Bruxelles – I cittadini dell’Unione europea si dimostrano sempre più preoccupati rispetto alla loro condizione economica presente e (soprattutto) futura. In particolar modo, si guarda con timore all’impennata dei prezzi di energia e carburanti, una conseguenza della chiusura dello Stretto di Hormuz determinata dallo scoppio della guerra in Iran. Ed è proprio a causa delle ripercussioni economico-finanziarie del conflitto medio-orientale che la maggioranza assoluta degli europei continua ad avere un’opinione estremamente negativa riguardo all’operazione militare lanciata dagli Stati Uniti e da Israele contro Teheran lo scorso 28 febbraio.
Sono queste le principali conclusioni che emergono dall’ultimo sondaggio di Polling Europe Euroscope – istituto di ricerche di mercato e sondaggi con sede a Bruxelles, frutto della joint venture tra SWG e OpinionWay – visionato in anteprima esclusiva da Eunews.
La situazione economica: per il 62 per cento del campione le cose vanno ‘nella direzione sbagliata’
Concentrando lo sguardo sul presente, gli intervistati si dividono sostanzialmente a metà tra il 51 per cento di chi si definisce ‘soddisfatto’ della propria condizione economica attuale e il 49 per cento di coloro che invece si ritengono ‘insoddisfatti’. Più nel dettaglio, l’8 per cento del campione si dichiara ‘molto soddisfatto’, il 43 per cento si limita a definirsi ‘abbastanza soddisfatto’, il 35 per cento sceglie l’opzione ‘non molto soddisfatto’ e il restante 14 per cento si ritiene ‘del tutto insoddisfatto’.
Ma il quadro cambia se si analizzano i numeri relativi ai singoli Stati membri, in particolare quelli dei cinque Paesi più popolosi di cui Polling Europe offre un’analisi specifica: Spagna, Polonia, Francia, Germania e Italia. Se Spagna e Polonia sono gli unici due Stati in cui prevale – largamente – la percentuale dei soddisfatti (rispettivamente il 65 per cento tra gli spagnoli e il 60 per cento tra i polacchi), in quelle che dovrebbero essere le tre ‘locomotive’ dell’economia UE le percentuali si ribaltano. Tra gli italiani, gli insoddisfatti ammontano al 53 per cento del campione e i soddisfatti al 47 per cento, mentre in Germania e Francia le cose vanno persino peggio: 54 vs 46 tra i teutonici e 57 vs 43 tra i cugini d’Oltralpe.
Effettuando una suddivisione degli intervistati sulla base del partito europeo di riferimento, emerge una divisione piuttosto marcata tra i partiti del cosiddetto mainstream e le forze collocate ai due estremi dello spettro politico. La percentuale dei soddisfatti è maggioritaria nell’elettorato di centro-destra del Partito Popolare Europeo (PPE, 62 per cento), tra i liberali di Renew Europe (61 per cento), i Verdi (60 per cento), i Conservatori e Riformisti (ECR, 57 per cento) e i Socialisti e Democratici (S&D, 56 per cento). Le risposte negative prevalgono invece tra gli elettori de La Sinistra (60 per cento) e quelli delle due formazioni di estrema destra: Europa Sovrana delle Nazioni (ESN, 61 per cento) e Patrioti per l’Europa (PfE, 54 per cento).
Il già diffuso pessimismo si fa ancor più pervasivo quando agli europei viene chiesto di guardare al prossimo futuro. Per il 62 per cento del campione, le cose nel proprio Paese stanno andando ‘nella direzione sbagliata’ economicamente parlando, mentre solo per il 16 per cento il percorso intrapreso è quello giusto. In Italia, le opinioni negative ammontano al 68 per cento del totale e quelle positive al 9 per cento, ma i più pessimisti in questo caso sono i francesi: il 77 per cento è preoccupato per il futuro e solo il 4 per cento vi guarda con speranza.
In particolare, tra gli sviluppi negativi più temuti figurano la crescita della disoccupazione (la ipotizza il 67 per cento del campione generale e il 62 per cento di quello italiano) e l’aumento dell’inflazione (è probabile per il 76 per cento degli intervistati, con la quota che sale all’82 per cento tra gli italiani.
Iran, il 56 per cento degli europei disapprova l’attacco degli USA e di Israele
Per il 56 per cento degli intervistati, le operazioni militari su larga scala avviate da Stati Uniti e Israele più di tre mesi fa sono ‘non giustificate’. Più precisamente, per il 36 per cento del campione l’attacco è stato ‘del tutto ingiustificato’ mentre il restante 20 per cento lo ha ritenuto ‘in parte ingiustificato’. Sono in netta minoranza, dunque, coloro che hanno considerato legittimo l’atto di aggressione israelo-americano: rappresentano il 25 per cento del campione, con un 10 per cento che ha ritenuto l’intervento ‘totalmente giustificato’ e un 15 per cento che lo ha considerato ‘in parte giustificato’. Il restante 19 per cento, invece, non ha risposto alla domanda o ha affermato di non avere informazioni sufficienti per esprimere un giudizio.
