Bruxelles – Si accende il confronto tra le istituzioni comunitarie sulla gestione del principale strumento di ripresa post-pandemica messo a punto dall’Unione Europea. A pochi giorni dalla pubblicazione delle linee guida sulla fase finale dell’implementazione del Dispositivo per la ripresa e la resilienza (il Recovery and Resilience Facility, RRF), la Corte dei conti europea (ECA) ha reso noto un nuovo rapporto in cui solleva dubbi sulla trasparenza e la tracciabilità del fondo creato per sostenere gli Stati membri dopo la crisi da Covid-19, nel più ampio quadro del Recovery Fund, il fondo che finanzia i piani nazionali per la ripresa (PNRR). A finire nel mirino dei giudici contabili è soprattutto il suo modello di funzionamento: a differenza degli altri strumenti finanziari europei, l’RRF non stabilisce la quantità di denaro da erogare ex post, in base ai costi effettivamente sostenuti dagli Stati per realizzare determinati investimenti. Al contrario, la cifra viene concordata all’inizio e la sua erogazione è legata semplicemente all’implementazione di alcune riforme strutturali preventivamente concordate con Bruxelles. Un approccio innovativo che, secondo la Corte, lascia però troppe zone d’ombra su dove finiscono i soldi dei contribuenti europei e sull’efficienza con cui vengono spesi.
Il parere della Corte dei Conti
Nell’audit diffuso oggi (6 maggio), l’ECA denuncia presenta “lacune per la tracciabilità e la trasparenza della spesa” del RFF, con un livello di informazioni pubbliche ancora “insufficiente” rispetto all’entità dei fondi in gioco. Una criticità che – ricordano i giudici di Lussemburgo – “era già stata sollevata in passato dal Parlamento Europeo, dal Mediatore UE e dall’OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ndr)”.
Uno dei problemi centrali riguarderebbe proprio la natura innovativa del meccanismo di erogazione dei fondi. Il fatto che – per la prima volta su scala così ampia a livello comunitario – le risorse necessarie per attuare determinate riforme e effettuare certi investimenti non siano erogate sulla base dei costi effettivamente sostenuti dagli Stati membri renderebbe più difficile ricostruire chiaramente in che modo vengano utilizzati tali fondi. In particolare risulterebbe limitata la possibilità di comprendere non solo chi beneficia delle risorse, ma anche con quale efficacia esse vengano impiegate. “La tracciabilità e la trasparenza sono cruciali per tutelare le finanze dell’UE”, spiegano i giudici, e in tal senso “il quadro rimane ancora incompleto“.
A proposito di tracciabilità, la Corte riconosce che gli Stati membri rispettano in linea di massima i requisiti normativi, ma rileva che non tutti raccolgono i dati in maniera sistematica: “In alcuni casi” – spiegano i revisori dei conti – “le informazioni sono fornite solo su richiesta, dando luogo a ritardi di diversi mesi e rendendo le informazioni meno utili ai fine della rendicontabilità e dell’analisi”.
Il quadro sulla trasparenza appare ancora più critico. Se è vero che Commissione e Stati membri assicurano un adeguato livello di scrutinio per quanto riguarda il conseguimento dei traguardi e degli obiettivi, i giudici contabili sottolineano che spesso “le informazioni sui risultati ottenuti sono minime”. Inoltre, sebbene le norme dell’RRF obblighino i governi nazionali a pubblicare l’elenco dei 100 maggiori destinatari finali delle risorse, per la Corte “tale elenco non riflette adeguatamente l’uso complessivo dei fondi”.
Le ragioni sono due. In primo luogo, oltre la metà di questi destinatari sono enti pubblici (ministeri e autorità statali), ma questi ultimi a loro volta distribuiscono il denaro a privati e imprese attraverso appalti, senza alcun obbligo di rendicontare formalmente questi passaggi. In secondo luogo, nessuno dei 10 Paesi analizzati dalla Corte come campione (Austria, Bulgaria, Estonia, Francia, Germania, Lettonia, Malta, Paesi Bassi, Romania e Spagna) si è mai spinto oltre il numero minimo di cento beneficiari.
