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    Home » Cronaca » Vini e Olii da colonie israeliane possono sfuggire all’etichettatura speciale

    Vini e Olii da colonie israeliane possono sfuggire all’etichettatura speciale

    Secondo le regole commerciali anche quando viti e olivi sono coltivati negli insediamenti illegali in Palestina, se le cantine e i frantoi sono nei confini internazionalmente riconosciuti sarà possibile usare comunque la dicitura 'Made in Israel' per il prodotto finale

    Alfonso Bianchi</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@AlfonsoBianchi" target="_blank">@AlfonsoBianchi</a> di Alfonso Bianchi @AlfonsoBianchi
    13 Novembre 2015
    in Cronaca
    Una donna palestinese si dispera dopo l'eradicazione dei suoi olivi

    Una donna palestinese si dispera dopo l'eradicazione dei suoi olivi

    Bruxelles – Vini ed oli israeliani potrebbero sfuggire alle regole sull’etichettatura speciale per i prodotti che provengono dai territori occupati da Israele in Palestina. Mercoledì la Commissione europea ha pubblicato le linee guida richieste da 16 Paesi, tra cui l’Italia, in cui spiega che “l’Unione europea, in linea con il diritto internazionale, non riconosce la sovranità israeliana sui territori occupati da Israele dal giugno del 1967, vale a dire le alture del Golan, la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, e non considera che siano parte del territorio di Israele”, ma della Palestina e per questo per i prodotti provenienti da quelle zone una indicazione ‘Made in Israel’ sarebbe “inesatta e fuorviante”. Nei territori occupati da Israele dopo il 1967 vivono circa 500mila coloni che controllano il 43% dei territori tra Cisgiordania e Gerusalemme est e la maggior parte delle risorse naturali e idriche.

    Le etichettature riguardano prodotti come frutta fresca e verdura, vino, miele, olio d’oliva, uova, pollame, prodotti biologici e cosmetici. Per vini e olii esistono però delle ‘scappatoie’, per fare in modo che seppur prodotti con uve e olive provenienti dai territori occupati, essi possano tranquillamente essere etichettati come Made in Israel. È consentito infatti che venga indicato come tale il vino imbottigliato da cantine che si trovano entro i confini del 1967, quelli internazionalmente riconosciuti, per il principio secondo il quale prevale la provenienza in cui viene realizzata la maggior parte del valore aggiunto. Lo stesso vale per gli olii. Secondo le regole comunitarie in materia di etichettatura nei Paesi terzi non c’è l’obbligo di produrli con olive provenienti dal Paese stesso. Ad esempio un olio prodotto in Tunisia ma con olive del Marocco, può tranquillamente essere venduto come ‘Made in Tunisia’. Lo stesso varrà quindi per per un olio prodotto in un frantoio di Israele ma con olive della Cisgiordania o di altri territori occupati della Palestina. In quest’ultimo caso però Israele dovrebbe perdere il diritto ai benefici doganali acquisiti grazie all’accordo di associazione stipulato con l’Ue, che non si estende agli oli prodotti da ulivi provenienti dai territori.

    La questione degli olivi, più ancora che delle viti, è molto delicata nel Paese. Gli abbattimenti indiscriminati di questi alberi sono una pratica piuttosto comune nelle rappresaglie messe in atto dai coloni ortodossi. Gli abbattimenti vengono compiuti spesso anche dallo stesso esercito israeliano ad esempio per facilitare la costruzione dei muri per separare i territori palestinesi dalle colonie, con l’intento dichiarato di proteggere quest’ultime.

    Tags: etichettaturaisraelepalestina

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