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    Home » Politica Estera » Quante divisioni ha l’Ue?

    Quante divisioni ha l’Ue?

    Diego Marani di Diego Marani
    17 Febbraio 2015
    in Politica Estera

    Sulle pagine del Corriere della sera Ernesto Galli della Loggia ha criticato l’imbelle Europa che ha paura di fare la guerra, non sa neppure mostrare i muscoli ma rimane indifferente ai soprusi che si consumano attorno a lei, accecata da un maniacale quanto vile ossequio all’unico principio del diritto e della pace. Secondo Galli della Loggia, non si può fare la storia preoccupandosi del numero di morti, la Prima guerra mondiale non fu un’inutile strage ma un necessario passaggio all’Europa moderna, come il colonialismo e le guerre di religione. L’Europa femminuccia, ora che gli americani non hanno più voglia di difenderla, è destinata a essere spazzata via se non si rimette ad armarsi e a schierare carrarmati alle sue frontiere.

    Galli della Loggia insomma tutto infuso di uno spirito da radiose giornate di maggio, con toni marinettiani auspica una ipotetica discesa in guerra di una non meglio definita Europa contro tutti i suoi nemici, perché secondo lui non esistono stragi inutili. Sono tesi per lo meno discutibili, quasi antistoriche, dopo gli esiti delle guerre irachene e afghane istigate da Bush e da Blair. Possiamo forse dire nei termini utilitaristici usati da Galli della Loggia che queste stragi furono utili? Quale progresso hanno portato all’umanità l’attacco all’Afghanistan talebano e l’invasione dell’Iraq? Quale grande minaccia ha sventato la caccia ad armi di distruzione di massa inesistenti? Al prezzo di centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi e intere società smembrate da cima a fondo. Come si può ancora negare che furono queste due campagne a scatenare il caos in cui ora sprofonda il Medio Oriente? Secondo la stessa logica le guerre balcaniche degli anni Novanta devono forse essere state salutari per Galli della Loggia. Una ventata di pulizia etnica che ha rimesso ordine dove prima regnava l’impuro miscuglio perpetrato dalla dittatura titista. Srebrenica e tutti gli altri massacri avrebbero dunque una loro intrinseca necessità, secondo Galli della Loggia. Una primavera dei popoli come quella che sempre l’editorialista del Corriere vede nella Prima guerra mondiale. Senza però vedere che fu la premessa della Seconda e di ben altre, ben più feroci prigioni di popoli. Galli della Loggia sembra presumere un tragitto dal peggio verso il meglio nella concatenazione delle stragi che hanno segnato la storia moderna, fino chissà alla strage che ci porterà all’estremo meglio del nostro annientamento. Una tesi cristiana, ma senza Cristianesimo.

    Perché un punto di vista simile pone l’uomo al fondo della scala di utilità della storia. La storia, secondo Galli della Loggia, deve servire le nazioni e le loro costruzioni politiche. In altre parole, come l’ape non esiste nello sciame, così la sorte dell’individuo è irrilevante nella vita di una nazione. Ora non solo il Cristianesimo ma per chi non vuole religioni, anche la psicanalisi ci insegna che ogni uomo è unico e irripetibile e che ogni vita umana ha valore di per sé stessa. In ogni caso sappiamo a cosa porta un simile annullamento dell’individuo. La visione delle nazioni come supreme entità della società umana, nello stile di pensiero di Herder e di altri tribalisti, ci hanno portato alle tragedie che conosciamo e si coltivano ancora oggi nei più beceri leghismi.

    Quello che da più di mezzo secolo sta facendo l’Unione Europea è invece tutt’altro. Al catalizzatore esclusivista della nazione e dei suoi valori irrazionali basati su costrutti divisivi come la lingua e la mitologia nazionalista, l’Unione Europea ha sostituito dei principi condivisi: lo stato di diritto, le libertà fondamentali e il rispetto dei diritti umani. Forse il progetto europeo può sembrare un’armata Brancaleone davanti ai micidiali eserciti dei fanatismi, degli stati polizieschi e delle secessioni etniche. Resta il fatto che solo per la sua forza attrattiva sta silenziosamente conquistando l’Europa. Anche quella cui non ambiva. Pur con tutti i suoi difetti, il modello europeo attira e senza neppure volerlo sgretola imperi. Bruxelles non ha cercato l’Ucraina: era già troppo occupata a digerire gli ultimi, laboriosi allargamenti. Ma Kiev non ha avuto dubbi davanti al torbido totalitarismo russo e gli ha preferito la nostra libertà pasticciona.

    È un dato di fatto che la molteplicità europea impedisce all’UE di condurre una politica estera classica, sulla falsariga delle antiche diplomazie nazionali, fatta anche di prove di forza, di intimidazione e di dissuasione. Ma proprio questa anomalia rende l’UE più rassicurante e frequentabile rispetto ai grandi imperi e le dà nel mondo una capacità di influenza. Le armi della politica estera europea non possono essere quelle di uno Stato nazionale. Un po’ come il Vaticano che Stalin prendeva in giro a Yalta, l’UE non ha divisioni da schierare. Ma può avere una forza ideale dirompente. In fin dei conti anche l’integralismo islamico, pur con tutto il terrore che ispira, sta perdendo la sua guerra contro l’Europa. I forsennati tagliagole che credevano di esportare il terrore in Europa e suscitare rivolte fra le masse islamiche europee non sono riusciti a scalfire il buon senso dei tanti mussulmani che, pur nella difficoltà di un processo di integrazione spesso incompiuto, hanno potuto comunque apprezzare i vantaggi della società democratica e aperta di cui ormai sono parte e hanno respinto un oscurantismo religioso che si seppellisce da sé.

    La forza dell’UE sta nella sua placida potenza, nella crescente coesione che le viene anche dall’opposizione a tanta vicina barbarie, nella consapevolezza di essere un’oasi di pace nel mondo. Per l’UE la strage cui Galli della Loggia inneggia è sempre inutile e non può che portare ad altre. La nostra ingerenza agisce nelle coscienze, non sui campi di battaglia, in modo ben più duraturo e profondo. Perché malgrado la crisi, siamo ancora il più grande mercato del mondo, continuiamo ad essere un laboratorio di innovazione, una molteplicità di sapere, la civiltà depositaria di quella inestinguibile bellezza che i romani chiamavano humanitas, bussola etica e unità di misura di ciò che è giusto. Questa è la nostra migliore arma e in questo patrimonio immateriale dovremmo investire anziché prestare ascolto ai funesti clangori dei carrarmati di Galli della Loggia.

    Tags: guerralibyasiria

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