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    Home » Non categorizzato » Juncker: il piano di investimenti che non c’è

    Juncker: il piano di investimenti che non c’è

    Il piano di investimenti annunciato da Juncker è una goccia nell'oceano rispetto a quello di cui avrebbe bisogno l'Europa. Dice Charles Wyplosz: “Non farà niente per la crescita. È solo una scusa per continuare a portare avanti le politiche di austerità. Trovo sconcertante che le autorità europee si rifiutino ancora di implementare una vera espansione fiscale”.

    Redazione</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/eunewsit" target="_blank">eunewsit</a> di Redazione eunewsit
    26 Novembre 2014
    in Non categorizzato

    Sul famoso piano di investimenti annunciato da Juncker al suo insediamento erano già stati sollevati molti dubbi, a partire dalla cifra dichiarata: 300 miliardi di euro, una goccia nell’oceano rispetto a quello di cui avrebbe bisogno l’Europa. Un po’ come cercare di spegnere un incendio con una pistola ad acqua. Ma i dettagli che sono emersi in questi giorni sul piano, che si chiamerà Efsi (European Fund for Strategic Investment), superano anche le previsioni più pessimistiche. A partire dalla somma, che in realtà sarà molto più esigua del previsto. Solo una piccolissima parte del capitale verrà dal bilancio dell’Unione europea – già molto striminzito e provato dalle politiche di austerity di suo – e dalla Banca europea per gli investimenti (Bei): 21 miliardi di euro in tutto, da spalmare su tutti gli stati dell’Ue. I restanti 300 miliardi circa dovrebbe provenire da investitori privati, con i soldi di Bruxelles a fare da garanzia.

    Ma c’è di peggio: la maggior parte di quei 21 miliardi verrà attinta da fondi già esistenti, come quello “Horizon 2020”, il programma di 80 miliardi dell’Ue destinato alla ricerca e allo sviluppo. Nessuna vera risorsa aggiuntiva, insomma. La ragione è da ricercarsi da un lato nella resistenza da parte dei paesi del nord – Gran Bretagna in primis – ad aumentare di un singolo centesimo il loro contributo al budget europeo, dall’altro nell’insistenza della Germania per un coinvolgimento minimo della Bei per evitare il rischio che perda la “tripla A” da parte delle agenzie di rating.

    Per quanto riguarda poi il miracoloso effetto leva (addirittura di 1 a 15!) che dovrebbe magicamente trasformare 21 miliardi di capitale pubblico in più di 300 miliardi di investimenti privati, non possiamo che limitarci a constatare l’ovvio: se tutti – anche il Fondo monetario internazionale – chiedono ormai a gran voce gli investimenti pubblici è precisamente perché i privati, in un contesto recessivo-deflazionistico nonché di balance sheet recession come quello in cui si trova l’eurozona, non hanno nessun incentivo a investire. E infatti non stanno investendo. Un piano che spera di sedurli con qualche miliardo di euro di soldi pubblici è destinato quasi senz’altro a fallire (secondo la Francia, sarebbero necessari almeno 60-80 miliardi per cominciare). Anche perché abbiamo il precedente, sostanzialmente omologo, del “patto per la crescita e l’occupazione” messo in campo da Barroso nel 2012, che non è riuscito a frenare il tracollo degli investimenti, sia pubblici che privati, come si può vedere nella seguente immagine:

    investimenti pubblici

    Nella migliore delle ipotesi – ossia nell’eventualità in cui il piano riesca veramente a raccogliere la cifra auspicata – si tratterebbe comunque di un regalo agli investitori, in cui l’autorità pubblica si accollerebbe il rischio, fornendo ai privati il denaro a copertura delle eventuali perdite sul capitale investito, lasciandogli gli eventuali profitti, secondo la logica dei partenariati pubblico-privato. Sono in molti, infatti, ad accusare il piano di essere più un’operazione di “ingegneria finanziaria” che un vero e proprio piano teso a realizzare investimenti pubblici. Per il segretario generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), la francese Bernadette Ségol, la Commissione europea “si affida ad un miracolo finanziario, come quello dei pani e pesci”. “Va bene ogni tentativo di aumentare gli investimenti che porterebbero più lavoro”, afferma Ségol, “ma non credo che Juncker possa ottenere 315 miliardi stanziandone 21”. Nella migliore delle ipotesi, ha detto la Ces, 315 miliardi spalmati in tre anni “significano 105 miliardi all’anno, dunque coprirebbero solo il 40% del gap di investimenti in Europa”, che per Ségol si “attesta annualmente a 280 miliardi”.

    Charles Wyplosz dell’Università di Ginevra è stato ancora più tranchant: “Questo piano non farà niente per la crescita. È solo una scusa per continuare a portare avanti le politiche di austerità. Trovo sconcertante che le autorità europee si rifiutino ancora di implementare una vera espansione fiscale”.

    C’è poi il problema – democratico e politico – di come stabilire dove indirizzare gli investimenti. Secondo le bozze in possesso del Financial Times, verrà istituita una task force composta da professionisti finanziari sotto la direzione della Commissione europea e della Bei. Il coinvolgimento degli stati nazionali sarà minimo, insomma. Anche questa non appare una soluzione soddisfacente, perché è difficile pensare che dei burocrati arroccati nei palazzi di cristallo di Bruxelles siano in grado di valutare le esigenze di ogni singolo stato membro.

    L’unica nota positiva del piano di Juncker è lo scorporo dei contributi dal calcolo del deficit/debito, ma non fare nemmeno questa concessione avrebbe avuto veramente il sapore della beffa. Come abbiamo scritto nell’articolo di copertina di questo numero, l’Europa è profondamente malata e ha bisogno di cure radicali. Il “piano Juncker” equivale ad applicare un cerotto a un paziente malato di tumore.

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