Bruxelles – Diritto allo sciopero ristretto, processi lumaca, una legislazione sul conflitto di interessi inesistente, querele temerarie contro i giornalisti ancora di uso e costume, e nessun ente responsabile per la difesa dei diritti umani: l’Italia dei diritti fondamentali ha ancora molta strada da fare per essere un modello. Il rapporto della Commissione europea sullo Stato di diritto evidenzia le criticità esistenti di un sistema Paese che registra pochi e insufficienti progressi in materia di piena legalità e tutele complete per tutti.
Il primo rilievo che viene mosso dall’esecutivo comunitario riguarda i procedimenti giudiziari: “In Italia, pur essendo proseguita la tendenza positiva alla riduzione dei tempi di risoluzione delle controversie, la durata dei procedimenti giudiziari rimane un problema serio“, recita il rapporto . Si riconosce che “sono stati compiuti progressi nel reclutamento di magistrati e personale amministrativo dei tribunali”, ad esempio attraverso l’avvio di concorsi per l’assunzione a tempo indeterminato di impiegati giudiziari, ma tutte le parti interessate della società civile interpellate concordano sul fatto che “siano necessari sforzi continui per coprire i posti vacanti al fine di migliorare l’efficienza della giustizia”.
Per l’Italia il problema della giustizia lenta è strutturale, e non è un caso se la stessa Commissione europea è tornata a chiedere una riforma della giustizia nelle raccomandazioni specifiche per Paese pubblicate poco più di un mese fa. I processi lenti si trascinano da oltre un decennio, durante il quale la situazione non è cambiata: ci sono tanti avvocati e pochi giudici, con la differenza che mentre un avvocato è un libero professionista il giudice è un funzionario di Stato. Assumere giudici vorrebbe dire più spesa pubblica, e l’Italia con la previsione di avere nel 2027 il primo debito pubblico dell’eurozona e dell’intera Unione europea non può permetterselo.
In tema di riforme mancanti e mancate, il rapporto sullo Stato di diritto sottolinea “lacune in alcuni Stati membri” dell’UE in materia di conflitti di interesse. Qui “le norme sono incomplete o le riforme sono ferme”, e in tal senso “in Italia, ad esempio, è ancora in sospeso la proposta di legge sui conflitti di interesse“. Il BelPaese è citato a modello di non eccellenza per quella che è un’esplicita richiesta a porre rimedio. Ancora, un’altra annotazione viene fatta quando si scrive che “in Italia l’Autorità nazionale anti-corruzione ha lanciato un portale digitale per aumentare la trasparenza delle procedure di appalto pubblico, che rimangono un settore ad alto rischio“. Anche qui vanno rafforzate normative, legalità e controlli.
Il Consiglio d’Europa all’Italia: “Paese si doti di un’Istituzione nazionale per i diritti umani”
Non finisce qui: l’Italia viene citata come esempio non virtuoso quando i tecnici della Commissione affrontano il tema della tuteta dei diritti umani. Si sottolinea che “tre Stati membri non hanno ancora istituito un ente nazionale per i diritti umani accreditato secondo i principi di Parigi delle Nazioni Unite”. Ebbene, nello specifico in Romania, è in attesa la decisione definitiva sull’accreditamento degli enti nazionali per i diritti umani, mentre “in Italia e a Malta sono stati compiuti solo i primi passi preparatori per l’istituzione di un ente nazionale per i diritti umani“. Risultati che mostrano attenzioni e priorità nell’agenda politica, con il governo Meloni chiamato in causa e invitato ai correttivi del caso.
Ma è proprio sull’azione di governo che si punta il dito, ed in particolare i decreti sicurezza del 2025 e del 2026. Il decreto sicurezza del 2025, successivamente convertito in legge, introduce il reato penale di blocco stradale, punito con la reclusione da 6 mesi a 2 anni, aumentata in caso di blocco compiuto in gruppo. Il decreto sicurezza del 2026, invece, introduce il fermo preventivo: le forze dell’ordine possono trattenere per accertamenti fino a 12 ore persone ritenute potenzialmente pericolose. Ebbene, la Commissione rileva come per l’Italia vi sia “preoccupazione per gli sviluppi relativi alle restrizioni al diritto di protesta e al loro possibile impatto sullo spazio civico e sull’esercizio dei diritti e delle libertà fondamentali”. Un passo indietro che si aggiunge ai mancati passi avanti.
Libertà di stampa, piccoli elogi all’Italia di Meloni ma resta il nodo diffamazione
All’Italia si riconoscono comunque piccoli miglioramenti per quanto riguarda la libertà di stampa, ed in particolare la presentazione delle proposte di emendamento per introdurre circostanze aggravanti specifiche per i reati contro i giornalisti professionisti. Iniziative salutate favorevolmente poiché, ricorda la Commissione UE, “le intimidazioni e le pressioni minano l’ambiente in cui lavorano i giornalisti, e garantire la loro protezione e sicurezza è essenziale per salvaguardare la libertà di stampa e un ambiente mediatico libero e pluralistico”.
Non è un caso se viene sottolineato che “in Italia proseguono le indagini sul caso Paragon, anche per identificare i responsabili dell’utilizzo del software spia contro i giornalisti italiani, dopo che la procura non ha trovato prove di operazioni condotte dai servizi segreti italiani contro i giornalisti tramite tale software”.
Ai riconoscimenti di merito fa da contraltare la critica per mancate misure contro le querele temerarie, argomento che è costato al governo Meloni la condanna del Consiglio d’Europa: “Non si sono registrati progressi nell’iter legislativo relativo al progetto di riforma sulla diffamazione, la tutela del segreto professionale e delle fonti giornalistiche”. Per questo si raccomanda all’Italia di “portare avanti la riforma sulla diffamazione garantendo al contempo la libertà di stampa, tenendo conto degli standard europei in materia di tutela dei giornalisti”.
Si sceglie infine la via della cautela sulla RAI: in Bulgaria, Croazia, Irlanda, Italia, Slovenia, Estonia, Francia, Polonia, Paesi Bassi, Portogallo e Cipro “sono in corso, o in varie fasi di preparazione, riforme sulla governance delle emittenti di servizio pubblico”. La Commissione europea prende atto e aspetta.
Finanziamento della politica, l’UE vuole trasparenza
Tra le raccomandazioni per l’Italia c’è anche quella relativa al finanziamento dei partiti. Il rapporto sullo Stato di diritto vede la Commissione europea avanzare la richiesta esplicita di “introdurre un registro elettronico unico per le informazioni sul finanziamento dei partiti e delle campagne elettorali”, perché a oggi “non sono stati compiuti progressi”.
![La facciata della Corte di cassazione a Roma [foto: Mstyslav Chernov/Wikimedia Commons]](https://www.eunews.it/wp-content/uploads/2026/07/Palazzo_di_Giustizia-750x375.jpg)
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