La Cina è la grande disperazione dell’Unione europea. Non si può dire forse “la più grande”, è difficile fare graduatorie in questi anni di aggressione della Russia all’Ucraina, di Israele che bombarda ed uccide chiunque possa, forse, non essere d’accordo e lo lascia fare anche ai suoi coloni illegali, di una presidenza Usa che peggio davvero non si poteva immaginare (per gli Usa stessi ed il resto del mondo) che anch’essa bombarda forse solo per aiutare l’industria del settore e per fa guadagnare qualche soldo ai più vicini, e che scatena guerre che normalmente perde come in Iran, e poi fa accordi per ricostruire quello che essa stessa aveva cancellato pochi anni fa.
Comunque la Cina è un problema enorme, perché cresce in continuazione (anche se sempre più lentamente), esporta sempre di più, compra aziende, occupa spazi commerciali ed è riuscita ad avere un surplus con tutti i Paesi dell’Unione. Inoltre esporta ciò che vuole, non ci aiuta con i componenti per costruire armi (che forse va anche bene così, secondo molti) e tiene per il collo gran parte della nostra industria, a partire dalla morente industria automobilistica, suicidatasi, coscientemente, alcuni anni fa.
Ora il problema è difendersi riguadagnando un po’ di terreno, i leader ne parlano da tempo, ne hanno parlato al G7, ne parleranno (sotto un ridicolo titolo generico nell’agenda, sugli sbilanci macroeconomici mondiali, per non offendere Pechino, grande prova di coraggio che non fa ben sperare, in realtà) al Consiglio europeo di oggi e domani, anche se però non riporteranno nulla del dibattito nelle conclusioni.
L’obiettivo, ha spiegato oggi un alto diplomatico UE è “trovare un bilanciamento degli interessi con la Cina”. E’ lo spirito di ogni negoziato, certamente, arrivare ad un compromesso che soddisfi in fondo tutti. Ma il tono però si sta alzando, dopo due anni di provvedimenti e annunci che non sono mai partiti e che non hanno portato a niente: la Cina “è interessata a questo mercato europeo, soprattutto di fronte a un calo della domanda interna?”. Ecco qua, si cerca la debolezza interna sulla quale lavorare per costruire un rapporto più equilibrato. E poi si annuncia l’avvio del braccio di ferro: “Tutti gli Stati membri hanno uno squilibrio commerciale con la Cina”, è la premessa, che esprime anche l’auspicio che chi con la Cina si è già scottato, come la Germania, magari stavolta sia più solidale e si possa agire a 27. “Abbiamo degli strumenti, ma sono poco usati”, ammette il diplomatico, il quale spiega poi che ci sono anche misure interne allo studio: “Šefčovič (Maroš, il commissario al Commercio, ndr) propone uno strumento per premiare le aziende europee che riescono ad utilizzare componenti e materie prime europee”. Uno stimolo autarchico, che potrebbe essere utile. Ma l’Europa da sola non basta.
Roberto Italia, ricercatore Ispi, in un recente paper sul tema ha confermato che “non tutte le regole e le condizioni potranno essere definite dall’Unione, ma, stanti le politiche protezionistiche statunitensi, la Cina ha molto da perdere se non accetta un accordo con il secondo mercato di destinazione dei suoi prodotti (alle spalle dell’ASEAN)”.
Secondo lo studioso è poi necessario, come accennava anche il diplomatico, che gli strumenti già esistenti siano “affiancati da meccanismi più incisivi a livello UE, attingendo dal modello USA delle Sezioni e ridando credibilità allo Strumento anti-coercizione, nonché da forme di coordinamento con i membri del G7 e con i partner affini al gruppo, come Corea del Sud e Australia, nel campo della sicurezza economica”. Per Italia, “la questione degli squilibri dell’economia cinese non ha risvolti solo sull’Europa, ma è di portata globale. Tali sforzi collegiali non solo rafforzerebbero la capacità di deterrenza agli occhi di Pechino, togliendole l’arma del ‘divide et impera’, ma eviterebbero anche che una risposta aggressiva alla Cina da parte di un Paese (in questo caso gli USA) possa ripercuotersi negativamente sull’economia di un Paese meno attivo”.
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