L’opposizione alle azioni di Washington e Tel Aviv è prevalente in tutti e cinque i Paesi UE per cui i dati sono analizzati nel dettaglio. L’Italia è in testa – come nel precedente sondaggio di aprile – con il 73 per cento di chi ritiene la guerra ingiustificata, seguita dalla Spagna (62 per cento), dalla Polonia (53 per cento) e dalla Francia (42 per cento). Insolitamente, dunque, lo Stato meno contrario è proprio quello con la più antica tradizione di ostilità all’interventismo della politica estera statunitense, mentre due Paesi solitamente atlantisti come Polonia e Germania registrano percentuali di contrarietà superiori al 50 per cento.
Dati interessanti emergono anche guardando alla suddivisione del campione in base al partito europeo di riferimento. Confermando quanto rilevato ad aprile, l’operazione militare di Donald Trump e Benjamin Netanyahu non trova particolare sostegno neanche nell’elettorato di destra ed estrema destra, solitamente più vicino alle posizioni dei due leader. Tra gli elettori di ECR – partito di cui fa parte Fratelli d’Italia, la creatura di Giorgia Meloni – i contrari (45 per cento) superano i favorevoli (41 per cento), così come tra i sostenitori dei Patrioti – la famiglia politica della Lega – in cui i contrari ammontano al 41 per cento e i favorevoli al 40 per cento e tra coloro che supportano ESN in cui i contrari battono i favorevoli per 47 a 33. Più prevedibilmente, il livello di opposizione alla guerra in Iran è ancor più elevato nelle famiglie politiche di centro-sinistra, centro e centro-destra: 70 per cento di contrarietà tra gli elettori di S&D, 65 per cento tra chi vota i Verdi, 61 per cento tra i sostenitori de La Sinistra , 50 per cento tra i liberali di Renew Europe e 53 per centro tra l’elettorato del PPE.
L’opposizione politicamente trasversale alle operazioni di USA e Israele sembra essere prevalentemente dettata da motivazioni economiche. Il 92 per cento del campione intervistato si definisce ‘preoccupato’ dalla crescita dei prezzi dell’energia e dei carburanti innescata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, mentre solo l’8 per cento non ha alcun tipo di timore. Ancora una volta, a registrate la più alta quota di opinioni negative sono gli italiani (il 97 per cento è preoccupato), seguiti dagli spagnoli (95 per cento), dai polacchi (92 per cento), dai francesi (92 per cento) e dai tedeschi (88 per cento). In termini di orientamento politico, il caro-energia spaventa tanto a destra quanto a sinistra: il 94 per cento degli elettori di S&D e dei Patrioti è preoccupato, seguito da chi sostiene il PPE (92 per cento), Renew, ECR ed ESN (tutti e tre al 91 per cento) e La Sinistra (87 per cento).
Infine, la domanda che fa da file rouge tra i due temi al centro del sondaggio: “Pensi che la crisi energetica causata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz ha o avrà un impatto sulla tua situazione economica?”. Il 72 per cento degli intervistati ritiene che questo impatto sia già osservabile, e la quota sale al 94 per cento se si aggiungono anche coloro che ritengono che le ripercussioni si inizieranno a sentire nei prossimi mesi. Tra gli italiani, è addirittura il 96 per cento del campione a esprimere un’opinione negativa, così come tra gli spagnoli. Seguono i francesi (94 per cento), i tedeschi (92 per cento) e i polacchi (91 per cento).
Ancora una volta, dunque, chi manifesta preoccupazione prevale largamente su chi ostenta tranquillità.
L’indagine è stata condotta online tramite metodo CAWI (Computer Assisted Web Interview) su un campione rappresentativo della popolazione UE di età pari o superiore a 18 anni. In totale sono state realizzate 5.458 interviste complete, distribuite proporzionalmente alla popolazione dei 27 Paesi dell’UE con una leggera correzione che consente di analizzare i dati a livello paneuropeo, con suddivisioni per i 5 Stati più grandi (Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia) e per 3 diverse aree: Europa orientale, Europa settentrionale, Europa meridionale. Per ciascun Paese sono state stabilite quote proporzionali per età e genere, calcolate in base ai parametri più recenti forniti da Eurostat.









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