Bruxelles – L’innalzamento globale delle temperature – unito alla progressiva riduzione delle piogge – sta severamente minacciando le coltivazioni di caffè a livello globale, innescando così la tipica combinazione tra livelli di produzione più bassi e prezzi di mercato più alti. A rivelarlo è un’analisi scientifica pubblicata oggi (18 febbraio) da Climate Central, un’organizzazione no profit indipendente composta da scienziati e comunicatori che ricercano e divulgano i fatti sul cambiamento climatico e sul suo impatto sulla vita delle persone. “Quasi tutti i principali Paesi produttori stanno ora sperimentando un numero maggiore di giorni di caldo estremo che può danneggiare le piante di caffè, ridurre le rese e comprometterne la qualità” e che, “con il tempo, questi impatti potrebbero propagarsi dalle aziende agricole ai consumatori, arrivando direttamente alla qualità e al costo della vostra tazza quotidiana”, ha sintetizzato Kristina Dahl, vicepresidente per la Scienza di Climate Central.
Il caffè è una delle bevande più popolari al mondo, con una stima di 2,2 miliardi di tazze consumate ogni giorno. Ma l’approvvigionamento mondiale subisce “una pressione crescente, e il cambiamento climatico svolge un ruolo significativo”, spiega la no profit. Secondo la Banca Mondiale, i prezzi dei chicchi di caffè Arabica e Robusta sono quasi raddoppiati dal 2023 al 2025 – i primi sono passati dai 4,54 dollari Usa al chilo del 2023 agli 8,47 dollari Usa al chilo del 2025; i secondi da 2,63 dollari Usa al chilo ai 4,86 dollari Usa al chilo – con un picco raggiunto a febbraio dell’anno scorso. Nel febbraio 2025, i prezzi del caffè hanno raggiunto il massimo storico.Il fenomeno scientifico alla base di questo studio è presto detto: quanto più la temperatura esterna supera una certa soglia – fissata intorno ai 30 °C – tanto più le piantagioni di caffè subiscono stress da calore che può ridurre la resa, influire sulla qualità dei chicchi e aumentare la vulnerabilità delle piante alle malattie. Altrettanto pericolosa – per gli stessi motivi – è la prolungata assenza di piogge: “I cambiamenti nei modelli di precipitazioni possono ulteriormente stressare le piante di caffè. Piogge adeguate e costanti sono fondamentali per la loro crescita. Un totale annuo di precipitazioni compreso tra 150 e 200 cm è ottimale e la siccità può ridurre i raccolti. La siccità del 2023 in Brasile è stata collegata ai recenti picchi dei prezzi del caffè”, si legge nel rapporto.
Lo studio di Climate Central – dedicato ai 25 principali Paesi produttori, che rappresentano il 97% della produzione globale di caffè – utilizza un indicatore ad hoc (il Climate Shift Index) per dimostrare quanto il cambiamento climatico eserciti un’influenza nel creare condizioni atmosferiche sempre più ostili alla coltivazione del caffè. I risultati che emergono sono piuttosto eloquenti: in tutti e 25 i Paesi presi in considerazione il numero di giorni con temperature superiori alla soglia critica è aumentato dal 2021 al 2025, facendo registrare una media annuale di 47 giorni aggiuntivi in cui il termometro ha segnato più di 30 °C a causa della CO2 emessa nell’atmosfera.
Ancora peggiori sono i dati relativi alla top 5 degli Stati produttori di caffè: Brasile, Vietnam, Colombia, Etiopia e Indonesia. Si tratta di economie che hanno fatto del caffè la loro fortuna soprattutto grazie alla strategicità della loro posizione geografica, collocata in quell’area tra il Tropico del Cancro e quello del Capricorno, nota proprio come Coffee Bean Belt (Fascia del Caffè). Le condizioni climatiche di questa zona sono storicamente quelle ideali per la coltivazione dei chicchi: clima tropicale, temperature miti e piogge regolari. Eppure, secondo Climate Central, è proprio qui che il cambiamento climatico sta producendo i danni maggiori, con una media annuale di 57 giorni aggiuntivi di caldo eccessivo. In particolare, il Brasile – vera e propria miniera del caffè mondiale (37 per cento dell’offerta totale) – ha toccato quota 70 giorni e l’Indonesia è arrivata a 73. Fanno peggio soltanto El Salvador (99 giorni), il Nicaragua (77) e la Thailandia (75).
Le conseguenze economiche di un tale fenomeno non ricadono solo sul consumatore finale e sul prezzo di mercato più alto che si trova a pagare. A fare le spese di caldo afoso e siccità sono anche – anzi, soprattutto – i produttori che si trovano a fare i conti con quantità di caffè inferiori rispetto al passato o dalla qualità inferiore. In particolare, a soffrire maggiormente sono i piccoli agricoltori, che peraltro rappresentano l’80 per cento del totale e danno il 60 per cento dell’offerta mondiale di caffè. Difficoltà riportate anche da Akshay Dashrath, cofondatore e produttore della South India Coffee Company: “A Mooleh Manay, il cambiamento climatico è qualcosa che misuriamo ogni giorno nella nostra azienda agricola. I nostri sensori sul campo mostrano periodi caldi più lunghi, notti più calde e una perdita più rapida di umidità del suolo, tutti fattori che aumentano lo stress sulle piante di caffè e sui terreni”, racconta. “Il caffè dipende da un delicato equilibrio tra ombra, umidità e tempo di recupero fresco. Con il restringersi di questo equilibrio, adattarsi attraverso una migliore salute del suolo e pratiche agricole resilienti al clima non è più una scelta”, descrive ancora.
Eppure, esistono soluzioni che permettono di adattare la coltivazione delle piantagioni al cambiamento climatico, come spiega Dejene Dadi, Direttore Generale della cooperativa etiope di piccoli produttori Oramai Coffee Farmers Cooperatives Union (OCFCU): “La nostra Unione sta distribuendo fornelli ad alta efficienza energetica che riducono la necessità di legna da ardere e proteggono le aree forestali che fungono da riparo naturale per la coltivazione del caffè”. Il vero problema, come sempre, sono i fondi. Il costo medio dell’adattamento per un’azienda agricola di 1 ettaro è di 2,19 dollari al giorno — meno del prezzo di una tazza di caffè in molti Paesi. Ma secondo Climate Central, nel 2021, solo lo 0,36 per cento dei finanziamenti necessari per adottare soluzioni come quella descritta da Dadi sono andati ai piccoli produttori, che sono la stragrande maggioranza e più ne avrebbero bisogno.
“I governi – avverte Dadi – devono agire e investire sui piccoli produttori per permetterci di ampliare le soluzioni di cui abbiamo bisogno per adattarci”. Parole che attendono di essere ascoltate, senza allarmismi, ma con prontezza se si considera che – secondo lo studio di Climate Central – entro il 2050 la Coffee Bean Belt rischia di perdere il 50 per cento del terreno coltivabile se non saranno adottate contromisure efficaci.


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