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Il dilemma catalano
Artur Mas

Il dilemma catalano

Il 14 ottobre il Presidente Catalano Artur Mas ha annunciato il ritiro dei piani relativi ad una consultazione sull’indipendenza da tenersi all’inizio di Novembre, dopo la sentenza di incostituzionalità emessa dal Tribunale Costituzionale su richiesta del Governo Spagnolo. La partita di scacchi che Mas ha giocato con il Presidente Spagnolo Mariano Rajoy si è conclusa con la prevedibile vittoria di quest’ultimo.

Ma la questione non si esaurirà di certo qui. Mas invoca una consultazione alternativa sull’indipendenza da tenersi il 9 novembre, basandosi sul fatto che alcuni articoli della Legge Catalana sulle Consultazioni Popolari non sono stati sospesi dal Tribunale Costituzionale. Questi articoli permettono lo svolgimento di votazioni o sondaggi nei quali i cittadini catalani possono votare su questioni di interesse pubblico. La consultazione originale sull’indipendenza non era stata progettata per essere vincolante, ma in ogni caso avrebbe dovuto avere luogo in conformità alle regole del processo elettorale. Il nuovo voto, d’altra parte, prevede che le votazioni siano fatte negli uffici dell’amministrazione regionale. Anche se andasse avanti, non avrebbe di certo lo stesso impatto della consultazione precedentemente prevista, e ne avrebbe persino meno di un referendum legale.

Un’altra opzione della quale si parla molto è quella di indire elezioni anticipate, con una lista singola che includa tutti i partiti che hanno sostenuto il referendum. Ciò è visto come un plebiscito a supporto dell’indipendenza. Ma il graduale abbandono del referendum da parte del governo catalano ha notevolmente minato il già fragile fronte dato dai partiti catalani che mirano all’indipendenza. La Esquerra Republicana de Catalunya (Sinistra Repubblicana), che guida i sondaggi, ha optato per elezioni anticipate e ha fatto intendere che in caso di vittoria elettorale dichiarerà unilateralmente l’indipendenza. Il partito di Mas, Convergència i Unió (CiU), affida la sua maggioranza al supporto parlamenta dell’ERC – quindi la sopravvivenza di questo governo catalano è a dir poco traballante.

Qual è l’effetto più probabile di tutto ciò sull’opinione pubblica catalana? Per i molti Catalani che desiderano rimanere parte della Spagna, l’annullamento della consultazione sarà benvenuto. Per quelli che sperano nell’indipendenza, secondo alcuni sondaggi la maggioranza della popolazione catalana, ci sarà del profondo scoramento, nonché un’intensificazione del risentimento nei confronti del governo spagnolo. Tutto ciò potrebbe anche dare vita a proteste ancor più radicali in un processo che è stato finora quasi esclusivamente pacifico. Secondo il quotidiano catalano Ara, il Ministro dell’Interno spagnolo ha spedito ulteriori forze antisommossa in Catalogna-

Anche se Rajoy continua ad affermare di essere aperto al dialogo, egli ha ignorato gli sforzi di Mas di negoziare un nuovo accordo di devolution per la Catalogna, qualcosa che sarebbe stato in realtà parte della strategia di Mas per tutto questo tempo (dopo tutto, l’eredità politica del suo partito non è mai stata caratterizzata dal desiderio di indipendenza). In contrasto con gli sforzi del Regno Unito per corrompere i votanti scozzesi e farli rimanere nel Regno con promesse di devoluzione estrema (una scelta perfettamente razionale, se il suo costo è minore di quello dell’indipendenza), il governo di Rajoy si è barricato dietro alla Costituzione. Al di sotto dell’impassibilità di Madrid potrebbe risiedere un principio ideologico profondamente radicato – l’unità di una Spagna “essenziale”, per la quale la Destra ha combattuto per secoli. D’altra parte, un accordo che estenda l’autonomia catalana potrebbe aver permesso a Mas di vantare una vittoria parziale, che avrebbe incrementato la posizione del suo partito nel centro e nel centro-destra della politica catalana, sedando lo scontento del suo partner di coalizione, il più conservatore Unió Democràtica de Catalunya.

