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    Home » Politica » Ttip, M5s: “Senza informazioni sui negoziati vogliamo un referendum per la ratifica”

    Ttip, M5s: “Senza informazioni sui negoziati vogliamo un referendum per la ratifica”

    Intervista al deputato Riccardo Fraccaro, che parla anche di uscita dall'euro, immigrazione e guardia di frontiera europea

    Domenico Giovinazzo</a> <a class="social twitter" href="https://twitter.com/@giopicheco" target="_blank">@giopicheco</a> di Domenico Giovinazzo @giopicheco
    22 Gennaio 2016
    in Politica

    Roma – Se la Commissione europea non garantisce la trasparenza dei negoziati sul Ttip, l’accordo di libero scambio tra Ue e Stati uniti, allora deve garantire un controllo ex post, prevedendo la ratifica non solo da parte del Parlamento europeo ma anche di quelli nazionali. Il Movimento 5 stelle non è pregiudizialmente contrario al Ttip, ma vuole che i cittadini siano informati bene e possano scegliere, attraverso un referendum, se farlo entrare in vigore o no. Lo spiega a Eunews Riccardo Fraccaro, componente M5s in commissione Politiche Ue di Montecitorio, parlando anche di uscita dall’euro, immigrazione e guardia costiera europea.

    Deputato Fraccaro, tra le critiche più aspre del Movimento 5 stelle contro la Commissione europea ci sono quelle riguardanti il Ttip, un trattato contro il quale vi opponete. Cosa non vi piace?

    Riccardo Fraccaro, deputato M5s
    Riccardo Fraccaro, deputato M5s

    Non siamo pretestuosamente contrari al Ttip. Chiediamo che i negoziati vengano resi pubblici. Il fatto che non lo siano ci insospettisce, perché i rischi sono enormi. Abbiamo imparato, con il mercato unico europeo, che costruire delle regole economiche senza che a queste corrisponda una democrazia decisionale è nefasto. Diventa una supremazia dell’economia sulla politica e sulla volontà dei cittadini. Il rischio è che si crei un mercato unico transoceanico, dove il popolo europeo e quello americano avranno ancora meno potere di incidere sulle regole se vengono decise a livelli così lontani dalla gente. Prima di costruire un mercato unico dobbiamo costruire una democrazia unica.

    La critica riguarda dunque la trasparenza. La Commissione ritiene che un certo grado di riservatezza sulle trattative vada mantenuto, ma ha promesso di rendere disponibili tutti i documenti anche ai parlamentari nazionali, in una sala di lettura presso il ministero degli Esteri di ciascun Paese membro. Non è sufficiente?

    Ricordiamo benissimo le promesse del commissario Cecilia Malmstrom. Aveva garantito l’apertura della sala di consultazione entro dicembre. Siamo al 21 gennaio e ancora non si è vista. Tra l’altro sarà una stanza dalla quale non si potrà estrarre copia dei documenti e i parlamentari non potranno divulgare il loro contenuto. In questo momento il Ttip è negoziato senza che i cittadini possano sapere quello che sta avvenendo. O ci danno modo di divulgare il contenuto dei negoziati, garantendo un controllo ‘ex ante’, o devono garantire un controllo ‘ex post’.

    La formula del ‘trattato misto’, che preveda cioè la ratifica non solo del Parlamento europeo ma anche di quelli nazionali, permetterebbe il controllo a posteriori. È sufficiente?

    Al momento non è garantito che si adotterà la formula del trattato misto. Noi chiediamo che, una volta firmato, il Ttip venga ratificato dai Parlamenti nazionali. Ma siccome i Parlamenti non sono il popolo – e quello italiano, eletto con una legge che ha attribuito un premio di maggioranza incostituzionale, non rappresenta il popolo – vogliamo che in Italia ci sia un referendum per chiedere il parere ai cittadini prima che venga presa la decisione sulla ratifica.

    Un altro referendum che proponete è quello per l’uscita dall’euro, rimane il vostro obiettivo principale?

    Il nostro obiettivo politico principale – e in questo il referendum è fondamentale – è restituire al popolo italiano la sua sovranità, fargli decidere a chi affidare la sovranità monetaria. Ora è affidata a un ente esterno, sovranazionale, che non può essere un prestatore di ultima istanza verso gli Stati membri. Stampa moneta per le banche private e non per gli Stati sovrani. Non potendo stampare moneta non possiamo più svalutarla quando è necessario, ma dobbiamo svalutare il lavoro, con l’abbassamento dei salari e la riduzione dei diritti. Di fronte a quello che sta succedendo vogliamo siano i cittadini italiani a decidere del proprio futuro.

    Il governo spinge per una modifica dei Trattati europei nel 2017. Ieri, il sottosegretario Gozi ha parlato di un ministro del Tesoro dell’Eurozona a elezione diretta. Potrebbe essere la figura a cui affidare una gestione democratica della moneta?

