Bruxelles – La guerra in Iran e in Medio Oriente spinge l’export russo di energia, con Mosca che dal conflitto di Stati Uniti e Israele nella regione ha tutto da guadagnarci. Il Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), think-tank finlandese, rileva che a marzo 2026 i ricavi mensili della Russia derivanti dall’esportazione di combustibili fossili hanno registrato un aumento del 52 per cento rispetto al mese precedente, raggiungendo i 713 milioni di euro al giorno, “il valore più alto degli ultimi due anni”. Questi numeri si spiegano soprattutto grazie a “un massiccio incremento del 115 per cento su base mensile dei ricavi derivanti dall’esportazione di petrolio greggio via mare”.
Dopo la chiusura dello stretto di Hormuz, dunque, la Russia sembra essere diventare l’alternativa principale alle rotte commerciali tradizionali, e la soluzione ai problemi di approvvigionamento di India e Cina. Sono soprattutto questi due Paesi a comprare in Russia. Le mosse dell’amministrazione Trump nella regione del Golfo, dunque, finiscono con il rafforzare economicamente lo ‘zar’ di Russia, Vladimir Putin, e creare un polo tutto nuovo russo-indo-cinese in contrapposizione a quello euro-atlantico. Non solo: l’indebolimento economico di Cina e India derivante dalla chiusura di Hormuz viene gestito e contrastato con un rafforzamento russo.
Da un punto di vista geopolitico gli acquisti massici di gas e petrolio russo da parte di India e Cina sono una sconfitta per l’Unione europea: vengono meno gli sforzi di isolare e indebolire Mosca, con le loro scelte Nuova Delhi e Pechino affermano ufficialmente di non allinearsi all’UE, e la concorrenza indo-cinese in termini di produttività e crescita nella migliore delle ipotesi viene solo parzialmente fermata. Non solo: sempre a marzo, denuncia CREA, “quasi la metà (48 per cento) del petrolio russo trasportato via mare è stata veicolata da petroliere ‘ombra’ soggette a sanzioni”. Una beffa nella beffa.
Georgia e India spingono il petrolio russo, l’UE tra malcontento e imbarazzi
C’è però anche l’Unione europea a fare acquisti in Russia. L’analisi di CREA rileva che i ricavi derivanti dal gas naturale liquefatto (GNL) sono aumentati del 5 per cento, raggiungendo i 47 milioni di euro. “La stragrande maggioranza (65%) dei carichi di GNL russi giunti a destinazione nel marzo 2026 è stata scaricata negli Stati membri dell’UE“, a riprova di un’UE ancora alle prese con problemi di carenza di energia e la necessità di doverla acquistare. Va detto che nell’ambito della risposta a dodici stelle alla guerra russa in Ucraina e le sanzioni contro Mosca, la messa al bando del gas russo, incluso GNL, scatterà a settembre 2027, e dunque la domanda della risorsa russa non ha nulla di illegale.
A oggi l’UE rimane il principale acquirente di GNL russo, rappresentando quasi la metà (49 per cento) delle esportazioni totali di GNL della Russia, seguita da Cina (23 per cento) e Giappone (19 per cento). A comprare GNL russo è soprattutto la Spagna (355 milioni di euro a marzo). Non solo: l’UE è anche il principale acquirente di gas tramite gasdotto, con il 33 per cento delle esportazioni dirette nel blocco del 27. Seguono Cina (31 per cento) e Turchia (29 per cento).
Intanto, però, “i proventi delle esportazioni russe di combustibili fossili raggiungono il livello più alto degli ultimi due anni, con un raddoppio previsto delle entrate fiscali derivanti dal petrolio greggio a marzo”, sottolinea ancora Centre for Research on Energy and Clean Air. Merito anche della Turchia, terzo acquirente di gas dopo UE e Cina, terzo compratore di petrolio russo dietro Cina e India, e primo acquirente di prodotti petroliferi davanti alla Cina. La Turchia, insomma, continua nel suo gioco su più tavoli: membro NATO ma amico della Russia e al centro del nuovo riassetto di parte del mondo arabo-islamico.


![Riunione del consiglio Affari esteri [Bruxelles, 16 marzo 2026. Foto: European Council]](https://www.eunews.it/wp-content/uploads/2026/03/consiglio-esteri-350x250.jpg)
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