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    Home » Editoriali » Little England?

    Little England?

    Al voto un paese fuori dai grandi giochi della politica e della finanza

    Virgilio Chelli di Virgilio Chelli
    5 Maggio 2015
    in Editoriali
    gran bretagna

    Miliband, Clegg e Cameron

    Sembra un Dorian Grey illuso di conservare l’eterna giovinezza mentre il vero ritratto invecchia in soffitta questa Gran Bretagna che si avvia svogliata verso le elezioni del 7 maggio. La nascita della Royal Baby appassiona i sudditi di Sua Maestà più dei sondaggi, forse proprio perché consente di cullarsi nel passato e non fare i conti con un presente decisamente grigio. Da cinque anni il Regno è governato per la prima volta dagli anni 30 (in tempo di pace) da una coalizione, e probabilmente lo scenario si riproporrà la mattina dell’8 maggio. Sia David Cameron, il primo ministro uscente, che lo sfidante del Labour Ed Miliband sperano ovviamente in una vittoria solitaria e in un ritorno alla tradizione del bipolarismo. Ma le previsioni puntano a risultati inconcludenti, con la presenza ingombrante dei nazionalisti scozzesi da una parte e dell’UK Independence party dall’altra. Il quinto attore è costituito dai Lib-Dem di Nick Clegg, che non ha governato male insieme a Cameron per 5 anni, in una coalizione di stile più europeo che britannico. Se nessuno dei due riesce a vincere da solo, Cameron ha davanti una riedizione del governo con Clegg mentre per Miliband la sola opzione sono gli Scozzesi. L’UKip di Farage non è considerato un’opzione per un’alleanza da nessuno dei due. Ma per Cameron c’è un problema in più. In caso di vittoria solitaria si è impegnato a rinegoziare la presenza in Europa e a tenere un referendum sul tema entro due anni. Una strada che sa di nazionalismo e isolamento. Il Financial Times ha scritto che la scelta è tra un’economia aperta, dinamica e flessibile e un nazionalismo che guarda al passato. In sintesi, tra Little England e Great Britain.

    Il problema della Gran Bretagna alla vigilia delle elezioni è che è fuori dai giochi. E’ fuori dal grande gioco globale, con l‘America di Obama che tratta più con la Merkel che con Cameron su Europa e dintorni, mentre non sembra aver bisogno del supporto politico-militare britannico sugli altri scacchieri, dal Medio Oriente all’Asia. Ma è anche marginalizzata sul grande scacchiere della finanza globale. E’ vero che Londra resta la piazza finanziaria più importante del mondo insieme a New York, ma è anche vero che è un primato che si basa sull’offerta di servizi e sul regime fiscale favorevole, piuttosto che sulla forza dei protagonisti della finanza inglese. Faceva un certo effetto leggere sempre sul Financial Times di qualche giorno fa un commento che affermava che “l’Europa ha bisogno di un campione globale come Deutsche Bank”, capace di tenere testa all’americana Goldman Sachs. Il campione britannico, Barclays, non se la passa troppo bene, tra multe miliardarie in Europa e in America, continui tagli di personale e sportelli e soprattutto perde colpi sul terreno che conta di più, l’investment banking, dove invece i rivali tedeschi stanno concentrando gli sforzi. Delle altre grandi banche britanniche meglio non parlare. Royal Bank of Scotland non è ancora riuscita a riprendersi dalla crisi del 2008 e sta in piedi con i soldi dello Stato. HSBC, un vero colosso mondiale, sta invece meditando di lasciare Londra come quartier generale e trasferirsi in Asia. Torna dove la porta il nome: Hongkong & Shanghai Banking Corp. La quarta delle “big four” britanniche, Lloyds, non se la passa molto meglio di RBS, con il governo di Londra che ne detiene ancora oltre il 20%. Certo, se servono risorse finanziare per organizzare affari da decine o centinaia di miliardi, a Londra bisogna andare, e certamente si trova quello che serve. Non mancano gli hedge fund, i private equity, i servizi sofisticati, gli avvocati d’affari, e via dicendo. Ma somiglia sempre più a un albergo a ore di lusso che a un Grand Hotel.

    La Gran Bretagna del dopo Thatcher e del dopo Blair non sa più chi è e dove stare. La piccola, povera vicina Irlanda ha fatto la sua scelta. Il suo posto è in Europa e nell’euro. E’ il paese che si è assoggettato con maggior disciplina alla ricetta dell’austerità, ha versato lacrime e sangue e ora è indicato da tutti come la ricetta del successo da imitare. Una Gran Bretagna che optasse senza esitazioni per l’Europa sarebbe molto più di un esempio da ammirare. Sarebbe probabilmente una forza trainante, come lo è stata in qualche misura ai tempi della Thatcher e di Blair. Ma ci vorrebbero leader veri, non mezze figure. Leader che per ora non si vedono.

    Tags: elezioniGran Bretagnalondra

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