A fare la sintesi di un quadro che per la Corte dei conti dell’UE è ancora molto lacunoso, è il membro dell’ECA responsabile della relazione, Ivana Maletić. Quello che manca è “una visione completa di come siano utilizzati i finanziamenti dell’RRF”, ha spiegato. “I cittadini hanno il diritto di sapere come vengono impiegati i fondi pubblici, chi li riceve e quanto si spende effettivamente”, ha concluso prima di avvertire che “questa scarsa trasparenza non va estesa ai futuri bilanci dell’UE”.
La replica della Commissione
La risposta della Commissione UE alle accuse della Corte non si è fatta attendere. In una nota diffusa in giornata, un portavoce di Palazzo Berlaymont ha di fatto respinto le critiche dell’ECA, rivendicando la solidità del quadro normativo che disciplina l’RRF. “L’approccio che lega l’erogazione dei fondi al raggiungimento degli obiettivi prestabiliti”, si legge nel comunicato, “si è dimostrato efficace, garantendo che i fondi siano destinati a risultati concreti e consentendo alla Commissione di verificare rigorosamente l’attuazione delle riforme” prima di sbloccare il denaro.
Del resto, secondo l’esecutivo comunitario, è lo stesso regolamento dell’RRF – al recital 18 – a vietare esplicitamente i controlli sui costi effettivamente sostenuti dal beneficiario. Anche le differenze tra Stati nella raccolta dei dati – un’altra delle principali perplessità sollevate dall’ECA – vengono lette non come il segnale di una gestione lacunosa, ma semplicemente come il riflesso delle diverse strutture amministrative nazionali”.
“Tutto in regola”, sembra essere la sintesi della replica di Palazzo Berlaymont, che peraltro elenca anche le “solide misure” già previste per garantire la trasparenza richiesta dall’ECA: “la pubblicazione delle valutazioni dei Piani di Ripresa e Resilienza, delle richieste di pagamento e delle relazioni sui progressi; le analisi dettagliate a supporto delle decisioni di pagamento della Commissione; gli orientamenti completi sugli obblighi di rendicontazione degli Stati per i 100 principali destinatari dei fondi; e il dialogo continuo con gli Stati per affrontare eventuali incongruenze”.
Sulla base di queste argomentazioni, il rifiuto delle tre raccomandazioni formulate nel report della Corte è netto.
La prima – riaprire il Regolamento finanziario dell’UE, ovvero il ‘codice’ che stabilisce come vengono gestiti, spesi e controllati i soldi del bilancio comunitario – viene giudicata impraticabile perché il nuovo testo “è stato adottato 18 mesi fa dopo ampi negoziati tra i colegislatori” e non si vuole riaprire un compromesso politico appena chiuso.
La seconda raccomandazione chiedeva di usare i dati sui costi reali comunicati dopo la spesa dei fondi come parametro per verificare l’allineamento con le stime iniziali. Anche in questo caso, la risposta della Commissione è stata laconica: “Non esiste una base giuridica per richiedere questi dati”.
Infine, la terza raccomandazione proponeva almeno di stabilire un obbligo di raccolta sistematica dei costi effettivi da parte degli Stati nei futuri strumenti finanziari UE basati sul criterio della performance. Pur senza bocciare il suggerimento, Palazzo Berlaymont ha sviato con un argomento di principio: spetta al Consiglio e al Parlamento decidere come disegnare i futuri programmi.
Eppure – tra le righe della replica – l’esecutivo lascia aperto un piccolo spiraglio. “Prendendo atto” del rapporto dell’ECA, la Commissione lo definisce un “valido contributo” per le imminenti discussioni sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) dell’UE per il settennato 2028-2034. Un esile ramoscello d’ulivo offerto in risposta alle parole di avvertimento pronunciate in tal senso da Maletić.

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