Bruxelles – L’Unione europea fatica a competere con Cina e Stati Uniti su tutti i fronti strategici: energia, automotive, connettività e farmaceutica. È il quadro che emerge dal report “Dal dialogo all’esecuzione: promuovere la competitività dell’Europa”, presentato oggi (2 luglio) al Parlamento europeo dal think-tank I-Com, guidato dall’economista Stefano da Empoli.
Sul fronte dell’innovazione energetica, la distanza con la Cina è già molto ampia. Nel 2023 il 58 per cento dei brevetti legati all’energia nel mondo è stato rilasciato a entità cinesi, con una quota superiore al 50 per cento in quasi tutti i settori tecnologici: solare, eolico, nucleare, reti intelligenti, stoccaggio di energia. L’UE non solo è lontana dalla Cina, ma risulta indietro anche rispetto a Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti. A ciò si aggiunge il problema dei prezzi dell’elettricità industriale, rimasti tra marzo 2023 e marzo 2026 costantemente più alti nell’UE rispetto a Cina e USA, dove risultano da 2 a 3 volte inferiori.
Nel settore automotive, che occupa direttamente e indirettamente 13,6 milioni di persone nell’UE, il 2025 ha registrato un calo sia delle importazioni che delle esportazioni di auto, rispettivamente del 3,2 e del 6,2 per cento su base annua. Il surplus commerciale si è ridotto a 76 miliardi di euro, il dato più basso dal 2021. Particolarmente significativo l’aumento del 30,7 per cento delle importazioni di veicoli cinesi, con un milione di mezzi prodotti in Cina entrati nel mercato UE. Le auto elettriche a batteria hanno raggiunto il 17,4 per cento del mercato, ma le ibride restano la scelta preferita dei consumatori europei con il 34,5 per cento.
Sul fronte della connettività, undici Paesi UE coprono ancora meno dell’80 per cento delle famiglie con la banda larga fissa: tra questi l’Italia si ferma al 71 per cento, la Germania al 77 per cento, la Grecia al 46 per cento. Per il 5G nelle aree rurali, l’UE raggiunge il 79,6 per cento contro l’82 per cento degli USA, l’85 per cento della Cina e il 92 per cento dell’India.
Il capitolo più critico per l’Italia riguarda i farmaci. I dazi USA sul settore farmaceutico europeo valgono circa 18,6 miliardi di dollari all’anno, di cui 1,7 miliardi dalle sole importazioni italiane. Farmindustria stima un impatto negativo di 2,5 miliardi di euro, che potrebbe salire fino a 4 miliardi tenendo conto delle dinamiche valutarie. A questo si aggiungono gli effetti della politica “Most Favored Nation” americana, che lega i prezzi dei farmaci negli USA al livello più basso applicato in un paniere di paesi avanzati, in gran parte europei: nei primi dieci mesi di applicazione, i lanci di nuovi farmaci nei mercati UE sono calati del 35 per cento. L’Italia risulta il paese più colpito, con una riduzione del 66,7 per cento dei nuovi lanci, da 99 a 33 prodotti.
Il report conclude che energia, trasporti e scienze della vita condividono la stessa sfida di fondo: senza un approccio coordinato che colleghi politica climatica, politica industriale e diversificazione commerciale, l’Europa rischia di dipendere non solo da combustibili fossili importati, ma anche da tecnologie, materie prime e input strategici prodotti altrove.
Articolo composto con l’assistenza dell’IA.




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