Bruxelles – Lo Stato belga non ha rispettato i suoi obblighi di diritto internazionale per prevenire il genocidio a Gaza e deve agire, in particolare per quanto riguarda il trasferimento di armi e beni a duplice uso. Questa volta non sono le piazze a dirlo, ma una decisione della Corte d’Appello di Bruxelles davanti al procedimento intentato da giuristi, avvocati e membri del collettivo ‘Droit pour Gaza’, dell’Associazione belga-palestinese (ABP), del Coordinamento nazionale per l’azione per la pace e la democrazia (CNAPD), di SOS Gaza e da due vittime palestinesi. La Corte riconosce le azioni, seppur tardive, di Bruxelles di imporre con un Regio Decreto del 18 gennaio scorso il divieto di sorvolo del territorio belga e di transito tecnico di aerei che trasportano armi e/o equipaggiamento militare destinati a Israele o ai Territori palestinesi occupati. Ma specifica anche che quella misura non include il trasferimento di beni a duplice uso, cioè quelli che sono o possono essere destinati, in tutto o in parte, a scopi militari. Perciò, lunedì prossimo, 30 marzo, ad essere chiamato in udienza sarà lo Stato, perché chiarisca se ha agito o meno in questo senso.
È probabile che in quella sede Bruxelles si rifarà ad ambiguità interpretative e difficoltà nell’attuazione delle norme UE (in particolare il Regolamento 2021/821 sul regime di controllo delle esportazioni, dell’intermediazione, dell’assistenza tecnica, del transito e del trasferimento di prodotti a duplice uso). A quel punto, la Corte potrà decidere di chiedere allo Stato di adottare misure per vietare il trasferimento di beni a duplice uso oppure di rivolgersi alla Corte di Giustizia dell’UE per avere un suo parere sull’applicazione delle regole UE alla luce delle convenzioni e delle norme di diritto internazionale: un passaggio, questo, che farebbe allungare i tempi, ma, contemporaneamente, la voce dei giudici di Lussemburgo avrebbe un valore su tutti i Ventisette Paesi dell’Unione Europea.
Intanto, le organizzazioni celebrano il risultato. Una decisione “storica”, “forte” che “potrebbe essere replicata in tutti gli Stati dell’Unione Europea”, commenta entusiasta la giurista e co-fondatrice di Droit pour Gaza, Anne-Laure Losseau. “Siamo molto soddisfatti”, aggiunge. Soprattutto perché, “a nostra conoscenza, è la prima volta che un tribunale si dichiara competente a valutare, su richiesta di vittime e ONG, se il Belgio stia rispettando i propri obblighi di diritto internazionale”.
Le ONG e le vittime hanno intentato la causa lo scorso 22 luglio contro lo Stato belga con l’obiettivo di costringere il Paese “ad adottare, con urgenza, tre misure previste dal diritto internazionale“: la chiusura dello spazio aereo belga al trasporto di armi e attrezzature militari; il divieto di qualsiasi scambio commerciale con gli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi occupati; la denuncia (o, in alternativa, la sospensione) da parte del Belgio dell’accordo di associazione tra l’UE e gli Stati membri (l’accordo euro-mediterraneo) e Israele. In primo grado, a settembre, il presidente del Tribunale di Bruxelles ha respinto la domanda e le organizzazioni hanno presentato appello: il 16 marzo 2026 è arrivata la decisione della Corte d’Appello che modifica quella di primo grado.
In particolare, la sentenza mette nero su bianco che le Convenzioni sul genocidio e di Ginevra hanno “effetto diretto nel diritto interno” e che, “quando si presume una violazione di tali disposizioni, il giudice è tenuto a valutare” come abbia agito lo Stato, in questo caso il Belgio. Inoltre, alla luce delle ordinanze della Corte internazionale di Giustizia del 2024, la Corte riconosce che “lo Stato belga non ha fatto immediatamente quanto era in suo potere per impedire il trasferimento di armi e attrezzature militari a Israele o ai Territori palestinesi occupati, che potrebbero essere utilizzate per commettere crimini di genocidio, crimini contro l’umanità e gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra nella Striscia di Gaza, violando pertanto i propri obblighi ai sensi di tali convenzioni“. Nello specifico, “alla data in cui il caso è stato preso in esame in prima istanza (15 settembre 2025), diciotto mesi dopo l’ordinanza della Corte internazionale di giustizia del 26 gennaio 2024, non erano state adottate misure vincolanti da parte dello Stato belga“.
Per le organizzazioni – che hanno finanziato la loro azione attraverso il crowdfunding -, il pronunciamento della Corte d’Appello “afferma qualcosa di fondamentale: i giudici possono obbligare uno Stato a rispettare i suoi obblighi di fronte a un genocidio, a un crimine di guerra o a un crimine contro l’umanità” ed “è una decisione storica” che “cambia qualcosa di essenziale: l’inazione dei nostri Stati può essere giudicata e condannata“.