Le origini delle tensioni fra la Catalogna e la Spagna risalgono a secoli fa. Come molti altri stati nella semi-periferia europea, lo stato monarchico spagnolo è stato relativamente debole, affidandosi alle reti sociali del patronato. Il processo di modernizzazione spagnola, lento ed asimmetrico, ha portato a una doppia economia, con centro e sud basati largamente su agricoltura di sussistenza da una parte, e città in piena espansione industriale nella Catalogna e nei Paesi Baschi, dall’altra. Per la fine del XIX secolo, il senso di coesione nazionale era ancora debole, e predominavano le identità regionali, in particolare in Catalogna e nei Paesi Baschi dove c’era una notevole classe media. Le rimostranze storiche in Catalogna risalgono alla perdita dell’autonomia avvenuta nel 1714 dopo la Guerra di Successione Spagnola,  all’offensiva contro l’uso del Catalano per tutto il XX secolo, e all’imposizione di una identità nazionale monolitica  durante le dittature del Generale Primo de Rivera (1923-1930) e del Generale Franco (1939-1977).

Nella nuova democrazia, la Catalogna ebbe ulteriori rimostranze, ora di tipo comparativo. Gli accordi di autonomia negoziati a Madrid nei tardi anni ‘70 garantirono infatti una devolution maggiore ai Paesi Baschi rispetto alla Catalogna o alla Galizia, che potevano però rivendicare lo stesso grado di unicità storica, culturale e linguistica. Gli sforzi della Catalogna nella prima decade di questo secolo per aumentare i propri poteri attraverso la rinegoziazione del suo Statuto di Autonomia sono stati in gran parte rigettati quando il Tribunale Costituzionale, dominato dai conservatori, ha dichiarato incostituzionali molte delle clausole del nuovo Statuto negoziato fra il governo centrale socialista ed il governo catalano, approvato però da entrambi i parlamenti.

Il risentimento è cresciuto in modo esponenziale fin da allora, anche per il crescente gap fiscale fra la Catalogna e le altre regioni spagnole o basche. Il budget recentemente annunciato da Madrid conferisce alla Catalogna il più piccolo ammontare di investimenti di stato, se comparato alle altre regioni, in 17 anni (anche se il totale rappresenta una crescita in termini assoluti per tutte le regioni). La Catalogna riceverò solo il 9,5% – contrariamente all’Andalusia che riceverà il 17,4% e la Castiglia-León che riceverà il 15,5%. Questo gap fiscale è cresciuto nell’ultima decina d’anni, in particolare dalla vittoria del Partito Popolare nelle elezioni del 2011. Nello sforzo di compensare un deficit storico, il nuovo Statuto dell’Autonomia catalano, profondamente rivisitato, stabiliva che gli investimenti statali in Catalogna dovessero essere equivalenti al contributo della regioni al PIL nazionale, che nel 2014 era pari al 19%. Questo obiettivo non è stato raggiunto, ed il deficit continua a crescere.

I difensori del partito di governo in Spagna, il Partito Popolare, ribatterebbero che le regioni ricche dovrebbero dare un contributo più alto alla salute economica della nazione, specialmente in tempi di crisi. Questo contributo è già contenuto nel principio costituzionale di “solidarietà interterritoriale” ed è amministrato attraverso un fondo di redistribuzione al quale tutte le regioni, inclusa la Catalogna, contribuiscono sulla base di un numero di variabili, incluso il gettito erariale. Parecchi catalani sentono però di essere sproporzionatamente penalizzati attraverso una combinazione di deficit fiscale e redistribuzione finanziaria. Qualsiasi sentimento di solidarietà potessero avere nei confronti della Spagna, qualsiasi identità condivisa, si è dissipato negli ultimi anni come risultato delle politiche di austerità portate avanti da Madrid e dagli scandali per corruzione che hanno coinvolto tutti i livelli di amministrazione e affari della Spagna (Catalogna inclusa). Come in Scozia, c’è una diffusa convinzione che la Catalogna non appartenga alla Spagna, e che anzi potrebbe rifiore se separata da essa.

Sebastian Balfour è Professore Emerito di Contemporary Spanish Studies alla London School of Economics.

Questo articolo è stato pubblicato in originale inglese sul blog dell’Lse EUROPP

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