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    Home » Non categorizzato » L’America deve scegliere. Possibile che sia Trump a ricordarlo?

    L’America deve scegliere. Possibile che sia Trump a ricordarlo?

    Virgilio Chelli di Virgilio Chelli
    2 Maggio 2016
    in Non categorizzato
    Donald trump

    Che anno meraviglioso il 1990! A luglio Bush senior accoglieva i leader del G7 a Houston per celebrare con grandiosità texana l’inizio della Pax Americana. Quasi esattamente 2000 anni dopo la chiusura delle Porte di Giano da parte di Cesare Augusto che segnarono nel 13 avanti Cristo l’inizio della Pax Romana che sarebbe durata più di due secoli e mezzo, l’imperatore americano sembrava aprire una nuova era storica ricca di promesse. Il muro di Berlino era caduto meno di un anno prima, l’Europa dell’Est era praticamente liberata e un docile Gorbaciov si preparava a consegnare l’impero in dissolvimento alle forze della democrazia e del mercato. A 45 anni dalla vittoria nella seconda guerra mondiale, la guerra fredda era stata vinta dagli americani senza spargimento di sangue o quasi. I cattivi, almeno quelli più pericolosi dell’Impero del Male, non c’erano più. Erano rimasti soltanto i buoni, impersonati dallo sceriffo americano pronto a neutralizzare con le buone o le cattive chi si permettesse di sgarrare.

    Appena un anno dopo il nuovo paradigma superava la prova dei fatti, con la guerra lampo dello stesso Bush contro il cattivo di turno Saddam Hussein, costretto a mollare il Kuwait e ritirarsi a Baghdad a leccarsi le ferite. Nel comunicato finale del G7 di Houston i grandi del pianeta proclamavano: nell’ultimo anno siamo stati testimoni di una storica avanzata della democrazia … l’Europa è all’alba di una nuova era a cui diamo il benvenuto con entusiasmo così come alla direzione intrapresa dall’Unione Sovietica verso un sistema democratico e l’economia di mercato. L’avanzamento della democrazia accompagnato da riforme orientate al mercato non sono solo un fenomeno europeo, stiamo assistendo alla diffusione di questi valori in molte parti del mondo. Insomma, gente che stava scrivendo la storia con la S maiuscola. E in molti parlavano di “dividendo della pace”. Meno spese per le armi avrebbero voluto dire più soldi per lo sviluppo e la crescita, accompagnata dall’avanzamento tecnologico. Proprio nel 1990 Tim Berners-Lee creò il primo server e di fatto fondò il World Wide Web di Internet.

    Per circa un decennio andò più o meno così. Bill Clinton fu un bravo amministratore delegato della Pax Americana, nessuna guerra importante, quasi quasi riuscì a far fare la pace a israeliani e palestinesi, il mercato accettato da tutto il globo distribuiva benessere, l’Europa coronava con l’euro la nuova era, la Russia tutto sommato approdava alla democrazia e al capitalismo, tra convulsioni e tentati colpi di stato e comunque in versione russa –prima dell’URSS c’era lo Zar. Poi l’11 settembre del 2001 ha cambiato tutto, ha mostrato al mondo la vulnerabilità dell’impero, ha spinto l’America a una serie di guerre costosissime e tutte ancora da concludere e eventualmente da vincere, ha fatto diventare il Nord Africa e il Medio Oriente una polveriera, ha portato l’Unione Europea alla sua crisi più grave con l’esplosione della migrazione e il rischio del ritorno alle frontiere interne. Intanto la globalizzazione ha fatto il resto, con l’egemonia economica americana e europea messe in discussione dai nuovi protagonisti e con una finanza globale difficile se non impossibile da regolare e governare che si mangia il dividendo della pace e tutto quello che trova sulla sua strada. A completare il quadro una ripartenza in tutto il mondo della spesa in armamenti che fa impallidire quella dei tempi della guerra fredda.

    Per quasi otto anni Obama ha cercato di trovare il bandolo della matassa di questo colossale casino ispirato da una visione meno americana e più mondialista, senza grande successo. Sedici anni dopo Houston le porte del tempio di Giano sono spalancate e fanno entrare il vento della guerra e dell’instabilità. Cosa fa l’America? Qual è il suo posto e il suo ruolo in questo mondo nuovo dominato dall’incertezza? Il discorso di politica estera tenuto il 27 aprile da Donald Trump non è la risposta a queste domande. Ma almeno si pone il problema. A differenza di quasi tutti gli altri, fuori o dentro la nazione imperiale, ammesso che lo sia ancora, Trump qualcosa la dice. Ad esempio che il ritorno alla guerra fredda non è la soluzione. Oppure che Russia e Cina sono prima di tutto partner e alleati potenziali, prima verifichiamo questa ipotesi, poi ne consideriamo altre. Ci sono anche contraddizioni. Se la guerra non è la soluzione, perché chiedere di moltiplicare gli investimenti militari? Se si accumulano troppe armi prima o poi si usano. Tuttavia, con tutta la sua rozzezza e tutte le sue semplificazioni, The Donald sembra l’unico, in questo momento, a mettere le cose in prospettiva e a farsi le domande giuste. Lo scherno e i sorrisetti (gli stessi con cui era stato accolto Ronald Reagan al suo arrivo alla Casa Bianca) con cui reagiscono gli establishment in America e in Europa non sono portatori di niente di buono. Fare finta che sia business as usual mentre il mondo si avvia senza guide verso tornanti epocali ricorda i brindisi sul Titanic mentre fa rotta verso l’iceberg.

    Tags: elezioni americanestati unitiTrumpusa

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