    No. Noi non vogliamo che siano gli euroburocrati a decidere cosa fare della moneta europea e come gestirla. Vogliamo siano gli italiani a decidere – visto che non lo hanno potuto fare nel 2002 – se la sovranità monetaria debba essere europea o italiana. Questo non significa uscire dall’Unione europea. Molti Stati membri (9 su 28, ndr) non sono nella moneta unica e crescono di più di quelli che hanno adottato l’Euro. L’Italia è bloccata perché deve vivere con una moneta che non rispecchia la sua economia ma quella di altri Paesi come la Germania.

    Un ministro del Tesoro europeo eletto dai cittadini, però, non sarebbe un euroburocrate.

    In ogni caso manca la democraticità alla base. Noi italiani non abbiamo potuto scegliere se continuare ad avere una moneta nostra o se entrare nell’Euro. È una scelta che ci hanno imposto. Il Movimento 5 stelle vuole sentire gli italiani e poi decidere come gestire l’Euro o la Lira.

    Dunque, non vi interessa entrare nel dibattito sulla modifica dei trattati?

    La questione della modifica dei trattati sembra rinviata al 2017 e oltre. Appare come un tentativo di non affrontare il problema imminente. Non possiamo parlare di cambiare regole nel 2017 o nel 2018 quando la crisi è adesso. La domanda è cosa possiamo fare oggi. È nel gennaio 2016 che le imprese italiane stanno fallendo. Abbiamo bisogno di una immissione di liquidità nel nostro sistema economico e di ridare potere d’acquisto ai cittadini.

    Investimenti pubblici?

    Sì, investimenti da parte dello Stato che però non può farli. Quindi il governo sta abbassando i diritti dei lavoratori e i loro stipendi per creare competitività. Dà competitività alle grandi aziende e non crea ricchezza per i cittadini. Oggi abbiamo precariato e un tasso di disoccupazione che non può scendere. Lo riconosce la stessa Legge di stabilità, che nelle previsioni per i prossimi 3 anni indica che il tasso di disoccupazione non potrà scendere sotto l’11% per evitare una perdita di competitività.

    L’esecutivo sta provando a finanziare la ripresa con la spesa pubblica. Per questo si sta scontrando con Bruxelles sulla flessibilità. Secondo lei non basta?

    Chiedere la flessibilità per dare 80 euro (alle forze dell’ordine, ndr), o 500 euro ai neomaggiorenni per andare al cinema, non serve a rilanciare il Paese. Renzi provi a chiedere la flessibilità per istituire il reddito di cittadinanza. In questo momento sta facendo la voce grossa perché ha delle bolle che gli stanno esplodendo in mano – la prima è la Legge di stabilità che non sta in piedi, perché si basa su una prospettiva di crescita non realistica, e la seconda è quella delle banche italiane in sofferenza – e sta provando ad attribuire le sue colpe ai cattivoni europei. Se fosse stato coerente avrebbe dovuto chiedere la fine dell’austerità durante la crisi greca, quando invece si è schierato con Juncker e con gli euroburocrati. Adesso non è credibile.

    Come legge lo scontro di questi giorni tra Renzi e Juncker?

    È servito a Renzi per prepararsi a scaricare la colpa degli errori che ha fatto negli ultimi due anni. Ad esempio, sulle banche, la direttiva sul bail-in (il meccanismo che consente di fare ricorso anche ai conti correnti sopra i 100mila euro per salvare un istituto dal fallimento, ndr) l’ha votata anche il Pd al Parlamento europeo. Quindi è inutile che Renzi provi a scaricare tutte le colpe su Bruxelles. Ora, non avendo credibilità e potere contrattuale in Europa, deve abbassare i toni se non vuole che l’Ue lo schiacci e lo cambi con l’ennesimo burattino al governo.

    Sull’immigrazione la Commissione europea sta accogliendo sostanzialmente le richieste italiane, che incontrano molte più resistenze in seno al Consiglio. Come giudica l’agenda europea per le migrazioni, la proposta della guardia di frontiera comune e quella della revisione di Dublino?

    Ci avevano anche raccontato di aver raggiunto un accordo sulla redistribuzione di 40mila richiedenti asilo dall’Italia e ne hanno ricollocati forse un centinaio. Le dichiarazioni della Commissione e del governo italiano sull’immigrazione vengono smentite il giorno dopo. Noi chiediamo il superamento di Dublino. Dobbiamo scrivere un nuovo trattato. Ben venga un controllo delle coste a livello europeo, ma non finalizzato a scaricare i richiedenti asilo in Sicilia o sulle altre coste italiane. Dobbiamo prevedere quote permanenti per la redistribuzione equa di tutti i richiedenti asilo, qualunque sia la frontiera da cui entrano.

    Il Movimento 5 stelle sarebbe favorevole a una guardia di frontiera europea che possa imporsi sulla volontà degli Stati membri?

    Dovrà agire sulla base di un trattato completamente nuovo e condiviso dall’Italia, e dovrebbe dipendere dal Parlamento europeo, che si spera sia un organo democratico. Una guardia costiera che rispetti le attuali norme di Dublino sarebbe controproducente. Ma sulla base di un nuovo trattato, che accolga le nostre richieste, potrebbe funzionare.

    Tags: governance @itguardia di frontiera europeaimmigrazioneintervistam5smigrantino euroreferendumregolamneto di dublinorelocationriccardo fraccarorichiedenti asiloTtip

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