelles – Nel Mediterraneo si continua a morire: questa volta a largo dell’isola di Chios, in Grecia, dove almeno 15 persone che navigavano su un’imbarcazione hanno perso la vita, nella serata del 3 febbraio, in un incidente con la Guardia costiera greca. Sollecitata dalle domande dei giornalisti a Bruxelles, la Commissione europea ha sottolineato che “ogni vita persa in mare è una tragedia causata dai trafficanti” e ha ribadito l’importanza che dà al lavoro dell’Unione Europea con i Paesi terzi partner.
La Guardia costiera greca ha spiegato, in un comunicato stampa, che le vittime dell’incidente sono 15 e 24 i feriti. “Il pilota di un motoscafo che procedeva ad alta velocità e senza luci di navigazione, con a bordo passeggeri stranieri, non ha ottemperato ai nostri segnali luminosi e sonori”, hanno precisato le autorità elleniche nella nota stampa. In particolare, secondo la ricostruzione della Guardia costiera, il pilota avrebbe invertito improvvisamente la rotta entrando in collisione con il lato destro della motovedetta. Inoltre, “a causa della violenza dell’impatto, il motoscafo si è rovesciato ed è affondato”.
A Bruxelles, Palazzo Berlaymont ha ricordato – attraverso il suo portavoce per gli Affari interni, Markus Lammert, nel briefing quotidiano con la stampa – che “ogni vita persa in mare è una tragedia causata dai trafficanti“. E ha ribadito che “troppe persone mettono a rischio la propria vita e la perdono” e che è “su questo che stiamo lavorando” con l’obiettivo di “prevenire” tali tragedie. “Ed è anche per questo che il nostro lavoro con i Paesi partner è così importante“, ha aggiunto Lammert.
Al Parlamento europeo, l’eurodeputato greco Kostas Arvanitis della Sinistra europea ha chiesto “un’indagine completa, indipendente e trasparente sulla mortale collisione tra imbarcazioni al largo di Chios che ha coinvolto la Guardia Costiera e i migranti. Il diritto marittimo – ha proseguito – richiede il salvataggio, non l’inseguimento o i respingimenti. La Grecia deve smettere di essere un Paese di tragedie. La verità deve venire a galla”. A fargli eco, l’eurodeputata spagnola Estrella Galán (La Sinistra) secondo cui “il naufragio al largo delle coste greche, in cui hanno perso la vita almeno 15 persone, non è un incidente isolato“, ma anzi, “si aggiunge alle circa mille vittime che si sono verificate nel Mediterraneo durante il ciclone Harry”. Per Galán, “queste tragedie sono il risultato della mancanza di meccanismi di ricerca e soccorso e di percorsi legali sicuri da parte dell’UE, mentre le ONG che salvano vite umane vengono criminalizzate e miliardi di dollari finiscono a Frontex”. Per l’eurodeputata, si tratta del “fallimento politico più letale”.
Intanto, alla plenaria della prossima settimana, a Strasburgo, il Parlamento europeo voterà l’esito finale dei negoziati sui cosiddetti rapporti “Paese terzo sicuro” e “Paesi di origine sicuri“. Si tratta di due dossier che rischiano di smantellare il diritto di asilo sul territorio dell’UE. Mentre le persone continuano a morire nel Mediterraneo senza soluzione di continuità e quella del 3 febbraio nelle acque dell’Egeo orientale non è, purtroppo, la prima tragedia (annunciata) del 2026: il mese scorso, a causa del ciclone Harry, è stata denunciata dalle autorità la scomparsa di 380 persone migranti. Ma secondo l’ONG Mediterranea Saving Humans e Refugees in Libya e Tunisia, sarebbero circa mille le persone morte nel Mediterraneo nei giorni in cui il ciclone si è abbattuto. Per Mattia Ferrari, Cappellano di Mediterranea, “tutto questo è causato dall’ingiustizia globale, dalla chiusura dei canali legali di accesso, dall’assenza di dispositivi strutturali di ricerca e soccorso in mare e dagli ostacoli alle navi di soccorso della società civile”.













